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IL MAPPAMONDO – In Armenia è plebiscito a favore dell’Europa

di Skorpios

ARMENIA

Si sono tenute domenica 9 dicembre le elezioni parlamentari nella Repubblica Democratica di Armenia. Le elezioni, anticipate per volontà del premier uscente Nikol Pashynian, hanno portato ad un plebiscito a favore delle forze di Pashynian stesse, e in generale dei partiti che vorrebbero un avvicinamento all’Europa e all’occidente.

L’affluenza, rispetto alle elezioni del 2017, ha subito un crollo di ben 12 punti, attestandosi al 48,6%.

Quando l’ex padre padrone del Paese Serzh Sargsyan, tramite referendum, aveva trasformato l’ex Repubblica presidenziale in Repubblica parlamentare in modo da divenire Primo Ministro e aggirare il limite di mandati previsto da Costituzione, nessuno avrebbe immaginato che un giorno il suo partito finisse fuori dai giochi del Parlamento armeno e completamente ai margini del potere politico nel Paese.

Quel giorno è arrivato: Sargsyan, dopo le elezioni parlamentari del 2017 è succeduto al suo delfino Karen Karapetyan, e ha quindi mancato di parola alla promessa di non candidarsi una volta ottenuta la vittoria al predetto referendum. Da lì si è scatenata, l’anno scorso (per ogni approfondimento dettagliato si veda l’articolo del buon Fabbio), la cosiddetta Rivoluzione di Velluto: dopo manifestazioni in tutto il Paese, Sargsyan è riuscito a fuggire evitando il linciaggio, e il suo partito è stato costretto a nominare premier ad interim il leader dell’opposizione europeista, il giornalista Nikol Pashinyan. Pashinyan, vittima dal 2008 della repressione del potere autoritario di Sargsyan, ha quindi raggiunto l’apice del potere mettendosi a capo della rivolta, incitando alla disobbedienza. La sua concezione di politica è vicina, ma tiepidamente, a quella occidentale, vede con favore l’Europa ma è contro ogni ingerenza eccessiva da parte dei Western Countries. Allo stesso modo, è molto critico con il regime russo e promette di ostacolarne l’influenza, ma senza essere conflittuale come lo sono per esempio i vicini georgiani. La sua posizione rispetto alla Repubblica di Artsakh (ex Nagorno-Karabakh) è nazionalista, ma ritiene che il conflitto vada risolto pacificamente nelle sedi internazionali. In Parlamento, nel maggio del 2018 ha ottenuto il consenso di una larga parte (ma non tutti) dei parlamentari del partito dei Repubblicani di Serz Sargsyan, timorosi di essere coinvolti nelle proteste come il loro leader. Una volta salito al potere, tuttavia, gli alleati non gli hanno fatto sconti, e hanno cercato di far passare legislazioni per ridurre il potere del governo a vantaggio del Parlamento.

Pashinyan si è quindi dimesso e ha convocato elezioni anticipate: elezioni che hanno fatto molto discutere, per via delle tempistiche troppo brevi per concedere all’opposizione di organizzarsi. Questo atteggiamento in parte spregiudicato ha pagato: le percentuali per Pashynian sono “fin troppo” ottime e non sembrano quelle di un Paese democratico. Eppure gli osservatori internazionali in questi giorni reclamano la trasparenza e il buon svolgimento della tornata elettorale. Possibile che chi ha lottato per la democrazia rischi di nuocerla? Di esempi politici ne abbiamo fin troppi nel mondo, ma è bene concedere il beneficio del dubbio all’uomo nuovo del Caucaso.