IL MAPPAMONDO – Elezioni e Paesi islamici, parte uno: il Libano pericoloso e la sorpresa della Malaysia

IL MAPPAMONDO - Elezioni e Paesi islamici, parte uno: il Libano pericoloso e la sorpresa della Malaysia

di Skorpios

LIBANO

Domenica 6  maggio si sono tenute, dopo ben nove lunghi anni, le elezioni parlamentari in Libano.
I risultati delle elezioni hanno senza dubbio rafforzato la coalizione 8 marzo, di cui è membro Hezbollah, anche se, al contrario di quanto sbandierato imprudentemente da molti media occidentali, questo non è avvenuto grazie a un aumento di consensi per l’organizzazione sciita.
Queste elezioni, comunque, si possono considerare tra le più cruciali di questo 2018.

Il totale dei seggi nel Parlamento libanese è 128, indi per cui la maggioranza è a 65. Come si può osservare, Hezbollah e partiti soci arrivano da soli a 40 seggi, insufficienti per una maggioranza. Ma se aggiungiamo i voti dei “demo”cristiani del FPM, il partito di riferimento del Presidente Aoun, si arriva a un totale di 72 seggi, con maggioranza assicurata per l’Alleanza 8 Marzo. L’affluenza, nonostante gli anni trascorsi, è diminuita di ben 6 punti, attestandosi al 49,2%.

Era dal 2009 che il Libano non vedeva svolgersi le consultazioni elettorali. Poiché nessuna coalizione aveva ottenuto una maggioranza stabile, dopo le scorse elezioni i partiti avevano convenuto di creare diversi governi di responsabilità nazionale, succedutisi uno dopo l’altro per intrighi e beghe interne.

Il primo era presieduto dal capo della coalizione filo-occidentale e (parzialmente) filo-saudita del 14 marzo, segretario del Movimento del Futuro, oggi premier uscente, Saad Hariri. Poi, dal 2011 al 2013, lo aveva sostituito il leader del Movimento della Gloria, Najib Mikati, partito esterno ma simpatizzante della coalizione filo-iraniana e filo-siriana 8 marzo. In seguito, anche Najib Mikati aveva dovuto dare le dimissioni, e il Paese era rimasto senza un primo ministro, il cui incarico era stato assunto provvisoriamente dall’ex Presidente indipendente Tammam Salam. Nel dicembre del 2016 il nuovo Presidente Aoun ha designato nuovamente Saad Hariri, misteriosamente scomparso in Arabia Saudita per qualche settimana, ma poi tornato nel Paese dopo voci concitate che si erano succedute in proposito (dal timore di colpi di Stato di Hezbollah, a insoddisfazioni saudite sul mandato di Hariri e addirittura un conseguente sequestro).
Insomma, un vero e proprio caos.

A tutto ciò si unisce una Siria ormai ridotta a resti di cenere e terra bruciata (con conseguenti profughi e invasioni ISIS ai confini), un Iran che smania per ottenere sempre più potere in Medio Oriente grazie anche al gruppo di Hezbollah, un Israele sempre più attivo sul fronte siriano in chiave anti-Hezbollah e ora, grazie agli USA di Trump, sempre più deciso contro l’Iran che ha visto cadere il suo patto sul nucleare.

Hezbollah grida alla vittoria, nonostante il fatto che, come formazione, si sia limitata a tenere i parlamentari uscenti e a consolidarsi sia stata piuttosto l’Alleanza 8 marzo. L’FPM guidato dal Presidente Aoun, comunque, non è favorevole a una presa di potere unilaterale da parte dell’Alleanza, e tende ad essere dialogante con gli avversari; difficilmente supporterebbe un governo che sia espressione unica dei filo-iraniani. Questo fa  sì che, visti i numeri, ma visti anche gli accordi post-conflitto del 1982 prevedono che il premier sia sunnita, ci sarà comunque bisogno di una grande coalizione.

Certo, Hezbollah aumenta il proprio peso nelle trattative, ma suona forse esagerato (oltre che violento, vagamente razzista e pericoloso), il tono accusatorio del Ministro israeliano Naftali Bennett, per il quale “Libano=Hezbollah”, come a voler preventivamente giustificare un’azione militare contro il Libano e i suoi civili perché incapaci di distinguersi dal gruppo (considerato dagli USA terroristico) che Israele odia e teme. Hezbollah, pare, sta consolidando il proprio potere militare in Siria, ma, ad oggi, evita azioni paramilitari su suolo libanese, proprio per evitare una rappresaglia israeliana contro le vecchie terre fenicie.
I venti di guerra, con un’Israele sempre più aggressivo e contrario ad ogni forma di diplomazia, potrebbero comunque, dopo queste elezioni, soffiare con più facilità sul Libano.

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