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IL MAPPAMONDO – Israele, Nethanyau è per sempre. Estrema dx vince ancora, piani di pace restano un’utopia. In Sudan e in Algeria vince la rivoluzione

di Skorpios

Questa ultima settimana è stata molto intensa, non solo dal punto di vista degli appuntamenti elettorali ma anche dal punto di vista dei cambiamenti politici. L’elezione più importante è senza dubbio stata quella in Israele, in cui gli Israeliani hanno ancora una volta detto no all’implementazione della pace con i Palestinesi – o meglio al principio due popoli due Stati -, ma anche confermato il predominio dell’estrema destra religiosa. Contemporaneamente, due cambiamenti storici sono avvenuti nel Continente Africano: Algeria e Sudan hanno costretto i relativi eserciti, per evitare una guerra civile, a destituire gli ultradecennali autocrati.

ISRAELE

In Israele ha vinto, per la quinta volta, il premier Benjamin Nethanyahu, che diventerà così il premier più longevo della storia di Israele. Una vittoria doppia, sia perché la sua coalizione ha ottenuto la maggioranza dei seggi (risultato talmente previsto e prevedibile da risultare scontato), sia perché il suo partito è arrivato primo contro il nuovo fenomeno politico Benny Gantz (risultato meno scontato, e in forse fino all’ultimo momento).

L’affluenza, in calo di 4 punti, si è attestata al 68,4%

Come si può notare dalla tabella a fianco, il voto è stato molto polarizzato tra pro e contro Nethanyahu. Le accuse di corruzione nei suoi confronti, e il riscontro di quest’ultimo con controaccuse alla “Magistratura rossa” (old style) hanno contribuito ancor più a questa polarizzazione. Il Likud non solo non perde, ma guadagna seggi, ottenendo un risultato strepitoso e superando la Coalizione Blu e Bianca. Un risultato sicuramente molto positivo per il partito liberale d’opposizione guidato dall’ex generale Benny Gantz, ma non abbastanza. Brucia la delusione, per gli oppositori bianco-blu, di essere arrivati solo secondi, nonostante sia i sondaggi sia gli exit poll (secondo la costante politica per cui gli elettori si vergognano a dichiarare di aver votato a destra) li dessero abbastanza chiaramente primi. Nessuna investitura per Gantz, che ha concesso la vittoria a Nethanyahu.
I risultati peggiori li hanno avuti i Laburisti, che quasi scompaiono dalla scena politica israeliana. La sinistra ormai non esiste quasi più in Israele,  e Avi Gabbay, il segretario sconfitto, si è dovuto dimettere in ragione di questo disastro; è andata maluccio anche l’estrema destra, con l’Unione dei Partiti di Destra che ottiene meno del previsto e la Nuova Destra di Naftali Bennet che resta fuori dal Parlamento. Meno male del previsto è andato Ysrael Beteinu di Lieberman, che aveva polemizzato negli ultimi mesi con Nethanyahu sino ad uscire dal suo governo perché ritenuto “troppo buono e docile”  con i Palestinesi. Una catastrofe anche il risultato di Kulanu, per motivi opposti, e cioè perché da partito liberale e moderato si è appiattito sulle posizioni oltranziste della peggiore destra israeliana. Il suo leader, Moshe Kahlon, ben lungi dal fare ammenda, ha tergiversato fino all’ultimo sulla posizione da prendere e quando ha visto Nethanyahu come probabile vincente ha detto che lo sosterrà ancora. Una posizione senz’altro dettata da disinteresse per la poltrona, viene da dire. Molto bene, invece, è andata la destra religiosa: un successo per i partiti Shas e UTJ, che rappresentano rispettivamente Ultra-ortodossi e Ashkenaziti, che hanno ottenuto più di quanto previsto dai sondaggi, confermando la tendenza del Paese verso un abbandono sempre più marcato della laicità in nome dell‘ebraismo come religione di Stato. Un rischioso scivolamento verso la teocrazia e il fondamentalismo religioso che vede sempre più a rischio i diritti degli arabi musulmani (e dei cristiani come degli atei) israeliani.

Nethanyahu ha vinto la battaglia contro i giudici, vien da dire, e il referendum sulla sua persona. La destra unita ha una maggioranza di 65 seggi (10 in più dell’opposizione, 2 meno del 2015). Le conseguenze del voto sono ben immaginabili: un Nethanyahu rafforzato contro le accuse della corruzione; maggiori diritti per i coloni nelle terre palestinesi, rischi di guerra in virtù delle molteplici istanze di annessione dei partiti di destra; isolamento del Paese all’estero tranne con gli Stati Uniti trumpiani; rischi di guerra con l’Iran; rischio di instaurazione di un regime di apartheid nei confronti delle minoranze religiose nei territori israeliani. Il tutto in virtù di un odio e di una paura che più di metà dei votanti israeliani ha deciso, ancora una volta, di fomentare.