Le Guerre jugoslave (1990-1995) – Guerra in Bosnia – Seconda Parte

Le Guerre jugoslave (1990-1995) – Guerra in Bosnia - Seconda Parte

1993

L’anno si aprì nei peggiori dei modi. L’8 gennaio 1993 il vicepresidente della BiHHakija Turajlić, fu ucciso dai serbi dopo che quest’ultimi fermarono il convoglio delle Nazioni Unite che lo stavo scortando di ritorno dall’aeroporto di Sarajevo. Il 1993 fu anche caratterizzato dall’inizio della guerra croato-musulmana. Durante il mese di gennaio le forze croate occuparono Gornji Vakuf, la connessione con la Bosnia centrale.

Il 22 febbraio 1993 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passò la Risoluzione 808 che istituiva la prima bozza del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY).

Tra il 15 e il 16 maggio il 96% dei serbi votò per respingere il piano di pace VanceOwen. Il fallimento del piano praticamente divise il paese in 3 parti etniche e portò all’escalation definitiva del conflitto croato-musulmano. Il 25 maggio il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY) è stato formalmente istituito dalla Risoluzione 827 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Bombardamento di Gornji Vakuf

Il 10 gennaio 1993 il comandante HVO Luka Šekerija inviò una richiesta segreta ai colonnelli Tihomir Blaskic e Dario Kordic di occupare la fabbrica di munizioni di Vitez per rifornirsi di armi per attaccare Gornji Vakuf. I combattimenti scoppiarono il giorno seguente, causati dai croati che piazzarono una bomba in un hotel bosniaco utilizzato come quartier generale militare. Seguì un violentissimo bombardamento da parte dell’artiglieria croata.

Subito dopo il cessate il fuoco, il comandante Andric, rappresentante dell’esercito croato di Bosnia, intimò all’esercito bosniaco di deporre le armi e lasciare che i croati prendessero il controllo della città. In caso contrario, la città sarebbe stata rasa al suolo. L’ARBih non accettò e i combattimenti continuarono, portando al massacro di civili musulmani nei vicini villaggi di Bistrica, Uzričje, Dusa, Ždrimci e Hrasnica.

La pulizia etnica nella valle della Lašva

La pulizia etnica contro i musulmani fu progettata dalla leadership dell’autoproclamata Repubblica Croata dell’Erzeg-Bosnia dal maggio 1992 al marzo 1993. L’obiettivo era quello di creare una repubblica etnicamente croata, priva dell’etnia musulmana. I civili di fede islamica subirono omicidi di massa, stupri, saccheggi, reclusione nei campi di concentramento e distruzione delle proprie case. Il tutto fu preparato da una forte propaganda islamofoba, soprattutto nei comuni di Vitez, Busovača, Novi Travnik e Kiseljak. Il massacro di Ahmici nell’aprile 1993 fu il culmine della pulizia etnica, con conseguente uccisione di massa di civili musulmani bosniaci in poche ore. Il più giovane era un bambino di tre mesi, che è stato colpito a morte nella sua culla, e la più anziana è stata una donna ottantunenne. È il più grande crimine della guerra croato-musulmana.

Dario Kordic fu il principale imputato all’Aja per la pulizia etnica contro i musulmani. Il tribunale ha stabilito che questi crimini sono stati pari a crimini contro l’umanità in numerose sentenze.

La pulizia etnica della valle della Lašva ha causato la morte di almeno 2000 civili musulmani.

La guerra in Erzegovina

L’Erzeg-Bosnia croata prese il controllo totale dell’Erzegovina. Ci fu un repulisti totale di ogni elemento non croato (serbi e musulmani) nei gangli vitali dell’apparato statale e il croato fu imposto come lingua ufficiale nelle scuole; gli aiuti umanitari erano gestiti e distribuiti a svantaggio dei bosgnacchi e dei serbi (anche se in realtà la popolazione serba dell’Erzegovina era stata completamente uccisa o espulsa). Molti di loro furono deportati in campi di concentramento: Heliodrom, Dretelj, Gabela, Vojno e Sunje.

Prima di allora, le forze croate dell’HVO e l’esercito bosniaco dell’ARBiH avevano combattuto fianco a fianco contro le forze serbe in alcune aree della Bosnia ed Erzegovina. Anche se il confronto armato ed eventi come il rapimento Totić avevano teso il rapporto tra l’HVO e ARBiH, l’alleanza croato- musulmana si era mantenuta a nord in Bihac e Posavina, dove entrambi erano stati pesantemente sconfitti dalle forze serbe.

La mattina del 17 aprile 1993 forze appartenenti all’HVO attaccarono i villaggi di Sovići e Doljani, a circa 50 chilometri a nord di Mostar. L’obiettivo era aprirsi la strada verso Jablanica, il principale centro musulmano. Fu calcolato che i croati necessitavano di due giorni per prendere il centro abitato. Sovici era di vitale importanza per arrivare a Jablanica, essendo situato esattamente sulla strada per quest’ultima. Per il ARBiH esso era un gateway per l’altopiano di Risovac, che poteva creare le condizioni per un ulteriore progresso verso la costa adriatica. I croati iniziarono l’offensiva bombardando pesantemente con l’artiglieria la parte nord di Sovici. Alle 5:00 il comandante dell’esercito bosniaco nella cittadina si arrese. Circa 70-75 soldati si arresero. In totale, almeno 400 civili musulmani bosniaci furono arrestati. La marcia HVO verso Jablanica fu fermata dopo un accordo di cessate il fuoco.

Assedio di Mostar

Dopo aver eliminato nel 1992 la popolazione serba, i croati assediarono per 9 mesi la parte orientale della città. Il centro storico, tra cui il famoso ponte Stari Most, fu pesantemente danneggiato.

La città fu divisa in 2 parti: ad Ovest l’HVO, ad est l’esercito bosniaco. Tuttavia, la sede dell’esercito della repubblica bosniaca si trovava a Mostar Ovest nel seminterrato di un complesso edilizio denominato Vranica. All’alba del 9 maggio 1993 Mostar fu sottoposta a una vera e propria pioggia di fuoco con mortai, artiglieria, armi pesanti e di piccolo calibro. L’HVO controllava tutti gli accessi alla città bosniaca, cosa che precludeva l’ingresso alle organizzazioni umanitarie. Radio Mostar lanciò un appello alla popolazione per appendere delle bandiere bianche alle finestre. L’attacco croato era stato ben preparato e pianificato.

La parte Ovest della città divenne metà dei profughi bosniachi espulsi dal lato ovest a quello est, inoltre il bombardamento ridusse gran parte del lato est di Mostar in macerie. La JNA precedentemente aveva demolito Carinski Most, Titov Most e Lucki Most sul fiume escluso il Stari Most. I croati procedettero con esecuzioni di massa, strupri e pulizia etnica della popolazione bosgnacca della Mostar Ovest e dei suoi dintorni insieme a un incessante assedio della parte est a guida musulmana.

L’ARBiH reagì con un’operazione denominata Operazione Neretva ’93 nel settembre 1993 nel tentativo di rompere l’assedio di Mostar, e riconquistare le aree dell’Erzegovina che erano state incluse nell’autoproclamata Repubblica Croata dell’Erzeg-Bosnia. L’operazione ebbe successo, ma fu stoppata dalle autorità bosniache non appena vennero a conoscenza di massacri contro prigionieri di guerra e civili croati nei villaggi di Grabovica e Uzdol.

La leadership HVO è stata condannata dall’ICTY mentre il generale musulmano Sefer Halilovic responsabile dei massacri contro i croati è stato assolto. Nel tentativo di proteggere i civili, il ruolo di UNPROFOR fu ulteriormente ampliato nel maggio 1993 per proteggere le “zone di sicurezza” che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva dichiarato intorno a Sarajevo, Goradze, Srebrenica, Tuzla, Zepa e Bihac nella risoluzione del 6 maggio 1993.

 

mostar

Link alla prima parte http://archivio.sondaggibidimedia.com/2016/07/31/le-guerre-jugoslavia-1990-1995-guerra-bosnia-parte/


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