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Il Mappamondo – Paesi Bassi, distribuzione del voto: il massacro dei laburisti e la vittoria di Rutte; elezioni a Timor Est, vince la sinistra

Buongiorno a tutti.  Questa settimana analizziamo le elezioni nel piccolo Paese sul Mare del Nord e quelle di un Paese ancora più piccolo, la Repubblica di Timor Est.

PAESI BASSI

Come ben saprete, il 15 marzo si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento dei Paesi Bassi. La maggior parte di voi saranno di certo già al corrente dei risultati, che hanno visto lo sgonfiamento della inizialmente programmata vittoria dell’estrema destra del PVV di Geert Wilders, e la vittoria (con un calo in termini di seggi e punti) del centrodestra liberalconservatore dell’uscente e più volte premier Mark Rutte.

Nella tabella sono riportati solo i partiti con almeno il 5% di suffragi.

Ottengono seggi anche l’Unione Cristiana (conservatori, 5), il Partito per gli Animali (ambientalismo, 5), 50PLUS (interessi dei pensionati, centrismo, 4), il Partito Politico Riformato (estrema destra religiosa calvinista) 3, DENK (sinistra pro-immigrazione, 3), il Forum per la Democrazia (Estrema destra, democrazia diretta, 3).

Degli elementi politici principali di questa elezione si è parlato a lungo: il calo leggero ma non determinante di un premier al potere dal 2010, che ha dovuto nei giorni recenti fronteggiare i vaneggi di un arrabbiatissimo Erdogan, il risultato di molto sotto le attese dell’estrema destra di Wilders, che non riesce a ottenere il primato, l’autodistruzione semi-totale dei Laburisti sempre più a favore di politiche di austerity (si veda le dichiarazioni odierne del Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem contro i “meridionali”, dal tono smaccatamente razzista) non solo fuori, ma anche dentro al proprio Paese (come l’innalzamento dell’età pensionabile e i tagli alla sanità), il buon risultato dei Verdi.

Poiché lo scopo di questa rubrica è affrontare temi che sono stati al centro di una minore attenzione mediatica, ma che pure sono importanti per lo scacchiere internazionali, ci si limiterà a soffermarsi sull’aspetto della distribuzione territoriale del voto.

 

In blu, le Province dove nella maggior parte delle circoscrizioni elettorali ha primeggiato il VVD; in azzurro, le regioni che vanno, in questo senso, al CDA; in nero, il Limburgo, dove il PVV ha conquistato la maggior parte delle circoscrizioni; i cerchi rappresentano delle sacche di voti territoriali notevoli  per i Verdi (verde), per il Partito Politico Riformato (bianco), per il CDU (blu), per il SP (rosso). 

Si può notare come il VVD prevalga nettamente nella maggior parte del Paese, tranne nelle regioni nordiche a Est, dove ad ottenere più consensi è il moderato CDA. La roccaforte di Wilders è il Limburgo, la piccola area sotto a Eindhoven, isolata dai grandi centri, che si trova tra Germania e Belgio e a pochi km dal Lussemburgo. Il Limburgo è l’unico luogo dove il PVV ha rubato un numero consistente di aree di voto al VVD. Per il resto il VVD si avvantaggia del calo dei Laburisti, guadagnando la regione di Rotterdam (dove notiamo anche un’inquietante sacca nera, che sembrerebbe poco coerente rispetto al titolo di seconda città del Paese), ma anche diverse aree in Gheldria e in Zelanda, precedentemente laburiste. Il crollo dei Laburisti favorisce anche un cambio di colore a Nord-Est: la Frisia e la Groninga erano storicamente regioni rosse dei Paesi Bassi. Oggi, invece, il rosso è quello del SP, e si limita ad alcune zone al confine con la Germania. Primo partito è il CDA, che non faceva parte dell’ultimo governo Rutte, molto impopolare tra gli elettori di centro-sinistra per le sue politiche d’austerità.  Altro capitolo della sconfitta laburista è quello delle grandi città, come Amsterdam, Utrecht e Groninga, che vedono prevalere la nuova sinistra verde rappresentata da un candidato giovane, innovativo e di origine straniera. Stupisce invece il maggior radicamento territoriale di un piccolo partito come il Partito Politico Riformato, che in un Paese sempre più secolare mira a un recupero dei valori tradizionali calvinisti, che dovrebbero assurgere a valori di Stato. Un ennesimo inquietante – per alcuni – segno di questa pazza postmodernità.