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Appuntamenti elettorali del passato: il Referendum sul divorzio del 1974

Il Coronavirus ha drasticamente modificato le nostre routine in quasi tutti gli aspetti della vita pubblica. E gli appuntamenti elettorali non hanno fatto eccezione. Il referendum costituzionale che doveva tenersi a fine marzo per confermare il taglio dei parlamentari è stato rimandato in data da destinarsi, e pure le tornate regionali e amministrative di primavera sono state rinviate, probabilmente all’autunno prossimo.

Cerchiamo quindi di interrompere questo digiuno elettorale forzato rivivendo una sfida importante che si tenne nella primavera di 46 anni fa. Tra il 12 e il 13 Maggio del 1974, infatti, gli italiani furono chiamati a votare per il primo referendum abrogativo della storia italiana, quello sulla legge del 1970 che aveva introdotto il divorzio in Italia.

Il divorzio in Italia

Fino al 1970 lo stato italiano non contemplava l’istituzione del divorzio in nessun caso, sebbene non fossero stati pochi i tentativi di introdurlo. Nella seconda metà dell’Ottocento furono presentati diversi progetti di legge a iniziativa di singoli parlamentari ma, nonostante il dominio delle forze liberali moderatamente laiche, le proposte non videro mai coalizzarsi un sostegno parlamentare sufficiente per essere approvate. All’inizio del ‘900, fu lo stesso governo italiano, presieduto da Zanardelli, a tentare di legiferare sulla materia, proponendo la possibilità di divorziare in caso di adulterio, sevizie o condanne gravi. Anche questa volta, il tentativo fallì e la legge fu rifiutata dalla Camera dei Deputati quasi all’unanimità (400 a 13).

Nemmeno la successiva ascesa sulla scena politica del Partito Socialista Italiano, in linea di massima favorevole al divorzio, permise un cambiamento della legislazione. Infatti, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale fece accantonare il tema, e, nell’immediato dopoguerra l’avanzata del Partito Popolare Italiano, fermamente contrario al divorzio, bloccò qualunque tentativo di mediazione. Infine, con l’avvento del fascismo, e soprattutto con la firma del Patti Lateranensi con il Vaticano, il tema fu definitivamente abbandonato.

Loris Fortuna (fonte: dati.camera.it)

Caduto il fascismo, la nuova centralità della Democrazia Cristiana nel panorama politico italiano, impedì ancora per circa vent’anni di intraprendere un dibattito sul divorzio. Basti pensare che, tra il 1948 e il 1963, la sola DC mantenne tra il 45% e il 53% dei seggi della Camera dei Deputati. Inoltre, il fronte anti-divorzista poteva contare anche sull’appoggio a destra del Movimento Sociale Italiano e dei monarchici.

La situazione cominciò a cambiare nel 1963. Con le elezioni politiche di quell’anno la DC e i monarchici subirono un consistente calo. Contemporaneamente, crebbero sia le sinistre sia la destra liberale laica, entrambe favorevoli al divorzio. Per la prima volta le forze dichiaratamente anti-divorziste non avevano la maggioranza assoluta delle assemblee legislative. Restava però la ferma opposizione dei democristiani, che erano pur sempre il perno su cui venivano costruite le maggioranze governative. Il coinvolgimento del governo era quindi fuori discussione. L’iniziativa fu presa da un deputato socialista, Loris Fortuna, che nel 1965 presentò un disegno di legge per introdurre l’istituto del divorzio. Contemporaneamente, i radicali, guidati da Marco Pannella, iniziarono una mobilitazione nel Paese per sensibilizzare all’introduzione del divorzio.

La proposta non riuscì a concretizzarsi prima della fine della legislatura ma ormai il tema del divorzio, insieme a molti altri temi sociali, era diventato centrale nel dibattito pubblico. Le elezioni del 1968 confermarono sostanzialmente i rapporti di forza tra i due fronti e, questa volta, l’iter della legge Fortuna-Baslini arrivò a compimento con l’approvazione il 1° dicembre 1970. Votarono a favore il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, il Partito Socialista Democratico Italiano, il Partito Repubblicano Italiano e il Partito Liberale Italiano per un totale di 319 sì. Contrari la Democrazia Cristiana, il Movimento Sociale Italiano, il Partito Democratico di Unità Monarchica e la Südtiroler Volkspartei che raccolsero 286 no.

Nelle prossime pagine approfondiremo le mosse politiche che portarono al referendum e ne analizzeremo i risultati.

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