I ballottaggi del 17-18 ottobre hanno definitivamente riconsegnato, dopo l’esperienza di governo cittadino del MoVimento 5 Stelle, la città di Torino al centrosinistra.
Se già al primo turno il candidato di centrosinistra Stefano Lo Russo era stato considerato probabilmente la sorpresa della tornata elettorale riuscendo a chiudere in netto vantaggio sul rivale Roberto Damilano del centrodestra, il ballottaggio ha visto l’esponente PD alzare ancora di più l’asticella del risultato, chiudendo la contesa a un soffio dal 60%, un risultato difficilmente pronosticabile un mese fa, al momento del buio dei sondaggi.
Torino si riscopre quindi città di sinistra, e se in uno scenario multipolare come quello del primo turno questo suo radicamento sembrava in qualche modo appannato, in un classico confronto a due tra centrodestra e centrosinistra, l’elettorato torinese ha risposto in maniera chiara e inequivocabile, consegnando all’esponente PD un mandato chiaro e incontrovertibile.
Ma come, e dove è maturata una vittoria di simili proporzioni?
Il primo elemento da osservare è che a fronte di un calo di circa 35.000 voti tra primo e secondi turno, Lo Russo è stato in grado di incrementare i propri consensi di circa 28.000 preferenze, mentre Damilano non è nemmeno riuscito a confermare i voti presi al primo turno, chiudendo il ballottaggio con un saldo negativo di circa 8.000 voti. Se al primo turno la corsa dei candidati è supportata dalla forza delle liste a loro sostegno – il cui interesse è massimizzare il proprio consenso e portare in consiglio comunale i propri candidati – il ballottaggio è invece un voto molto più personalizzato.
Ebbene, Lo Russo ha dimostrato di essere in grado non solo di catalizzare su di sé i voti acquisiti al primo turno, ma anche di saper riportare alle urne buona parte degli elettori dei candidati esclusi al ballottaggio, e in particolar modo quelli del M5S. La cosa non era assolutamente scontata, considerato lo scontro politico spesso al calor bianco tra PD e M5S nei cinque anni di Chiara Appendino e soprattutto la figura stessa di Lo Russo, considerato particolarmente inviso al mondo pentastellato. Nonostante questo, la storia locale e nazionale del MoVimento poteva far intendere che i loro voti sarebbero confluiti su Lo Russo: l’esperienza di governo del Conte II ha certamente contribuito a epurare il M5S di buona parte dell’elettorato di destra che aveva acquisito nel 2018, e per di più il Piemonte e Torino in particolare è uno dei posti in cui il M5S aveva attecchito nella sua fase primigenia, quando cavalcando temi di stampo ecologico e morale si proponeva come la forza in grado di esprimere la purezza dei valori di sinistra. L’identikit dell’elettore pentastellato di Torino è mediamente quello di un elettore di sinistra, che non vede di buon occhio il PD ma che in uno scontro a due tra centrodestra e centrosinistra non diserta le urne.
Al contrario, Damilano ha nel secondo turno mostrato tutti i propri limiti. Se al primo turno il suo risultato si poteva considerare buono per una città come Torino, anche se sotto le attese, il ballottaggio lo ha visto incapace anche solo di mantenere le proprie posizioni. Un’incapacità di incidere in assenza dell’apporto delle liste a suo sostegno, una mancata attrattività verso l’elettorato dei candidati minori, un sentimento di rinuncia dopo la doccia fredda del secondo posto ottenuto al primo turno: un mix letale che ha lasciato al palo il candidato di centrodestra. Sebbene la sconfitta di Damilano non sia stata così pesante come quella di altri candidati in altre città, è però forse molto più significativa: Damilano doveva essere nelle intenzioni un modello da esportare, una figura civica con cui fare breccia nell’elettorato cittadino negli ultimi anni sempre più ostico al centrodestra. Il fallimento di questo esperimento lascia la coalizione con dei grossi punti interrogativi sul modo di invertire il trend negativo in atto nelle maggiori città italiane.
La mappa con la distribuzione geografica del voto evidenzia un predominio di Lo Russo pressoché assoluto in quasi ogni area cittadina. Non devono trarre in inganno le aree blu all’estrema periferia nord e nella zona collinare della Maddalena: sono sezioni territorialmente ampie ma dalla densità abitativa relativamente bassa: le vere aree di consenso di Damilano sono state la zona della Crocetta tra Corso Vittorio Emanuele II, Corso Umberto I e Corso Duca degli Abruzzi, e l’area della Barriera di Milano.
Le variazioni percentuali dei consensi tra primo e secondo turno confermano anche geograficamente l’analisi sui flussi di voto: da un lato, si vede una netta sovrapposizione tra l’incremento di consenso di Lo Russo e le aree di maggiore incisività del M5S, quindi la periferia sud e l’area semiperiferica nord-occidentale, dall’altro Damilano, al netto di un paio di evidenti incrementi nelle estreme zone periferiche nord e sud, non mostra un trend particolarmente definito. Ancora più significativa, se possibile, è la variazione dei voti in termini assoluti: Lo Russo incrementa quasi ovunque i propri consensi al ballottaggio, salvo alcune eccezioni sporadiche concentrate soprattutto in periferia nord, mentre Damilano perde voti quasi ovunque, anche – e soprattutto – nelle zone settentrionali della città che dovevano essere il suo serbatoio di voti.
Cercando di entrare nel dettaglio delle varie anime del centrodestra, si nota una maggiore tenuta per Damilano nelle zone di destra “storica”, tra centro e collina, che erano anche i punti di maggiore consenso di FI. Il calo maggiore si è invece verificato nell’area settentrionale e in quella sud-orientale della città, dove è la Lega ad avere i suoi picchi, mentre la zona ovest, in cui è più forte FdI, si pone a metà strada. Un candidato troppo moderato per gli elettori del Carroccio, o un partito – e un elettorato – che ha tirato i remi in barca dopo il primo turno? Per il centrodestra cittadino è tempo di una verifica interna.
Per Lo Russo è invece tempo di governare il capoluogo piemontese e la relativa Città Metropolitana, e già dalla giunta sapremo l’indirizzo che vorrà dare alla sua politica.
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