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IL GIRAMONDO – Elezioni presidenziali in Afghanistan – L’ultima speranza di democrazia prima del ritorno del talebani?

La storia politica

Dal 1926 al 1973 l’Afghanistan fu una monarchia costituzionale. Nel 1933 salì  al trono il giovane re Mohammad Zahir Shah, che sarebbe rimasto in carica nei successivi 40 anni.   Fino al 1964 la politica del paese fu dominata dalla famiglia reale, i cui componenti erano anche membri del governo.  Nel 1964 Zahir Shah promulgò una costituzione liberale che prevedeva un parlamento bicamerale parzialmente eletto dai cittadini. Le riforme democratiche portarono alla ribalta il Partito Comunista Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA), legato all’URSS, che ottenne un notevole seguito popolare presso le classi più povere del paese facendo preoccupare l’élite al potere intorno alla casa reale e anche gli USA, che non volevano che il paese finisse nell’orbita sovietica.  Fu così’ che l’ex primo ministro Mohammed Daoud Khan (cugino del re) prese il potere in un colpo di stato incruento, dichiarò abolita la monarchia, abrogò la costituzione liberale, dichiarò la creazione delle repubblica dell’Afghanistan della quale si fece nominare presidente e primo ministro. Il nuovo regime, inizialmente appoggiato dall’URSS, si spostò successivamente su posizioni nettamente più  filo-occidentali, rispetto al non-allineamento del periodo monarchico.

I comunisti del PDPA però nel frattempo erano riusciti ad infiltrarsi all’interno delle forze armate e diventavano sempre più potenti. Negli anni successivi Daoud Khan non riuscì  ad implementare le riforme economiche e sociali necessarie per il paese e questo fece aumentare il malcontento nei confronti del governo. Nel 1978 un dirigente del PDPA fu assassinato dalle truppe governative e vari esponenti del partito furono arrestati. Temendo che il governo stesse tentando di eliminarli,  gli ufficiali dell’esercito associati al PDPA organizzarono un sanguinoso colpo di stato militare chiamato Rivoluzione Saur  nella quale persero la vita Daoud Khan e tutti i suoi familiari. Il segretario generale del PDPA,  Nur Mohammad Taraki divenne presidente e primo ministro e il paese fu ribattezzato Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

Nel Marzo 1979 Hafizullah Amin, l’uomo forte all’interno del partito, fu nominato primo ministro e pochi mesi dopo prese il potere uccidendo Taraki. La ferocia di Amin nei confronti degli oppositori e il rischio che il paese finisse nell’anarchia allarmò l’Unionen Sovietica, che decise di intervenire militarmente per deporre Amir.  I carri armati sovietici entrarono a Kabul e attaccarono il palazzo presidenziale, uccidendo Amin e buona parte della sua famiglia. Nuovo leader del regime fu nominato Babrak Karmal.

Il regime del PDPA attuò un programma  marxista-leninista. Furono abolite le leggi religione e tradizionali. Fu instaurato l’ateismo di stato. Gli uomini dovevano tagliarsi la barba e le donne non potevano indossare il velo islamico, le moschee furono chiuse. Le donne furono educate, ottennero la parità dei diritti ed entrarono nella vita politica. Le riforme sociali, che furono apprezzate dalla popolazione urbana, trovarono una forte opposizione nelle aree rurali del paese. Questo, associato alla feroce repressione del regime degli oppositori, in particolare degli appartenenti alla vecchia classe dominante tribale islamica, provocò gravi disordini sociali che sfociarono in una vera e propria insurrezione. Gran parte del paese si ribellò al regime e le varie tribù ed etnie videro nella religione islamica la forza in grado di unirli nella battaglia contro il regime.

Con 24 delle 28 province del paese in mano ai ribelli, Karmal fu costretto a chiedere l’intervento dell’esercito russo per  evitare il crollo del regime. Il 24 dicembre 1979 oltre 100.000 truppe sovietiche entravano nel paese.

Gli USA reagirono con durezza all’invasione sovietica. Il Presidente Carter decise di non far partecipare gli atleti USA alle Olimpiadi di Mosca.  Con l’elezione nel 1980 alla Casa Bianca di Ronald Reagan, gli USA, con il supporto del Pakistan e dell’Arabia Saudita, iniziarono a sostenere  politicamente, finanziariamente e soprattutto militarmente i ribelli islamici, i cosiddetti Mujahideen.  Gran parte dell’attività legata al trasferimento delle armi USA in Afghanistan, in particolare i missili terra-aria FIM-92 Stinger, fu gestita dall’ISI, il servizio segreto pakistano.

La guerra durò 10 anni provocando  oltre  un milione di morti tra la popolazione civile, 5 milioni di rifugiati e 15’000 vittime tra i soldati sovietici.  Molti paesi islamici finanziarono i Mujahideen e mandarono volontari a combattere con loro, tra i quali anche un giovane rampollo di una ricca famiglia saudita, Osama Bin Laden.   Dopo l’avvento al potere in URSS del riformatore Michael Gorbaciov,  Babrak Karmal fu costretto alle dimissioni e sostituito dal più moderato Mohammad Najibullah, che nel 1998 organizzò le prime elezioni parlamentari del paese dalla caduta della monarchia. Nel 1989 le truppe sovietiche si ritirarono dal paese, ma l’URSS continuò ad appoggiare il regime afghano.  Il 26 Dicembre 1991 l’Unione Sovietica cessava di esistere. Poche settimane dopo il regime afghano crollava, Najibullah veniva imprigionato e i Mujahideen guidati da  Ahmad Shah Massoud, prendevano il potere a Kabul proclamando lo Stato Islamico dell’Afghanistan.

I Mujahideen, divisi in 7 differenti gruppi, iniziarono presto a farsi guerra tra di loro, dando il via ad un’altra guerra civile. Nel 1993 la fazione armata comandata da Gulbuddin Hekmatyar, appoggiato dai servizi segreti pachistani cercò per varie settimane di conquistare Kabul,  bombardando la città radendone al suolo interi quartieri e colpendo in particolare la popolazione civile, accusata di aver collaborato con gli atei filosovietici. Il paese entrò in un periodo di totale anarchia, con ran, Arabia Saudita e Pakistan che finanziavano e appoggiavano ognuno diversi gruppi ribelli.

Nel 1994 nella città meridionale di Kandahar, che nelle mani dei gruppi criminali legati al traffico di droga, nacque una protesta popolare guidata dai membri delle scuole religiose locali,  i cosiddetti Talebani, guidati dal Mullah Omar che presero il potere a Kandahar riportando l’ordine nella città. Il supporto popolare ricevuto dai Talebani presso la popolazione civile indusse il Pakistan e l’Arabia Saudita ad abbandonare Hekmatyar e gli altri capi guerriglieri ad iniziare ad appoggiare i Talebani, che in breve tempo presero il potere in diverse province meridionali.  Nel 1996 i Talebani arrivarono a Kabul. I leader dello Stato Islamico furono costretti a fuggire nel nord del paese. La folla assaltò il carcere dove era recluso l’ex presidente Najibullah, il quale fu linciato, orrendamente mutilato e impiccato ad un lampione stradale. Iniziava l’Emirato Islamico dell’Afganistan.

Una volta al potere i Talebani instaurarono nelle aree sotto il loro controllo un rigido regime islamico, imponendo una versione estremamente restrittiva della Sharia. Le donne non potevano lavorare, andare a scuola o uscire di casa non accompagnate da un parente maschio.  Furono vietate la musica e la televisione.  Era vietato esporre simboli di altre religioni. Fu in quel periodo che furono abbattute le gigantesche statue buddiste di Bamiyan. Nel frattempo i vari gruppi ribelli si raggrupparono nella cosiddetta “alleanza del nord”, sotto la guida di Massoud, che comprendeva esponenti delle principali etnie del paese (tagiki, uzbeki, hazara e pashtun).

La guerra tra l’Alleanza del Nord e i Talibani andò avanti  per 5 anni, con massacri da una parte e dall’altra. Tra i maggiori sostenitori del regime del Mullah Omar vi era il gruppo terroristico Al Qaeda di Osama Bin Laden, che iniziò ad effettuare attentati anche in altri paesi.

Il 9 Settembre 2001 due attentori suicidi arabi fingendosi giornalisti facevano esplodere una bomba uccidendo Massoud,  infliggendo un duro colpo all’alleanza del nord . Due giorni dopo Al Qaeda metteva in atto gli attentati terroristi alle Torri Gemelle di New York uccidendo 3000 persone.

Gli USA chiesero immediatamente al regime talebano di arrestare ed estradare Osama Bin Laden e di chiudere le basi di Al Qaeda nel paese. Di fronte al rifiuto, gli USA e i loro alleati della NATO sferrarono un’offensiva militare contro i talebani, bombardando le loro postazioni militari mentre l’Alleanza del Nord avanzava verso sud, arrivando a Kabul nel Dicembre 2001, mentre i talebani e Al Qaeda si rifugiavano in Pakistan.

Gli USA, la NATO e l’ONU cercarono di aiutare l’Alleanza del Nord a ricostruire il paese devastato dalla guerra. Nel 2002 fu convocata la Loya jirga, l’assemblea dei capi tribù del paese che nominò  Hamid Karzai nuovo presidente. Nel 2004 veniva proclamata la “Repubblica Islamica dell’Afghanistan” e approvata una nuova costituzione che istituiva un regime presidenziale.  Tuttavia i Talebani non erano stati definitivamente sconfitti e ben presto iniziarono una attività di guerriglia in vari parti del paese che continua fino ad ora.   Karzai vinse le elezioni presidenziali del 2004 e quelle del 2009, entrambe segnate da vasti brogli e irregolarità. Nel 2010 si tennero le prime elezioni parlamentari, con solo candidati formalmente indipendenti, senza la presenza dei partiti politici.

Negli anni successivi gli USA cercarono di trovare un accordo con i talebani per arrivare ad una soluzione pacifica del conflitto, in modo da poter ritirare le loro truppe, ma riuscirono solo ad inimicarsi il governo di Kabul, contrario a qualsiasi intesa diretta tra USA e talebani.  Osama Bin Laden fu ucciso dalle truppe USA in Pakistan. Il Mullah Omar morì di morte naturale nel 2013.  Tuttavia i talebani hanno mantenuto in questi anni il loro supporto tra la popolazione, anche a causa dell’inefficienza e della corruzione del governo.

Le elezioni presidenziali del 2009 avevano visto da una parte Hamid Karzai, appoggiato dalla maggioranza Pasthun, e dall’altra Abdullah Abdullah, ex ministro degli affari esteri, appoggiato soprattutto dalle varie minoranze etniche. Abdullah si era ritirato dal secondo turno, accusando Karzai di vasti brogli e si era arrivati ad un passo dalla guerra civile.  Nelle elezioni del 2014 si presentarono l’ex ministro delle finanze Ashraf Ghani e di nuovo Abdullah. Per evitare contrapposizioni etniche, entrambi nominarono un candidato vicepresidente appartenente ad una diversa etnia. Anche queste elezioni furono caratterizzate da vaste irregolarità e brogli, anche se in misura minore rispetto a quelli plateali del 2014. Ashraf Ghani sconfisse Abdullah al ballottaggio.  Per evitare una nuova crisi, si arrivò ad un accordo  che prevedeva il riconoscimento della vittoria di Ghani da parte di Abdullah, il quale in cambio veniva nominato “Presidente Esecutivo”, di fatto Primo Ministro del paese. 

Negli ultimi anni la situazione è tornata farsi difficile. I talebani continuano a controllare vaste zone del paese e la guerra civile non accenna ad attenuarsi. Nel 2018 ci sono state circa 20’000 vittime tra la popolazione civile, tra le quali circa 5000 bambini.  Gli USA mantengono circa 15’000 truppe in Afghanistan.  Trump ha annunciato più volte che gli USA intendono lasciare il paese, ma questo non fa che rafforzare il morale dei talebani, che mantengono le posizioni in attesa del ritiro delle truppe USA, per poi sferrare un attacco decisivo contro il governo centrale.

 

Nella prossima pagina, i candidati alla presidenza, infine i sondaggi elettorali.

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