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IL MAPPAMONDO – Il Brasile sceglie di rinunciare alla democrazia: ecco chi sono i colpevoli di un delitto perfetto

La mappa del voto, dove il cerchio rappresenta il candidato vincente al primo turno, le croci le regioni dove il candidato rosso o nero ha acquisito consensi particolarmente alti. Le regioni più rosse sono state quelle più popolate e al contempo più povere, le regioni delle favelas, dove Lula ha un consenso personale altissimo viste le sue non dimenticate politiche a favore della redistribuzione. Bolsonaro vince nelle regioni più ricche a Sud (anche se ottiene meno nei centri di Rio e Sao Paolo), nonché nel Roraima, non a caso al confine con il Venezuela. In Amazzonia lavoratori e imprenditori delle aziende agricole, di allevamento e di sfruttamento del territorio, hanno scelto Bolsonaro a detrimento della tutela dell’ambiente e dei diritti degli indios.

Chi è veramente Jair Bolsonaro si scoprirà nei prossimi quattro anni, il tempo di governo che gli è stato ad ora concesso. Ma l’analisi più interessante da fare è: di chi è la colpa del  – probabile, visti i presupposti – suicidio volontario della democrazia in Brasile? Escludendo, naturalmente, i protagonisti diretti, cioè Bolsonaro e il PSL, i colpevoli della morte del Brasile come pilastro democratico dei BRICS sono moltissimi (diretti e indiretti) come in un giallo alla Assassinio sull’Orient Express. Tra questi, ricordiamo:

I Brasiliani: una delle costanti che determinano la facile nascita di pulsioni totalitarie nei popoli è il cocktail crescita economica // mancata crescita culturale. Quando, a fronte di una crescita economica recente e quasi improvvisa, della nascita di un ceto medio e della maggiore redistribuzione nella società, non vi è un corrispettivo processo di maturazione socio-culturale e politico i nazionalismi fermentano. Gli esempi che si possono fare vengono da tutto il mondo, dai Paesi dell’Est Europa, al nostro italianissimo Veneto.

Michel Temer: Quello di oggi non è il funerale della democrazia brasiliana. Il funerale è iniziato da tempo, quando Michel Temer, attuale Presidente del Brasile ed ex Vicepresidente di Dilma Rousseff, tradiva la propria leader con il Movimento Democratico Brasiliano condannandola all’impeachment, in quello che lei descriveva come un colpo di Stato. Temer ha quindi dato il via, per soli due anni di potere personale, alla spirale di progressiva distruzione democratica che ha portato all’esito odierno.

La magistratura e gli apparati (anche militari): L’aver impedito con accuse spesso poco credibili, in ogni modo, la partecipazione a quello che sarebbe stato il  probabile vincitore, ha permesso al PSL di vincere contro un avversario di poca attrattiva come Haddad.

Il Partito dei Lavoratori e Lula: Sì, anche i maggiori avversari di Bolsonaro non hanno saputo fare abbastanza per contrastarne la vittoria. Oltre agli scandali di corruzione che hanno coinvolto importantissimi esponenti del partito, c’è anche la responsabilità personale di Lula, che, pur sapendo di avere contro i “poteri forti” brasiliani, per ybris non si è impegnato a scegliere per tempo un possibile successore. La concentrazione dell’amore dei Brasiliani poveri e di sinistra unicamente sulla sua persona ha fatto sì che, nel momento in cui la sua persona è venuta (com’era prevedibile) a mancare per impedimenti esterni, il PT non abbia saputo fornire un sostituto adeguato. La mancata preparazione del partito alla battaglia ha portato a un esito scontato.

Nicolas Maduro: Maduro è uno dei colpevoli “esterni” di questo esito inizialmente poco prevedibile. Maduro ha permesso l’identificazione (totalmente errata e priva di ogni fondamento, vista la crescita economica a cui hanno portato anni di presidenza Lula) del PT con la sinistra avventuriera e autoritaria venezuelana. Indi per cui i moderati, al ballottaggio, non hanno scelto di convergere su Haddad per spirito repubblicano.

I Brasiliani di sinistra: i Brasiliani di sinistra, e, comunque i Brasiliani progressisti, innamorati di Lula (così come le fasce povere brasiliane), hanno deciso al primo turno di sostenere Fernando Haddad, ritenendolo il candidato più possibilmente vincente contro il pericolo Bolsonaro. Ovviamente non è andata così, perché i moderati non si fidavano del Partito dei Lavoratori, e per contro Haddad non era Lula: avessero prediletto un profilo più socialdemocratico come quello di Ciro Gomes, forse (anche a giudicare dai sondaggi), oggi l’esito non sarebbe stato così scontato. L’attentato in campagna a Bolsonaro, poi, è stato un vero e proprio colpo di fortuna per il candidato populista.

Facebook e Twitter: la totale disponibilità delle piattaforme californiane a ospitare notizie false, odio dilagante, diffamazioni e razzismo di ogni tipo ha avuto anche in questa elezione un rilevantissimo ruolo nell’affermazione propagandistica dell’estrema destra.

Si vedrà fino a che punto Jair Bolsonaro trasformerà in fatti le sue promesse, tenuto conto che lo stesso è ben lungi dall’avere la maggioranza in Congresso (ha solo 52 deputati sulla maggioranza di 257 necessaria, ed è secondo partito dopo il PT), anche se, visti  i presupposti, non si prevede un futuro a tinte rosee per il Brasile, che rischia, questa volta davvero, di tornare indietro da dove è venuto, ai tempi di Emilio Medici e della giunta militare.

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