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IL MAPPAMONDO – In Pakistan elezioni rosso sangue, vincono l’esercito e l’islamismo

Partiti maggioritari per provincia. A Islamabad e nella regione a ridosso con l’Afghanistan vince il PTI (l’opposizione di Khan alle ingerenze americane e la vicinanza alle zone islamiste si sente), mentre nell’Est più industrializzato prevalgono il PML-N a nord (nel Punjab) e il PPP a sud (nel Sindh) zona con consistente minoranza di Muhajir, discendenti dei musulmani immigrati dall’India dopo la spartizione del 1947.  Il BAP, a tutela dei popoli del Belucistan, primeggia nella tumultuosa regione.

Per quanto Sharif non sia probabilmente un agnellino, inaspettatamente le sue accuse di longa manus all’esercito sono state condivise anche dal suo oppositore Bilawal Zardari Bhutto, il figlio di Benazir e dell’ex Presidente Zardari, giovane, bello, socialdemocratico, ma sconfitto alle elezioni. Anche Bhutto ha ritenuto l’esercito fin troppo invadente, e ha messo in guardia per lo stato della democrazia nel Paese.

Imran Khan, apparentemente un “populista buono” (nel senso che promette, insieme ad abolizione di più tasse, l’ampliamento dei diritti civili e la conservazione della democrazia) è in realtà a capo di un partito islamico, sebbene moderato, che prende i voti di certe aree del Paese che moderate non sono, ed è un ex giocatore di cricket che rischia di essere lo specchietto per allodole dell’esercito. Saprà conservare una propria autonomia?

L’invasione di campo del potere militare nella politica pakistana non promette nulla di buono, e fa arrabbiare Europa e Stati Uniti, ben consci di un certo rischio di sostegno sotto traccia (come avverrebbe, secondo molti commentatori, da tempo) di certe frange della difesa pakistana ai Talebani. In passato, lo stesso Khan aveva protestato contro i droni USA calati dall’alto sui Talebani, anche se questo è da interpretarsi più come antiamericanismo (e pacifismo nazionalista) che sostegno alla pericolosa comunità islamista afghano-pakistana.