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ISOLE SALOMONE

Si sono tenute le elezioni parlamentari nelle Isole Salomone, che hanno visto come esito un Parlamento molto frastagliato senza maggioranza.

Gli altri partiti hanno ottenuto tutti seggi inferiori al numero di 3. I seggi totali del Parlamento salomonense sono 50.

La situazione politica alle Isole Salomone è distintiva in quanto è uno dei pochi Paesi oceanici dove vige un vero multipartitismo. Accade spesso in questi Paesi, infatti, che i candidati siano tutti degli indipendenti. Qui, invece, i partiti esistono e contano.
Il premier uscente, Rick Houenipwela, appartiene al Partito dell’Alleanza Democratica, il partito che è giunto solo quarto a queste elezioni. Il primo posto è conteso dagli oppositori del Partito Kamere e da quelli del nuovo partito denominato Partito Democratico delle Isole Salomone e manca una maggioranza per formare il governo. La situazione politica è molto frastagliata, altro fatto anomalo per un Paesino insulare.  Nel Paese i governi sono molto instabili, le trame politiche e i cambi di partito li fanno durare generalmente non più di tre anni, nonostante il mandato del Parlamento sia quadriennale. Come se ciò non bastasse, le Isole Salomone hanno dovuto affrontare diversi problemi nell’ultimo periodo: oltre all’annoso dramma del riscaldamento globale e dell’innalzamento dei mari, le isole sono state sconquassate periodicamente da scosse di terremoto molto intense, che in alcuni casi hanno anche creato danni di non poco conto.
Il Governo di Houenipwela si è contraddistinto per avere diminuito le tasse alle fasce meno abbienti del Paese e, contemporaneamente, per aver tentato di abolire i privilegi (soprattutto fiscali) per i politici salomonensi. Ciò non gli ha garantito però il rinnovo della fiducia degli elettori. Il Partito Kadere, che ha ottenuto diversi seggi in più dell’ultima elezione (in cui aveva solo un parlamentare), difende le autonomie delle isole contro il potere giudicato eccessivo del governo centrale. Ce la farà a formare un governo?

Altre notizie:

  • In THAILANDIA  si sono svolte le elezioni parlamentari. Elezioni molto poco democratiche, visto che il partito della giunta militare dominata dall’autoritario Prayut Chan-o-cha ha il diritto di nominare tutti i 250 membri del Senato. L’opposizione vicina all’ex Primo Ministro fuggito dal Paese Shinawatra ha ottenuto 137 seggi, a fronte dei 116 del Partito Palang Pracharath, il partito del premier militare. Poiché i seggi della Camera ammontano a 500, e considerato che i 250 membri del Senato sono espressione dei militari, il Palang Pracharath non ha la maggioranza, ma gli manca poco. Per questo sta cercando di accordarsi con l’ex premier di centrodestra Abhisit Vejjajiva e con il suo partito Bhumjathai. Anche l’opposizione sta cercando di fare fronte comune, specialmente il primo arrivato Pheu Thai e il terzo arrivato, il partito del centrosinistra di Future Forward. Il popolare giovane leader di quest’ultimo, però, è stato fatto accusare dalla giunta di “sedizione”. Non sarà facile per l’opposizione ostacolare i piani della giunta di Chan-o-cha. 
  • La chiamano Primavera Araba, ma dovrebbe essere chiamata Primavera Africana. Ciò che è avvenuto negli ultimi giorni in ALGERIA  e in SUDAN ha dello straordinario, ma è in linea con quello che sta succedendo negli ultimi anni in tutta l’Africa, dove le dittature cadono come domino. Il tutto, completamente ignorato dai media occidentali. Dittature trentennali quelle di Abdelaziz Bouteflika, l’uomo-cadavere ridotto dalla malattia a una specie di mummia regnante, e di Omar Al Bashir, criminale internazionale ricercato dal Tribunale dell’Aja per i crimini del Darfur, che finalmente cadono con l’aiuto dell’esercito e grazie alle manifestazioni. Questo avviene spesso senza nessun appoggio internazionale: dietro Bashir c’era la Russia, che gli forniva armi, soldi e servizi segreti, i Sauditi, l’Egitto, e il dittatore non era malvisto nemmeno dall’USA e dall’UE, la quale aveva un accordo per il blocco dei migranti del Corno d’Africa. Il popolo algerino ha vinto, e il popolo sudanese ha vinto contro tutti. La seconda sfida, la più difficile, sarà quella di cambiare il sistema. Ora Bouteflika è stato sostituito da un membro del suo stesso partito Abdelkader Bensalah, fino a nuove elezioni che si terranno il 4 luglio, e Al Bashir da Ahmed Aouf, suo Ministro della Difesa accusato anch’egli di crimini in Darfur, che ha annunciato ben due anni di giunta militare prima di nuove elezioni. Un periodo troppo lungo, che i manifestanti continuano a contestare, nonostante la festa per i risultati ottenuti. A seguito delle contestazioni, Aouf si è dimesso ed è stato sostituito da Abdel Burhan, un altro militare dalla storia più pulita, che però ha reiterato l’intenzione della giunta di restare al potere due anni prima di elezioni libere e democratiche. E’ evidente che i poteri forti dei due Paesi, perso il Presidente, cerchino di mantenere almeno in parte lo status quo. Ce la faranno i manifestanti a ottenere cambiamenti non solo storici, ma anche radicali?

E’ tutto. Alla prossima elezione!

Skorpios