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Storia delle presidenziali USA, parte quinta: da Nixon a Trump, le elezioni nell’America di oggi

Siamo al 1968: dopo la presidenza Johnson, i Democratici ritengono di avere il vento in poppa, ma non hanno tenuto in conto il malcontento causato dalla guerra in Vietnam, iniziata da Kennedy e portata avanti da Johnson. La contestazione giovanile prende di mira proprio il partito “progressista” (con clamorose proteste durante la convenzione Democratica), che sembra non fare più presa sui giovani.

Ricordiamo, per chi le avesse perse, che le precedenti puntate sono reperibili ai seguenti link:

In copertina:

La vittoria di Nixon

I Repubblicani invece tornano a puntare sull’elettorato moderato, ripescando Richard Nixon. I Dem gli contrappongono il vicepresidente Hubert Humphrey, esponente della sinistra, da sempre difensore degli interessi degli agricoltori, ma che convince poco gli intellettuali e la borghesia delle grandi città dell’Est. La scelta dei Democratici, ovviamente, è condizionata anche dall’uccisione di Bob Kennedy, fratello di John, che era il più serio pretendente alla nomination, e forse l’avversario potenzialmente più ostico per i Repubblicani.

A frenare la corsa di Humphrey anche la candidatura, negli stati del Sud, di George Wallace, l’ex democratico fiero avversario delle leggi antisegregazione.

In termini di voti Nixon vince solo per 500 mila voti, ma in termini di grandi elettori domina a Ovest e nel Mid West (ai Dem restano solo Washington e Texas) e conquista anche Florida, le due Carolina e la Virginia, che da allora resterà a lungo nel campo repubblicano, e poi si impone in Illinois, Indiana, Ohio e Wisconsin. Wallace si impone in cinque stati del Sud, e ad Humphrey resta solo l’Est, oltre al suo Minnesota e al Michigan. Ai Dem vanno anche le Hawaii, mentre l’Alaska tocca ai Repubblicani: una tradizione anche questa che dura fino ai giorni nostri.

Nixon è un presidente che molti storici hanno rivalutato. La sua caduta con il Watergate non può oscurare i buoni risultati del suo governo, sia in politica estera, con un’iniziativa diplomatica che apre alla Cina, sia in economia. Moderato, alieno da ideologismi (difficilmente oggi si riconoscerebbe nel Partito repubblicano di Trump e dei Tea party), si propone come una guida sicura e centrista agli elettori, contro l’estremismo dei “sessantottini” .

Nixon: trionfo e dimissioni

Richard Nixon annuncia le sue dimissioni in diretta TV.

Nel 1972 i Democratici, dopo che è stato costretto a uscire di scena il candidato forse più competitivo, Edmund Muskie (il cui killeraggio politico sarà al centro del Watergate), gli contrappongono George McGovern, uno degli esponenti più radicali del partito, pacifista e legato, almeno ideologicamente, ai movimenti giovanili. Questa scelta conduce alla disfatta: Nixon vince a mani basse, 60% a 37%, lasciando all’avversario solo il Massachusetts e il District of Columbia.

La seconda presidenza di Nixon segna due novità assolute: per la prima volta un presidente in carica si dimette di sua volontà (in precedenza solo la morte aveva impedito il compimento del mandato), e per la prima volta sale alla Casa Bianca un Presidente mai eletto da nessuno. Nell’agosto 1974 infatti Nixon si dimette per il Watergate, e lascia il posto al vicepresidente Gerald Ford. Ford però era stato nominato da Nixon al posto del vicepresidente eletto, Spiro Agnew, costretto alle dimissioni nell’ottobre 1973 per un problema di evasione fiscale.

Ascesa e caduta di Carter

Nonostante questa mancanza di legittimità popolare (pur nel pieno rispetto della Costituzione), Ford regge dignitosamente la carica, e viene scelto come candidato repubblicano nel 1976. I Democratici fiutano la vittoria e gli contrappongono Jimmy Carter, un uomo che sintetizza la dialettica del partito: fisico nucleare, e al tempo stesso proprietario di una piantagione nella sua Georgia. Le elezioni sono molto più combattute del previsto: Carter prevale solo per due milioni di voti, e 57 Grandi elettori, recuperando tutto il Sud, Minnesota, Wisconsin, Ohio e il Nord Est, tranne i soliti Maine, Vermont, New Hampshire, Connecticut e New Jersey. I Repubblicani trionfano invece nel Midwest e nel West.

La presidenza di Carter cade in un momento difficile per gli Usa, stretti tra crisi economica, perdita di prestigio internazionale e debolezza militare, mentre l’Urss vive i suoi anni migliori prima del declino. Carter è un politico molto idealista e pieno di buone intenzioni, ma non brilla per fermezza e decisione. Sembra però poter puntare alla riconferma, quando all’orizzonte si staglia un avversario temibile: Ronald Reagan.

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