11) KENYA. I keniani eleggeranno i membri del parlamento e un nuovo presidente.. Il presidente conservatore in carica, Uhuru Kenyatta del Jubilee Party non può costituzionalmente candidarsi per un terzo mandato. Il vicepresidente William Ruto che la lasciato il Jubilee Party per creare una propria formazione politica, l’Alleanza Democratica Unita, il è il favorito per la successione. Tuttavia nella campagna elettorale peseranno le divisioni etniche del Kenya . Dall’introduzione della politica multipartitica nel 1992, le identità tribali piuttosto che le ideologie politiche hanno guidato la politica del paese. Le elezioni sono state spesso segnate da violenze etniche, come nel caso delle elezioni presidenziali del 2017 , che hanno dovuto essere ripetute per irregolarità elettorali. Dopo quell’elezione, Kenyatta fece pace con il suo storico rivale politico Raila Odinga, membro della comunità Luo che sarà il principale l’avversario di Ruto per la presidenza. Odinga, che si presenta alle elezioni presidenziali per la quinta volta consecutiva, guida il “Movimento Democratico Arancione”, di centrosinistra. Il sistema di elezioni del presidente è a due turni e, nonostante Ruto sia in vantaggio nei sondaggi su Odinga, quest’ultimo potrebbe avere l’appoggio del presidente uscente dopo la rottura con Ruto. Il Kenya rimane un alleato chiave degli Stati Uniti nell’Africa orientale mentre la regione sprofonda ulteriormente nel caos. Nonostante le numerose polemiche e le accuse di corruzione, Kenyatta è stata una figura di spicco nei tentativi di mediazione per porre fine alla guerra civile in Etiopia. Con l’avvicinarsi delle elezioni, aumentano i timori che il conflitto possa estendersi al Kenya e portare a una rinnovata crisi dei rifugiati . Gli elettori decideranno se Odinga o Ruto è nella posizione migliore per affrontarlo e se il paese può uscire illeso da quelle che promette di essere un’altra elezione controversa.
12) SLOVENIA. Doppio appuntamento elettorale per la piccola nazione della ex Jugoslavia. Il primo ministro conservatore in carica, Janez Janša, uno stretto alleato di Orbán, dovrà affrontare una sfida elettorale in primavera, a cui seguirà l’elezioni di un nuovo presidente dato che l’attuale presidente Borut Pahor non può infatti essere rieletto a causa dei limiti di mandato. Janša è tornato al governo nel marzo 2020 dopo aver messo insieme un’alleanza di quattro partiti dopo il crollo del precedente governo di centrosinistra. Ma la sua stessa coalizione ha presto iniziato a sgretolarsi con l’uscita dalla maggioranza del Partito dei pensionati (DeSUS) lo scorso dicembre. La principale rivale di Janša è Tanja Fajon, leader dei socialdemocratici sloveni (SD) e attualmente deputata al Parlamento europeo. L’SD è indietro nei sondaggi il partito populista di destra di Janša, il Partito democratico sloveno (SDS) , ma gli avversari di Janša sperano che, unendo i vari partit di opposizione di centro e di sinistra riusciranno a sconfiggerlo.
13) COSTA RICA. Il piccolo paese centroamericano dovrebbe eleggere un presidente, due vicepresidenti e tutti i 57 seggi della legislatura, come avviene ogni quattro anni . Il presidente in carica Carlos Alvarado Quesada del Partito d’azione dei cittadini (CAP) di centrosinistra non può è costituzionalmente candidarsi per un secondo mandato consecutivo. Sotto Alvarado Quesada, il Costa Rica è diventato il primo paese dell’America centrale a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso e ha fatto grandi passi avanti nella protezione dell’ambiente. Ma la pandemia ha messo a dura prova l’economia del Costa Rica, in particolare il settore del turismo. Questo, accompagnato allßaumento dellßimmigrazione da Haiti, ha fatto crollare il consenso per il governo. Tra i candidati favoriti per le elezioni ci sono l’ex presidente José María Figueres del Partito di Liberazione Nazionale (PLN) di centrosinistra, il nazionalista di destra ed il cantante cristiano evangelico Fabricio Alvarado del Partito di Restaurazione Nazionale (PRN), la ex Vicepresidente Lineth Saborío del Partito dell’Unità Sociale Cristiana Sociale (PUSC) e infine molto distaccato, il deputato José María Villalta della coalizione di sinistra Fronte Ampio.
14) BOSNIA ERZEGOVINA. Il paese si reca alle urne per eleggere due parlamenti e tre presidenti. Questa particolarità costituzionale è il risultato dell’accordo di Dayton del 1995 mediato dagli Stati Uniti, che pose fine alla guerra in Bosnia del 1992-1995. Oggi il paese è composto da due sottostati: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza bosniaca (mussulmana) e croata (cristiana), e la Republika Srpska, a maggioranza serba (ortodossa). Ogni gruppo etnico ha il proprio presidente, con i residenti della Federazione di Bosnia ed Erzegovina che votano per il presidenti bosniaco e quello croato e i residenti della Republika Srpska che eleggono il presidente serbo. Insieme, i tre formano una presidenza tripartita. La camera bassa del parlamento bosniaco, la Camera dei rappresentanti, è composta per due terzi della Federazione di Bosnia ed Erzegovina e un terzo alla Republika Srpska. Questo complesso sistema istituzionale sta iniziando pericolosamente a fratturarsi. La fonte principale della tensione è l’attuale presidente serbo-bosniaco Milorad Dodik, che vuole concedere alla Republika Srpska un grado di autonomia quasi equivalente alla secessione, inclusa la creazione di un esercito serbo-bosniaco. iil presidente serbo-bosniaco è un noto negazionista del massacro ed è famoso per i suoi commenti islamofobici ha minacciato che se le sue richieste non saranno esaudite potrebbe far boicottare le elezioni nella Republika Srpska. Sebbene nessun candidato abbia ufficialmente dichiarato la propria candidatura, si prevede che il serbo Dodik e il croato Komsic cercheranno la rielezione, mentre l’ex presidente bosniaco Bakir Izetbegovic tenterà di tornare al potere. Non è ancora chiaro se il presidente bosniaco in carica, Sefik Dzaferovic, si candiderà.
15) SERBIA. Doppio appuntamento elettorale nel 2022, quando i serbi saranno chiamati alle urne per eleggere il presidente e rinnovare il parlamento. il presidente in carica, il conservatore Aleksandar Vučić è stato la figura politica più importante in Serbia negli ultimi dieci anni, prima come Primo Ministro e poi come Presidente, ma i critici sia all’interno che all’esterno del paese lo considerano troppo dominante . Gli attivisti per i diritti umani, i diplomatici occidentali e i politici dell’opposizione lo accusano di di aver ridotto la democrazia, la libertà e lo stato di diritto nel paese. Le ultime elezioni parlamentari nel 2020 si sono tenute nel 2020, ma Vučić ha annunciato che avrebbe sciolto anticipatamente il parlamento per tenere le elezioni parlamentari assieme a quelle presidenziali, alle quali Vučić si presenta per un secondo mandato. La richiesta di elezioni anticipate sembra essere una mossa strategica di Vučić per rafforzare la legittimità del governo in carica dopo che i principali partiti di opposizione hanno boicottato il voto precedente.
16) ANGOLA. Le prossime elezioni generali in Angola sono le seconde dal ritiro nel 2017 del presidente José Eduardo dos Santos, che ha guidato il paese per trentotto anni alla guida del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA). Il successore scelto da Dos Santos per il MPLA e la presidenza, João Lourenço, sta cercando la rielezione. Nonostante l’Angola sia una repubblica presidenziale, la costituzione prevede che il presidente non sia eletto direttamente ma sia nominato dal partito con il maggior numero di seggi nell’Assemblea nazionale. L’MPLA è al potere da quando l’Angola ha ottenuto l’indipendenza dal Portogallo nel 1975. L’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (Unita), il partito avversario storico del MPLA e maggiore partito di opposizione, si è unito ad altri due partiti per formare una coalizione chiamata Fronte patriottico. Il leader dell’Unita, Adalberto Costa Júnior, è il candidato presidenziale del Fronte patriottico. Il presidente uscente Lourenço ha promesso di combattere la corruzione e la povertà e ha permesso alla magistratura di investigare diversi casi di corruzione di alti dirigenti del partito, inclusi quelli che coinvolgono membri della famiglia dos Santos. Tuttavia, l’Angola è impantanata in una prolungata recessione e l’economia continua a dipendere dalle esportazioni di petrolio.
17) MALI. Sebbene il paese sia ufficialmente diventato una democrazia nel 1991, è sempre stato uno stato fragile, situato in quella che è conosciuta come la ” cintura del colpo di stato ” dell’Africa occidentale. L’uomo forte del paese, il colonnello Assimi Goïta ha organizzato due colpi di stato nel giro di nove mesi, prima nell’agosto del 2020 contro l’allora presente Ibrahim Boubacar Keita e poi nel maggio 2021 contro il presidente di transizione Bah Ndaw, permettendo ad Assimi Goïta di proclamarsi presidente pro-tempore, promettendo di indire nuove elezioni presidenziali entro la fine del 2022. Il Mali è una repubblica semi-presidenziale sul modello francese, con un sistema di voto a due turni per eleggere sia il presidente che i membri del parlamento. Qualunque sia il risultato, le elezioni faranno ben poco per alleviare l’instabilità nel paese, la cui alla disfunzione politica cronica si aggiunge un’insurrezione terrorista islamica nel nord del paese, un boom demografico e il peggioramento delle condizioni ambientali causate dal cambiamento climatico.
18) TUNISIA. Il paese che per anni è stato considerato l’unico successo della Primavera Araba del 2011 rischia di trasformarsi nnuovamente in un regime autoritario. L’attuale presidente Kais Saied, forte della sua popolarità sta infatti demolendo le istituzioni democratiche del Paese. Nel luglio scorso Saied, approfittando del malcontento popolare legato alla crisi economica, ha destituito il primo ministro e sospeso il parlamento a tempo indefinito in quello che è stato definito come un colpo di stato costituzionale. Saied ha poi nominato una donna, Najla Bouden, ingegnere e docente universitaria, come primo ministro, prima donna a capo di governo di un paese arabo. il presidente vuole anche apportare pesanti modifiche alla costituzione democratica del 2014, da far approvare con un referendum da tenere il prossimo luglio, a cui seguiranno elezioni parlamentari. I principali partiti politici del paese sono decisamente impopolari ed è possibile che Saied, che è stato eletto come indipendente, favorisca la creazione di un partito di suoi sostenitori, che probabilmente otterrebbe la maggioranza assoluta nel nuovo parlamento.
19) INDIA. Sebbene le elezioni generali in India non si terranno prima del 2024, le elezioni regionali del prossimo anno in sette stati federali indicheranno lo stato di salute del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (BJP) al potere. Con oltre 200 milioni di abitanti, lo stato più popoloso dell’India, l’Uttar Pradesh, si recherà alle urne all’inizio del 2022. Sede del collegio elettorale del primo ministro populista di destra Narenda Modi, lo stato fa parte dell’Hindi Belt dell’India settentrionale e un indicatore chiave della popolarità del BJP, che lo governa dal 2017. Gli agricoltori dell’Uttar Pradesh sono stati una forza trainante dietro le proteste dell’anno scorso che hanno costretto Modi ad abrogare le leggi di riforma agricola. Modi aveva sostenuto che le leggi, volte ad aprire i mercati agricoli indiani a una maggiore partecipazione delle imprese, avrebbero aumentato i redditi degli agricoltori. La retromarcia del Primo Ministro suggerise che il BJP è in ansia per le elezioni dell’assemblea statale, che saranno inevitabilmente lette come un referendum di medio termine sul governo di Modi.
20) IRLANDA DEL NORD. La Brexit ha causato un terremoto nel già fragile panorama politico locale. Il leader del Partito Unionista Democratico (DUP) Jeffrey Donaldson ha minacciato di ritirarsi dal governo di “grande coalizione” della regione e a causa della disputa in corso tra il Regno Unito e l’UE sugli accordi commerciali post-Brexit per l’Irlanda del Nord. Il cosiddetto protocollo dell’Irlanda del Nord mira a mantenere l’integrità del mercato unico dell’UE dopo la Brexit, evitando al contempo un confine duro politicamente sensibile tra l’Irlanda del Nord, parte del Regno Unito, e la Repubblica d’Irlanda, paese membro dell’UE. Londra e Bruxelles continuano a litigare sul funzionamento del protocollo tra polemiche politiche in Irlanda del Nord e lamentele dei commercianti nel Regno Unito sulle sue regole. Dublino ha espresso preoccupazione che il prossimo voto dell’Irlanda del Nord potrebbe essenzialmente diventare un referendum sul protocollo. Il partito di sinistra nazionalista irlandese Sinn Féin dovrebbe fare bene alle elezioni dell’Assemblea dell’Irlanda del Nord, potenzialmente sostituendo il DUP come il più grande partito della regione, e quindi sollevando preoccupazione tra gli unionisti. Considerando che il Sinn Fein è il primo partito anche nella Repubblica d’Irlanda, la prospettiva di un’Irlanda unita, a lungo propagandata dallo Sinn Féin non sembra più inverosimile.
Nella prossima pagina l’elenco cronologico preliminare delle più importanti elezioni previste nel 2020.
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