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IL MAPPAMONDO – In Kirghizistan, l’esperimento democratico di Putin, vince il caos

KIRGHIZISTAN

 

Si sono tenute in data 4 ottobre le elezioni parlamentari nella Repubblica del Kirghizistan.
Elezioni che, come avviene in molti casi non avrebbero di certo attirato le attenzioni della stampa generalista, se non fosse per quello che sta accadendo a seguito del loro svolgimento, come si vedrà a breve.

Il tasso di partecipazione si è attestato al 56,5%, in calo di poco più di 2 punti dal 2016. Come si evince dalla tabella, i Socialdemocratici non arrivano nemmeno al 4% (per la precisione al 2,2). Ma, a causa della soglia nazionale di sbarramento molto alta (7%), tutti i partiti di opposizione tranne Kirghizistan Unito non entrano nel Consiglio Supremo.

I risultati ufficiali hanno visto vincitore il partito socialdemocratico “Unità” di Marata Amankulov, quasi appaiato con il partito di centro-destra “Kirghizistan Patria Mia” (MK), finanziato dal miliardario Rayimbek Matraimov.
Entrambi i partiti sono nuove formazioni politiche vicine alla Presidenza del potente Sooronbay Jeenbekov: nonostante, difatti, il Kirghizistan sia una repubblica parlamentare relativamente democratica a seguito della Rivoluzione dei Tulipani e la cacciata dell’ex dittatore Kurmanbek Bakyev, la corruzione e il clientelismo sono diffusi e il Presidente ha un ruolo de facto molto forte sull’esecutivo, fino alle elezioni retto dal Primo Ministro tecnico Kubatbek Boronov. Jeenbekov, ex Primo Ministro, è infatti diventato Presidente nel 2017, e, pur proveniente come lui dal Partito Socialdemocratico del Kyrgyzstan, è divenuto il principale rivale politico di Almazbek Atambayev, grande leader nonché più importante Primo Ministro della nuova repubblica chirghisa post-Bakyev.  Almazbek Atambayev è finito in arresto nel 2019 per corruzione e perché accusato di complottare per salire al Governo con un colpo di Stato.

Per ogni approfondimento sulla storia politica contemporanea del Kirghizistan e per avere maggiore chiarezza su queste intricate vicende politiche, si rimanda allo specifico post della rubrica “Il Giramondo” già pubblicato da questo blog. 

Jeenbekov si è quindi creato delle formazioni “ad hoc” per vincere le elezioni, con un movimento politico socialdemocratico in opposizione a quello di Atambayev, che si è presentato – indirettamente – con il nome de I Socialdemocratici.

Primo partito per circoscrizione elettorale. Le aree più densamente popolate hanno scelto il filo-presidenziale e filo-governativo Unità (tranne Bishkek che si è mantenuta sul partito centrista).Nelle aree meno popolate dove vivono comunità semi-nomadi ha fatto incetta di voti il partito molto finanziato e molto pubblicizzato di Kirghizistan Patria Mia.

I risultati sono stati impietosi per Atambayev, che ha ottenuto poco più del 2%. Un vero e proprio smacco, che unito al quasi 50% delle due formazioni filo-presidenziali (a cui si aggiunge anche il buon risultato dei centristi sempre filo-governativi del partito Kyrgyzstan), si è tramutato in rabbia.
Naturalmente, molti partiti sono stati accusati di compravendita di voti e di pressioni anche violente sui giornalisti (ma questa non è una novità in un sistema democratico limitato, che deve avere sempre il placet del regime russo); inoltre, in generale il sistema viene criticato per la forte sproporzione tra le possibilità divergenti tra i partiti aventi alle spalle grandi finanziatori e i piccoli (ma questo avviene nella maggior parte delle democrazie occidentali).

I Socialdemocratici e le formazioni di sinistra non hanno accettato la sconfitta elettorale e hanno ispirato proteste violente in tutto il Paese con l’obiettivo, stavolta dichiarato, di abbattere il governo di Boronov e la Presidenza di Jeenbekov con la forza. Hanno quindi fatto irruzione nelle prigioni di Bishkek, e hanno liberato Atambayev che però, nella giornata di oggi 11 ottobre, è stato nuovamente catturato dalle autorità. La situazione odierna è quindi caratterizzata dal più completo caos.
Per cercare di tranquillizzare i manifestanti, Jeenbekov ha chiesto a Kubatbek Boronov di dimettersi, e lo ha sostituito con Sadyr Japarov, del piccolo partito de I Patriottici (Mekenchil), nazionalconservatori  di destra all’opposizione del governo uscente ma al contempo non direttamente collegati alla sinistra filo-Atambayev. Anche Japarov aveva dei precedenti con la giustizia non da poco, essendo accusato di aver preso in ostaggio di un funzionario del governo nel 2013.
Il problema è che Japarov non ha consenso in parlamento, né tra la maggioranza, né tra l’opposizione vicina ad Atambayev.
Ed infatti le proteste dell’opposizione sono proseguite, costringendo Jeenbekov a ripararsi in un bunker e a concedere le proprie dimissioni una volta che il governo sarà entrato in carica. Gli scontri si sono quindi sviluppati tra i sostenitori di Atambayev e quelli di Japarov. Non è chiaro se e quando saranno tenute nuove elezioni, dopo che ben 12 partiti di opposizione hanno votato per annullare queste ultime.

La Russia, madre e padrona del Kirghizistan, sta a guardare, presa alla sprovvista come ormai troppe volte di recente. Dopo la Bielorussia, l’Armenia e l’Azerbaijan, un altro dei Paesi fedelissimi le scoppia tra le mani. Questa volta l’esplosione riguarda uno dei rari esperimenti “democratici” di Mosca, Paesi a cui a seguito di rivoluzioni di piazza è stato consentito il multipartitismo ma sempre con un limite ben preciso: i partiti vincitori di ogni elezione devono sempre conservare un’inelubile ed inevitabile vicinanza alla madre Russia.
Sembra infatti che il voler tentare di affacciarsi a nuove realtà, come quella del Medio Oriente, quella africana e anche quella europea, abbia portato Mosca a distrarsi dal suo “giardino di casa”, con conseguenze ben visibili. Certo, il caos chirghiso avrà riflessi: in primis sulla Bielorussia, dove il mutamento di regime a questo punto sarà percepito come un’opzione molto più sfavorevole e rischiosa (con un possibile rafforzamento della posizione di Lukashenko).


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