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IL MAPPAMONDO – In Romania prevedibile e facile riconferma di Iohannis, i socialdemocratici al palo. Maurizio, paradiso della sinistra

di Skorpios

ROMANIA

In Romania si sono svolte le elezioni presidenziali. Vincitore, al ballottaggio, ne è risultato il Presidente uscente Klaus Iohannis, del partito di centro-destra Partito Nazionale Liberale.

 

 

L’affluenza, al 51,1% al primo turno, ha subito un eloquente aumento al secondo turno, arrivando intorno al 54%. Comunque un crollo di dieci punti rispetto al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2014, in cui Iohannis sfidava il socialdemocratico, molto più popolare, Victor Ponta.

Sconfitta Viorica Dancila, ex Primo Ministro socialdemocratico del governo recentemente sfiduciato, in virtù di un ribaltone che ha portato al potere l’odierno Primo Ministro Ludovic Orban, dello stesso partito del Presidente. La Romania è una repubblica semipresidenziale, e il Presidente ha un notevole potere. Tuttavia, fino a questo autunno, Iohannis aveva visto le sue promesse di rendere il Paese più liberale e meno incline alla corruzione infrangersi dinanzi alla realtà che vedeva, al Governo, il partito rivale dei Socialdemocratici rumeni, i quali di certo non sono sempre stati al di sopra di ogni sospetto in quanto a trasparenza e onestà. Le inchieste non hanno mai sfiorato Dancila, ma il leader del partito Liviu Dragnea, prima segretario e poi presidente fino al maggio del 2019, è stato coinvolto in più e in più capi di accusa in occasioni diverse.

Primo arrivato per contea. Normalmente i socialdemocratici perdono a Bucarest, sui Carpazi e in Transilvania, e vincono a Est, in Moldova e in Dobrogea, e in Valacchia. Questa volta perfino sulle coste del Mar Nero e sul confine moldavo i socialdemocratici sono usciti sconfitti, mentre resistono (soprattutto al primo turno, segnalato nella cartina con il cerchietto) solo in Valacchia.

Il PSD, nonostante formalmente socialdemocratico, è un partito molto conservatore (suo l’appoggio principale al referendum fallito per inserire in Costituzione la definizione di famiglia come composta da uomo e donna)  e guarda con simpatia persino al Fidesz di Orban.

Iohannis vince facilmente e senza problemi. L’aumento dell’affluenza fa capire come gli elettori dei numerosi partiti liberali presenti in Romania si siano uniti per impedire un recupero dei socialdemocratici. C’è chi dice che questa vittoria sia anche una vittoria per l’europeismo nel Paese e per la lotta alla corruzione, di cui i Rumeni sono – come si è visto durante le numerose manifestazioni di piazza contro i recenti governi socialdemocratici – arcistufi. Ma riusciranno i partiti di centro-destra, e avranno la volontà politica, di implementare una vera politica di trasparenza e anticorruzione? Una politica volta al cambiamento in un Paese con le ottime potenzialità che derivano dalla crescita economica impetuosa (il 5% negli ultimi anni), dovuta anche alla partecipazione alla compagine europea?

MAURIZIO

Si sono svolte le elezioni parlamentari nella Repubblica dell’Isola Maurizio. Vincitore ne è risultato, sebbene con un leggero calo in termini di seggi e voti, il premier uscente Navind Jugnauth, di centrosinistra.

La Repubblica dell’Isola Maurizio (che in realtà è un arcipelago, e questo porta molti a confondersi utilizzando il plurale), è un vero paradiso per la sinistra. I tre partiti principali si rifanno a valori socialdemocratici o socialisti, ma, recentemente, i laburisti hanno formato un’alleanza, denominata Alleanza Nazionale, insieme ai liberalconservatori del Partito Socialdemocratico Mauriziano – che non è un partito socialdemocratico, ma è piuttosto di centrodestra e filo-francese. Del resto, i legami con la Francia sono ancora forti e si sentono in un Paese che, per quanto insulare, ha un numero di abitanti in termini relativi ragguardevole (circa 1,3 milioni). Di Maurizio faranno presto parte anche le Isole Chagos, l’arcipelago sito a metà strada tra le Maldive e le isole africane, in mezzo all’Oceano Indiano. Dopo una disputa territoriale con il Regno Unito durata decenni, i britannici sono stati costretti a subire la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia e la conseguente risoluzione dell’Assemblea Generale ONU che hanno visto confutare la loro sovranità. Le Chagos dovranno tornare mauriziane entro fine gennaio.

L’affluenza, al 77%, ha subito un aumento di ben tre punti dalle elezioni del 2014. Altri partiti che hanno ottenuto seggi sono gli autonomisti dell’Isola di Rodrigues, con due seggi.

Una pratica conclusa brillantemente dal premier Jugnauth, che è stato riconfermato (la maggioranza è a 33 seggi), ma che ha perso comunque qualche voto e seggio. Ciò nonostante l’importante crescita economica (circa il 3,7% annuo) di cui il Paese ha goduto durante il suo periodo di governo. A questo, si sono aggiunte molte riforme orientate a sinistra: una riforma del Codice del Lavoro  volta alla protezione dei lavoratori; più diritti ai pensionati; l’aumento del salario minimo. Il governo di Jugnauth è stato però coinvolto in numerose accuse di corruzione. Ma soprattutto, le più acri proteste dell’opposizione sono giunte in virtù del fatto che prima di Pravind, c’era Anerood, suo padre. Una gestione familiare degli affari di Stato che, accusa Rangoolam – anche lui ex Primo Ministro, per ben nove anni – dall’opposizione, è pericolosa per la democrazia mauriziana.
Un altro dato da notare è il risultato negativo del Movimento Mauriziano Militante, un tempo alleato ai laburisti, partito socialista, femminista, progressista, guidato dal passionario Paul Berenger. La polarizzazione del voto pro o contro Jugnauth (posizione che ha comunque ottenuto la sua buona percentuale di voti) non ha aiutato.
In fase di campagna elettorale ha fatto molto discutere la protesta di alcuni candidati contro il sistema “comunitario”, che prevede che al momento della candidatura si debba obbligatoriamente indicare la propria etnia: sinomauriziana; indiana (sono molti di etnia indiana a Maurizio); musulmana; generale (i generali sono bianchi di origine francese o neri africani non musulmani). La Corte Costituzionale, però, ha respinto i ricorsi di chi si oppone al sistema, che rimane quindi strettamente comunitario. Comunità che, comunque, vivono relativamente in pace e armonia.

Altre notizie:

– URUGUAY Alle secondo turno delle elezioni presidenziali, sorprendentemente, il candidato di centrodestra Luis Lacalle ha sorpassato il candidato della sinistra uruguayana, favorito al primo turno,  Daniel Martinez. Il sorpasso è stato talmente minimo da portare la Commissione Elettorale a ritardare la proclamazione del vincitore alla fine di questa settimana, solo dopo il riconteggio delle schede. Ad oggi, i due candidati sono separati da circa 30mila voti.
– In GUINEA BISSAU è andata male al Presidente uscente José Mario Vaz: scaricato dal partito, i socialisti da (quasi) sempre al potere nel Paese, è finito terzo. Elezioni fin troppo democratiche, si direbbe. Al ballottaggio vanno Domigons Pereira (il candidato dei socialisti) e l’oppositore Umaro Embalò.

Alla prossima elezione!

Skorpios

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