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IL MAPPAMONDO – In Ucraina vince un “grillino” dell’est: la situazione è grave ma poco seria

UCRAINA

Si è tenuto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina: scontatissimo vincitore ne è risultato, come pronosticato da tutti i sondaggi, Volodymyr Zelensky , che ha vinto con più del 70% dei voti. E’ stato così battuto il Presidente uscente Petro Poroshenko, che quindi ha l’obbligo di passare la mano a un personaggio che, fino al momento della candidatura, di mestiere faceva l’attore comico.

L’affluenza si è attestata al 62,9 al primo turno e al 62,1 al secondo, in rialzo rispetto alla tornata precedente (60,2-59,5), che pure era la tornata che seguiva all’Euromaidan.

Le elezioni si sono tenute nel duro clima che contraddistingue l’Ucraina di questi anni. Il clima di contrapposizione è tra la voglia d’Europa e di libertà e l’allerta perenne nei confronti della Russia. Un clima in cui una Regione considerata parte del Paese, la Crimea, di fatto sotto autorità russa, non ha potuto votare, così come le aree controllate dallo Stato de facto della Novorussia a Donetsk e a Luhansk. Un clima in cui i candidati si dividevano tra essere fortemente anti-Putin (la maggior parte), ed espressione probabile di Putin, (Yuriy Boyko, che ha preso voti non a caso soprattutto ad est). E in cui ha vinto un candidato che non era nessuna delle due cose.

Sì, perché l’aspetto principale di Volodymyr Zelensky, che contribuisce a spiegare la sua elezione, non è solo la sua estrema ed esasperata mediaticità, la buffonaggine che diventa protagonista della democrazia, il teatro come criterio di elezione (cose in cui in Italia siamo sempre stati antesignani), ma anche il suo equilibrismo, criticato da entrambe le parti, sui rapporti con la Russia. Zelensky è stato chiamato filo-russo dagli anti-russi, e anti-russo dai filo-russi. In realtà, egli sceglie di non prendere posizione,  o meglio: parteggia espressamente per l’europeismo e per la NATO e rifiuta le aspirazioni di Putin (aveva partecipato all’Euromaidan in prima persona), ma sceglie un approccio morbido sostenendo che il Paese deve trovare un compromesso con la Russia per superare la questione. Questo equilibrismo – addirittura propone un referendum sugli accordi con la Russia – , quest’idea di politica estera soft che si contrappone a una politica mediatica molto hard,  che fa un po’ contenti tutti (e scontenti molti), ha pagato. Ma ora Zelensky dovrà prendere delle decisioni. Certamente, a Putin è andata molto meglio con lui che con i mordaci anti-russi Poroshenko, e, soprattutto, la pasionaria Tymoshenko, uscita dal carcere doveva l’aveva confinata l’uomo dei Russi Yanukovich, ma giunta solo terza. Risultati ridicoli, invece, per Svoboda, la formazione di estrema destra neofascista, che prende poco più dell’1%; un dato che contraddice ancora una volta il complottismo rosso/bruno anti-ucraino che serpeggia online (anche grazie alla propaganda di Mosca) e che vede l”Ucraina come un “Paese fascista” che ha osato ribellarsi, in virtù del nazionalismo di un’estrema destra troppo potente, alla “democratica” Russia.

Il vincitore del maggior numero di distretti per oblast; i pallini rappresentano i vincitori al primo turno. Come si può notare, l‘equilibrismo catch-all di Zelensky gli ha fatto ottenere, anche geograficamente, sia i voti degli oblast tradizionalmente filo-russi (Donetsk-Luhansk-Odessa) in virtù di una maggiore presenza di minoranze russe, sia i voti degli oblast che avevano votato per la Tymoshenko. Il mancato travaso di voti dai liberalconservatori europeisti a Poroshenko si può notare anche nei numeri di cui alla tabella sopra riportata. Un risultato che ha evidenziato ancora una volta come il populismo e la mancanza di una posizione definita, molte volte, paghino. Poroshenko rimane forte solo negli oblast a confine con l’antirussa Polonia, e nel centro di Kyev (dove comunque le periferie fanno prevalere Zelensky).

Per il resto le posizioni del partito di Zelensky, Servitori del Popolo (già il nome dice tutto), sono effettivamente quelle di un partito populista alla Movimento 5 Stelle: più democrazia diretta e uso dei referendum, anticorruzione, retorica giustizialista (“almeno lui non ruba” dicevano gli elettori di Zelensky ai seggi), equilibrismo su aspetti chiave, lotta all’immunità, forse un maggior libertarismo e un maggior europeismo.
Allo stesso modo, quello che lo distingue dai 5 Stelle italiani è la politica economica che propone, maggiormente spostata a destra (flat tax a percentuali ridicole e condono fiscale). Certo il suo futuro governo potrebbe andare d’accordo con il nostro.

Riuscirà il comico a mantenere il consenso, a rendere effettive le promesse altisonanti, a non compromettere la stabilità del Paese che vive sotto la costante minaccia di un orso gigante e aggressivo? I toni populisti saranno calmierati dopo le elezioni? Staremo a vedere.

Altre notizie:

– Mentre altri Paesi dell’Africa araba (Algeria e Sudan) si liberano di dittature decennali, e mentre in un altro Paese (Libia) si combatte una lotta all’ultimo sangue (suffragata da potenze straniere) che è anche una lotta tra democrazia e aspiranti rais, in EGITTO il maggior ritorno alla stabilità si unisce ad un restringimento delle maglie del potere. Al Sisi non ha portato quello che aveva promesso: un autoritarismo in cambio di una laicità maggiore di quella che, nel Paese, potevano garantire i Fratelli Musulmani (democraticamente eletti e poi vittime di un colpo di Stato). In realtà la politica egiziana è sempre più estremista e condizionata dalla religione oltre che dal nazionalismo  (con i media totalmente censurati, anche quando si parla di soap opera), e in tutto questo non c’è più spazio per il libero pensiero. Esiste solo Al Sisi. Che, con un referendum dall’esito scontato, si è ieri garantito di poter rimanere al potere fino al 2030; tutto ciò con un’estensione a sei anni del mandato presidenziale e la possibilità di non tenere conto dei precedenti, con retroattività per il mandato in itinere. Quindi, se questo mandato , iniziato nel 2018, terminerà nel 2024, un nuovo mandato potrà terminare nel 2030. Un futuro lontano, ma che Al Sisi cerca in tutti i modi di assicurarsi, per tenere un intero Paese, per decenni, sotto i suoi piedi.

Per questa settimana è tutto.

Alla prossima elezione!

Skorpios