Nel luglio 1995 le truppe serbo-bosniache agli ordini del generale Ratko Mladic e sotto la responsabilità politica di Radovan Karadzic arrivarono a circondare l’enclave musulmana di Srebrenica (a quel tempo zona sicurezza dell’ONU sotto egidia olandese). Non si sa se per negligenza, superficialità o sottovalutazione da parte olandese (una sentenza del luglio 2019 da parte della Corte dell’Aja riconosce la “responsabilità parziale e limitata” da parte dell’Olanda per la morte di 350 bosniaci musulmani), ma la città fu completamente consegnata nelle mani delle truppe del “macellaio Mladic” il quale procedette con furia chirurgica alla pulizia etnica della popolazione musulmana (principalmente uomini e ragazzi). Il bilancio finale parlò del forse più grande genocidio dalla Seconda Guerra Mondiale in poi:
8372 morti;
47632 sfollati;
2500 prigionieri
Nel marzo 2016 Radovan Karadzic fu condannato a 40 anni di reclusione in primo grado dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia per genocidio (a Srebrenica), crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante l’assedio di Sarajevo, il massacro di Srebrenica e le altre campagne di pulizia etnica contro i civili non serbi durante la guerra in Bosnia.
Nel marzo 2019 la pena è stata commutata in ergastolo in appello.
Stessa sorte toccò a Ratko Mladic il 22 novembre 2017, sempre per genocidio, crimini contro l’umanità e di guerra.
Un mese dopo furono i serbi dell’autoproclamata Repubblica Serba di Krajina in Croazia a subire un massacro simile a quello di Srebrenica (anche se per l’Aja non fu genocidio), venendo cacciati dalle loro case dall’Esercito Croato guidato dal generale Ante Gotovina, col supporto militare delle forze bosniache dell’Armata della Bosnia ed Erzegovina. L’operazione venne denominata “Operazione Tempesta” (in croato Operacija Oluja).
Si calcola in 2000-3000 serbi uccisi e in 250.000 profughi dalla Krajina. Dopo 15 anni dal conflitto, un considerevole numero di fuggitivi dalla Croazia, vivono in totale povertà e ancora nello status di profughi.
Con colpevole ritardo, finalmente si mosse anche la NATO che su mandato ONU iniziò i bombardamenti a tappetto su tutta la Repubblica Serba (Operazione Deliberate Force a seguito dell’ennesimo bombardamento serbo sul mercato cittadino di Piazza Markale a Sarajevo), il che permise di allentare il soffocante assedio in corso sulla capitale bosniaca dal 5 aprile 1992. Il 14 settembre 1995 gli attacchi aerei della NATO furono sospesi per consentire l’attuazione di un accordo con i serbo-bosniaci per il ritiro delle armi pesanti intorno a Sarajevo.
Il 26 settembre 1995 fu raggiunto un primo accordo di pace tra i ministri degli esteri della Croazia, della Bosnia ed Erzegovina e della Repubblica Federale di Jugoslavia (ridotta a Serbia+Montenegro+Kosovo dopo le dichiarazioni di indipendenza slovene, croate e bosniache).
il 12 ottobre entrò in vigore un cessate il fuoco di 60 giorni che portò il 21 novembre 1995 a firmare l’Accordo di Dayton, fine ufficiale della gara formalizzato però il 14 dicembre dello stesso anno a Parigi.
Dopo l’Accordo di Dayton, la NATO compose una Forza di Attuazione (IFOR) in Bosnia. Essa fu distribuita al fine di far rispettare la pace, così come altre attività quali la fornitura di supporto per l’aiuto umanitario e politico, la ricostruzione, fornendo supporto per i civili sfollati per tornare alle loro case, la raccolta di armi e mine e ordigni inesplosi.
Perdite umane
Sono varie le statistiche sulle perdite di questo conflitto, riportiamo quelle di due istituti (ICTY e Centro di documentazione di Sarajevo):
ICTY
Centro di documentazione di Sarajev
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