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 ECUADOR   

Il 19 febbraio si è tenuto il primo turno delle Elezioni Presidenziali in Ecuador. Il socialista Lenin Moreno è in vantaggio, ma non è riuscito a raggiungere il quorum necessario per evitare il ballottaggio.

Dopo due mandati di Presidenza del socialista, da alcuni accusato di essere populista, Rafael Correa, il Paese sudamericano ha la possibilità di cambiare verso. La maggioranza relativa, tuttavia, ha votato per la continuità, e cioè per il socialista Moreno, che ha il nome dell’idolo del padre, Vladimir Lenin. Moreno, manager di alto livello nel settore industriale, è disabile dal 1998, quando dei rapinatori gli spararono alla schiena nonostante lo stesso avesse loro offerto tutto ciò che aveva.

Malgrado il dramma che lo ha colpito, Moreno è un inguaribile ottimista: ha infatti creato un’associazione, Eventa, che promuove la “filosofia del buonumore”. Una volta al Governo di Correa, nella funzione di Vicepresidente, ha promosso riforme per migliorare la qualità di vita dei disabili nel Paese.
Tuttavia, secondo i critici la vittoria di Moreno potrebbe significare continuità rispetto al governo di Correa anche in altri sensi: numerosi attacchi ai media, amicizia col Venezuela e la Cina (nuovo partner dell’Ecuador nella vendita del petrolio) e pessime relazioni con Colombia (in seguito a un incidente militare del 2008) e Stati Uniti (si ricordi che l’Ecuador ospita e protegge nella sua Ambasciata londinese Julian Assange). Correa ha anche modificato la Costituzione, nel 2008, incrementando fortemente il potere di intervento dello Stato sull’economia, oltre ad aver quasi fronteggiato, nel 2010, quello da lui stesso definito “un tentativo di colpo di Stato” da parte della polizia.

Moreno non è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta dei voti né a vincere al primo turno, come aveva fatto Correa nel 2013. Secondo la legge elettorale ecuadoriana, vince al primo turno il candidato che ottiene almeno il 40% dei voti, con il 10% di distacco dal candidato successivo. Probabilmente, le proteste del 2015 contro le tasse di successione introdotte dal Governo hanno creato un eco di cui ancora oggi si sentono gli effetti. A causa della degenerazione del rapporto con gli USA, le vendite del petrolio (di cui gli Americani erano grandi acquirenti), sono calate, con conseguente declino economico per il Paese durante il terzo mandato del Presidente.  La campagna è poi stata dominata dalle inchieste per corruzione nei confronti del suo candidato Vice-presidente, Jorge Glas.

Contro Moreno, arriva al secondo posto Guillermo Lasso, banchiere di centrodestra che promette di creare “un milione di posti di lavoro”. Lasso, precedentemente avversario di Correa, sarà sostenuto dalla terza arrivata, la conservatrice e battagliera Cynthia Viteri. Pertanto le sue possibilità di vincere aumentano, e non di poco. I pochi sondaggi infatti lo danno per ora vincente al secondo turno.

Il voto, che ha visto un’affluenza molto alta (81% circa degli aventi diritto) è stato così distribuito:

In rosso, le aree dove ha prevalso il socialista Moreno (Costa e parte della Sierra). In azzurro, dove è arrivato primo il centrodestra di Lasso (zona interna della Sierra, Oriente e le Isole Galapagos). Segnalata con contorno rosso è la provincia di Napo, l’unica dove nel 2013 non aveva trionfato Rafael Correa.

Si può notare una netta divisione tra le zone costiere, proMoreno (Costa e Sierra) e le zone interne (Oriente) verso la Foresta Amazzonica, più a favore del candidato di centro-destra. Nel 2013 tutte le regioni avevano votato per Correa, eccetto la provincia di Napo. Tale suddivisione è dovuta probabilmente anche al fatto che in Oriente i minatori sono stati penalizzati dalle concessioni minerarie al neopartner cinese da parte del Governo. Un rapporto che quindi ha creato più guai che benefici.

Il 2 aprile si svolgerà il ballottaggio. Si vedrà, quindi, se in Ecuador continuerà quella chiamata da Moreno “la Rivoluzione”, oppure se anch’esso si allineerà ai trend di questa seconda parte del decennio, che ha già visto cadere le sinistre sudamericane  con le elezioni in Argentina, e con un impeachment (per alcuni osservatori un colpo di Stato) in Brasile.

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