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TEXAS, LA VITTORIA (EFFIMERA?) DI TRUMP

Di: Andrea Cicciomessere

Nella giornata di martedì 26 maggio in Texas si è tenuto il ballottaggio per il candidato Repubblicano al seggio senatoriale federale in palio alle prossime elezioni di “midterm”, a novembre. I candidati erano il Senatore uscente John Cornyn, che si candidava per un quinto mandato, e il Procuratore Generale del Texas Ken Paxton.

Pur essendo passati 2 mesi dal primo turno, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aspettato fino all’ultima settimana per dichiarare il suo appoggio (endorsement) ad uno dei due candidati: l’ha fatto il 19 maggio, 7 giorni prima del ballottaggio. Non è la prima volta che Trump sostiene pubblicamente Paxton: l’aveva già fatto nel 2018, durante il suo primo mandato, quando chiese ai Texani di votarlo per la sua rielezione a Procuratore Generale dello Stato.

Paxton è un candidato molto discusso a livello Statale, sia per le sue posizioni politiche che per le sue condotte, pubbliche e private. E’ fautore della teoria (senza fondamento) che Trump abbia vinto le elezioni del 2020 contro Biden mentre all’inzio del suo mandato da Procuratore Generale è stato incriminato per frode (ha patteggiato nel 2025). Inoltre, Paxton nel 2023 è riuscito a salvarsi da un impeachment da parte del Parlamento Statale. Se la Camera Texana ha votato per la sua incriminazione e, di conseguenza, rimozione dal ruolo ricoperto (60 degli 85 deputati Repubblicani votarono contro di lui), è stato poi il Senato a rigettare le accuse contro di lui. Nel 2025, invece, è diventato di dominio pubblico il suo divorzio dalla moglie Angela, che ha dichiarato via social la separazione “per motivi biblici”, dopo la scoperta di una relazione extraconiugale.

Pur essendo un candidato discusso, Paxton non ha mai perso un’elezione, interna al Partito Repubblicano o generale. La sua carriera politica è iniziata nel 2002 e da allora non ha mai conosciuto una sconfitta.

La vittoria di Paxton di pochi giorni fa ribadisce una volta di più l’influenza e il potere che ha Trump all’interno del Partito Repubblicano, che il Presidente sta utilizzando per sconfiggere gli avversari politici -anche del suo stesso partito- che l’hanno sfidato in passato o che non sono completamente allineati alle sue idee politiche.

Kentucky, Georgia, Lousiana, Indiana sono alcuni degli Stati dove Trump è riuscito a far vincere i suoi candidati alle primarie Repubblicane. Ad esempio, a inizio maggio in Indiana su sette Senatori Statali uscenti che negli scorsi anni si erano opposti al ridisegno dei distretti locali, solo uno è stato confermato alle primarie; tutti e sette sono stati apertamente sfidati da Trump e cinque di loro non sono riusciti a vincere la sfida interna al GOP; una di queste non è ancora stata confermata, dato che al momento in cui scriviamo nel 23° distretto il Senatore uscente è avanti di 3 voti, su più di 12.500 espressi, sul candidato sostenuto da Trump .

Il Texas è quindi l’ennesima riprova della capacità di Trump di mobilitare sia l’elettorato MAGA (Make America Great Again) che quello Repubblicano verso i suoi candidati.

Ma qual è stato il risultato delle primarie in Texas? Ken Paxton ha vinto con il 63,8% dei consensi, mentre l’uscente John Cornyn ha raccolto il 36,2%.

Cornyn è riuscito a vincere in sole due contee: Kenedy, una contea rurale dove sono stati espressi solo 8 voti (vinta 6 a 2) e quella decisamente più grande di Travis, che include Austin, la Capitale del Texas, dove ha vinto con il 53% dei voti. A Dallas, invece, pur non vincendo ha raggiunto il 49,5% dei consensi. E’ il segno che almeno in due delle più grandi città dello Stato ci sono elettori che a novembre potrebbero voltare la schiena al Partito Repubblicano?

La sfida, infatti, ora si sposta sul piano nazionale. Perché se i Repubblicani hanno appena scelto il loro candidato, i Democratici hanno il proprio in corsa da settimane: James Talarico, che a inizio marzo ha vinto le primarie del suo partito. Ma cosa dicono i sondaggi? Che Paxton è il miglior candidato per le sorti di Talarico. Secondo un sondaggio condotto dalla Texas Southern University tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, Talarico e Paxton si trovano alla pari, con il 45% dei consensi ciascuno. Lo stesso sondaggio vedeva Talarico dietro a Cornyn di 1 punto, nel caso in cui il Senatore uscente avesse vinto le primarie Repubblicane.

Un sondaggio effettuato il 22 e 23 maggio, invece, vede Talarico davanti a Paxton di ben 7 punti percentuali. Bisogna però sottolineare che il sondaggio è stato svolto da Lone Star Rising PAC (una delle organizzazioni che si occupano di raccogliere fondi e sostenere un candidato), di fede Democratica. Ma sono anche i siti e giornali specializzati che vedono in Paxton un candidato debole. VoteHub, ad esempio, ha cambiato la sua previsione sul Texas da “verso i Repubblicani” (tilt Republican) a “incerta” (toss up), dando a Paxton il 54% di probabilità di vittoria e un margine di 0,8 punti percentuali su Talarico.

Anche il Crystal Ball di Larry Sabato, il più importante politologo americano (e che BiDiMedia ha intervistato, unici in Italia per una videointervista, in occasione delle Presidenziali 2024), ha spostato la sua previsione verso i Democratici. Se fino a lunedì scorso la previsione era per un Texas “probabilmente Repubblicano” (likely Republican), questa si è ora spostata su un “verso i Repubblicani” (leans Republican), commentando la scelta di Paxton per i Repubblicani come un “lancio di dadi”.

La corsa al seggio senatoriale del Texas diventa così fondamentale per le sorti della Presidenza Trump, così come non è mai stato da anni. Se i Democratici dovessero vincere, vittoria che per il Senato Federale non raggiungono dal 1988, riuscirebbero a strappare un seggio ai Repubblicani e ad avvicinarsi alla soglia dei 51 voti che consegnerebbe loro la maggioranza, cosa che era ritenuta impensabile fino a pochi mesi fa. La scelta degli elettori Repubblicani di seguire Trump, quindi, potrebbe rivelarsi sbagliata, consegnando al Presidente una vittoria di Pirro: forte e inequivocabile all’interno del partito, che si traduce però in una sconfitta alle elezioni che contano per davvero.

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