Le elezioni parlamentari pakistane hanno visto primeggiare il partito Movimento per la Giustizia del Pakistan (PTI), guidato da Imran Khan, fino ad oggi all’opposizione dei governi uscenti retti dal Lega Musulmana Pakistana (PML), il partito dei fratelli Sharif.
Gli indipendenti e i partiti più piccoli hanno ottenuto 46 seggi, il che, pur non considerando i seggi riservati per un totale di 272 seggi, consentirà al PTI di trovare agevolmente una maggioranza.
L’affluenza ha subito un leggero calo, di tre punti, e si è attestata al 51,8%.
Le elezioni sono state caratterizzate da violenze di ogni tipo, sia in fase pre-elettorale, sia durante le stesse consultazioni, con attentati che hanno fatto in totale quasi 200 vittime. Forse le più violente degli ultimi anni, per una “democrazia anomala”, quasi democratura, ma caratterizzata dopo la fine dell’era Musharraf da una certa dose di pluralismo.
Le elezioni sono state anche distinte da un’innovativa e fortissima intrusione dell’esercito nella vita politica, che ha convinto, secondo le accuse, sia con le minacce sia con le lusinghe gli elettori a votare il PTI di Khan. Nel dettaglio, si considera l’esercito colpevole di aver provato a far passare in ogni modo politici degli altri partiti (e specialmente del PML) dalla parte del PTI; inoltre, lo si accusa di avere, grazie alla complicità del governo tecnico provvisorio dell’uscente Nasirul Mulk, messo al potere per garantire una tornata elettorale imparziale e trasparente, dominato con la complicità dei media una campagna elettorale meno plurale di quelle recenti.
L’intento iniziale, infatti, era di non far condizionare le elezioni dalla potente famiglia Sharif; Nawaz Sharif, Primo Ministro per la seconda volta dal 2013 al 2017, era stato costretto alle dimissioni in virtù del suo presunto coinvolgimento nello scandalo Panama Papers, e aveva poi sponsorizzato la candidatura del fratello, politico di lungo corso, Shehbaz.
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