Il prossimo ottobre gli argentini voteranno per il presidente, i membri di entrambe le camere del loro Congresso nazionale e i governatori della maggior parte delle province. Tre coalizioni attualmente dominano la politica argentina: il centrosinistra “Frente de Todos” (formato dai peronisti del Partito Giustizialista e da vari partiti di sinistra ed estrema sinistra), il centrodestra “Juntos por el Cambio” e il populista-libertario “La Libertad Avanza”. Il presidente argentino in carica Alberto Fernández del Frente de Todos probabilmente cercherà di essere rieletto, ma il suo indice di approvazione è decisamente basso tanto che potrebbe essere sfidato da Sergio Massa , l’attuale ministro dell’Economia. Ancora non è chiaro chi sarà il candidato di Juntos por el Cambio, che oltre a partiti conservatori di centrodestra include i liberali dell’Unione Civica Radicale e i populisti anticorruzione di ARI. L’ex presidente Mauricio Macri sembra stia litigando con il sindaco di Buenos Aires Horacio Rodríguez Larreta e l’ex ministro Patricia Bullrich sulla strategia per vincere le elezioni. La Libertad Avanza probabilmente nominerà Javier Milei , un economista che porta avanti un’ideologia di destra “anarco-capitaista” molto aggressiva. La legge elettorale richiede che per vincere un candidato presidenziale ottenga il 45% dei voti, o il 40% con un vantaggio del 10% sul secondo candidato; in caso contrario, i primi due arrivati vanno al ballottaggio.
L’inflazione alle stelle (oltre il 90%) e l’elevato tasso di povertà (oltre il 36% della popolazione) saranno i principali temi della campagna elettorale. I contorni delle elezioni argentine diventeranno molto più chiari una volta che le coalizioni annunceranno ufficialmente i loro candidati. Ma è difficile immaginare che qualcuno possa suscitare grande entusiasmo, tantomeno risolvere i profondi problemi strutturali sociali ed economici del paese.
NIGERIA
Il 25 febbraio 95 milioni di nigeriani si recano alle urne per eleggere un presidente, un vicepresidente e membri del Senato e della Camera dei rappresentanti. La Nigeria è il paese più popoloso e per molti versi più influente dell’Africa. Quindi chiunque vinca le elezioni presidenziali in Nigeria conta non solo per i nigeriani ma per tutta l’Africa e oltre. Il presidente in carica Muhammahu Buhari del partito All Progressives Congress (APC, tendenzialmente di centrosinistra) non può ricandidarsi avendo già governato per due mandati. Così l’APC ha nominato Asiwaju Bola Ahmed Tinubu , l’ex governatore di Lagos, lo stato più popoloso del paese, come proprio candidato. Il principale partito di opposizione, il Partito Democratico Popolare (PDP, tendenzialmente di centrodestra) ha nominato l’ex vicepresidente Alhaji Atiku Abubakar,che ha perso contro Buhari nelle elezioni del 2019. Altri sedici partiti avranno candidati al ballottaggio. Un candidato che potrebbe superare sia Tinubu che Abubakar è Peter Obi , il candidato del partito laburista. Obi è un uomo d’affari ed ex governatore dello stato di Anambra che si presenta per il partito laburista, di ispirazione socialdemocratica. Obi è dato in testa in alcuni sondaggi ed è molto popolare soprattutto tra i giovani delle grandi città, grazie alla sua presenza sui social media. I suoi sostenitori si fanno chiamare “Obi-dients”. Se nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta, ci sarà un ballottaggio tra i primi due arrivati, il che sarebbe la prima volta che gli elettori nigeriani votano per un ballottaggio presidenziale.
Le elezioni di febbraio si terranno in base alla nuova legge elettorale, che cerca di rendere il voto più trasparente e sicuro, limitando la pratica, fino ad oggi molto diffusa, della compravendita dei voti. Le questioni di maggiore preoccupazione per i nigeriani includono sicurezza, corruzione, lavoro e istruzione. Gli ultimi anni hanno visto un aumento degli attacchi perpetrati da pastori banditi e gruppi terroristici come Boko Haram, oltre ad un aumento degli abusi da parte delle forze militari e di sicurezza dello stato. Il nord-est del paese rimane ancora in gran parte in mano ai gruppi terroristici islamici, mentre nel sud-est sono tornare a farsi preoccupanti le spinte indipendentiste.
PAKISTAN
Il Pakistan sta attraversando una profonda crisi. Nell’aprile 2022, il primo ministro populista Imran Khan, ex star del cricket, è stato sfiduciato dal parlamento, continuando la tradizione per cui un primo ministro pakistano non ha mai completato un intero mandato di cinque anni. Khan, eletto nel 2018 aveva infranto gli impegni del Pakistan nei confronti del Fondo monetario internazionale (FMI) era stato accomodante nei confronti dei talebani in Afghanistan e aveva avvicinato il paese alla Russia e soprattutto alla Cina che ha grossi investimenti nel paese. Tuttavia la sua caduta causata dai dissidi con le alte sfere dell’esercito, le stesse che lo avevano aiutato a conquistare il potere.
Khan, tuttavia, non si è lasciato mettere da parte facilmente. Ha accusato gli USA di avere organizzato un “golpe” contro di lui. Ha poi guidato i suoi seguaci in una serie di marce di protesta nella capitale di Islamabad cercando di estromettere il suo successore, il primo ministro conservatore Shehbaz Sharif della Lega Mussulmana del Pakistan PML). Quest’ultimo, fratello di un’altro ex primo ministro, Nawar sharif, estremesso due volte dal potere dai militari, guida un governo di larga coalizione che include anche il Partito del Popolo Pakistano, (PPP) di centrosinistra, guidato da Asif Ali Zardari e Bilawal Bhutto Zardari, rispettivamente il vedovo e il figlio della prima ministra pakistana Benazir Bhutto assassinata nel 2007 . A novembre, Khan è stato ferito ad una gamba in un attentato. Ha incolpato Sharif e alti funzionari militari per l’attacco. Nel frattempo, il Pakistan affronta numerose crisi economiche. È impantanato nei debiti, incapace di generare abbastanza elettricità per far funzionare la sua economia ed è stato colpito prima da una grave siccità con temperature record e poi da inondazioni senza precedenti che hanno inondato un terzo del paese. E’ difficile ottenere sondaggi affidabili, ma sembra che Khan continui ad essere il beniamino dell’opinione pubblica e una spina nel fianco dell’establishment della sicurezza pakistano.I l partito guidato da Khan, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Movimento pakistano per la giustizia) ha avuto ottimi risultati nelle elezioni parziali dello scorso anno e si prevede che Khan possa tornare al potere se l’esercito permetterà la svolgimento di elezioni libere ed eque. Data l’antipatia dei militari per PTI, PML e PPP, non è chiaro come si posizionerà l’esercito in vista del voto Qualunque partito vinca avrà un duro compito nel tentativo di affrontare gli enormi problemi del paese
BANGLADESH
Gli oltre 160 milioni di cittadini bengalesi rinnoveranno i 350 dello Jatiya Sangsad, il parlamento monocamerale del paese. Il paese è guidato dal 2009 dal governo della Prima Ministra Sheikh Hasina, che ha assunto con il passare degli anni un carattere sempre più autoritario. Negli anni’90 Il Bangladesh in passato era stato un sistema bipartitico . Da un lato c’è la “Grande Alleanza” al governo, una coalizione di partiti politici di sinistra populista guidati dalla Lega Awami. Dall’altra parte c’è era il Partito Nazionalista del Bangladesh(BNP), ideologicamente nazionalconservatore. Le due coalizione erano guidate da due donne, Sheikh Hasina e Khaleda Zia, dette comunemente “l’orfana e la vedova”, in quanto rispettivamente figlia e moglie di presidenti del Bangladesh assassinati durante un colpo di stato. Le recenti elezioni, nel 2014 e 2018 sono state segnate da corruzione e violenza e non sono state né libere né eque. Le elezioni del 2023 potrebbero avere un simile. Khaleda Zia è in carcere con accuse di corruzione che varie associazioni per i diritti umani considerano fabbricate e oltre 2’000 dei membri del suo partito sono stati arrestati.
Nei due decenni passati il Bangladesh aveva registrato un’impressionante crescita economica, ma nel paese al momento c’è molto discontento verso il governo, in particolare per lo stato dell’economia, colpita dagli effetti della pandemia di COVID-19 e dalla guerra della Russia in Ucraina, che hanno portato un drammatico aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e ad una crescita del debito pubblico. Ci sono state violente manifestazioni di piazza contro il governo e il Bangladesh rischia di sprofondare in una crisi politica, economica e sociale come successo l’anno scorso in Sri Lanka .
POLONIA
La Polonia è stata sconvolta dalla guerra della Russia in Ucraina, il paese ha accolto quasi 1,4 milioni di rifugiati ucraini , secondo l’UNICEF, ma quello che non è stato sconvolto ma anzi sembra uscito rafforzato dal conflitto è il governo nazionalconservatore populista di Legge e Giustizia (PiS). Il partito, al potere dal 2015 controlla oltre al governo (con il primo ministro Morawiecki) anche la presidenza (con Andzej Duda) e la camera bassa del parlamento (Sejm). Il leader del partito rimane comunque l’ex primo ministro Jaroslaw Kaczynski. Negli ultimi anni il governo polacco è entrato in conflitto varie volte con l’Unione Europea, a causa delle ripetute violazioni dell’indipendenza giudiziaria, dello stato di diritto, del controllo sempre più pesante sui media e per leggi decisamente illiberali sull’aborto e sui diritti LGBTQ+.
La maggior forza di opposizione è la coalizione liberale di centrodestra europeista Piattaforma Civica (PO) dell’ex primo ministro e Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk. Altri partiti di opposizione sono la Sinistra , il partito centrista “Polonia 2050”, il Partito Agrario (PSL) e la destra nazionalista di Konfederacja. Il sistema elettorale per l’elezione del Sejm è proporzionale con sbarramento al 5% per i partiti e al 8% per le coalizioni. E’ probabile che dopo le elezioni il PiS rimanga il primo partito del paese ma che perda la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. In quel caso si aprirebbe lo scenario di una maggioranza alternativa che comprenda PO, la Sinistra, Polonia 2050 e il Partito Agrario. Il controllo del partito di governo su gran parte dei media potrebbe tuttavia far recuperare voti al PiS in vista delle elezioni e non è da escludere una maggioranza di governo ancora più a destra di quella attuale, comprendente PiS e Konfederacja.
FINLANDIA
La prima ministra finlandese Sanna Marin, entrato in carica nel 2019 all’età di 34 anni, guida un governo pentapartito di coalizione di centrosinistra, formato da socialdemocratici, verdi, centristi, sinistra socialista e dal partito della minoranza svedese. Sanna Marin h dovuto affrontare la pandemia di COVID-19 la guerra della Russia in Ucraina. Il conflitto ha cambiato radicalmente la politica estera della Finlandia, che condivide un confine di 830 miglia con la Russia e che aveva in passato mantenuto una posizione di neutralità. Il governo e il parlamento Finlandese hanno deciso di far aderire la Finlandia alla NATO, assieme alla Svezia.
Sanna Marin è stata lo scorso anno al centro di polemiche a causa del suo stile di vita, quando sono circolati video che la mostravano ballare e divertirsi in discoteca, ma questo non ha scalfito la sua popolarità o quella del suo partito, il Partito Socialdemocratico. Tuttavia la maggioranza di governo ha perso consenso nei sondaggi, in particolare è il calo il Partito di Centro, i cui elettori non gradiscono molto la collaborazione con la sinistra. In aumento sono il partito conservatore (KOK), dato in testa nei sondaggi di opinione che, in caso di vittoria potrebbe raccogliere una maggioranza di centrodestra della quale farebbe parte la destra populista xenofoba dei “Veri Finlandesi”. La legge elettorale finlandese è proporzionale senza soglia di sbarramento e si prevede che 8 o 9 partiti entreranno nel nuovo parlamento, rendendo quindi in ogni caso complicata la formazione del prossimo governo.
.
ESTONIA
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022 ha cambiato la piccola nazione baltica dell’Estonia. L’ex membro del blocco orientale ha conosciuto in prima persona i traumi dell’aggressione russa e ha rapidamente assunto un ruolo di primo piano all’interno dell’Unione Europea e della NATO spingendo per la solidarietà con Kiev e sanzioni contro Mosca. Il volto di questo sforzo è stata la prima ministra Kaja Kallas.
La prima ministra estone, che guida il governo dal gennaio 2021, è a capo di una coalizione che comprende i liberali del Partito della Riforma, il Partito Socialdemocratico e i conservatori di Isamaa. Le elezioni per il rinnovo del parlamento sono di tipo proporzionale con sbarramento nazionale al 5%. E’ probabile che Kallas rimarrà alla guida del governo. Anche se infatti la coalizione tripartita perdesse la maggioranza, potrebbe far entrare al governo Estonia 200, un nuovo partito liberale europeista dato intorno al 10% nei sondaggi. All’opposizione dovrebbero rimanere quasi sicuramente il partito di centro Kesk (che raccoglie anche i voti della minoranza russofona) e la destra populista di EKRE.
GRECIA
Il paese è guidato dal 2019 dal Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis leader della formazione di centrodestra “Nuova Democrazia”. La legge elettorale in vigore per le prossime elezioni legislative sarà quella votata nel 2016 dalla penultima legislatura, quando era al governo la sinistra di Syriza di Alexix Tsipras. A differenza delle elezioni precedenti dove era presente un premio di maggioranza, stavolta si userà un sistema elettorale proporzionale con soglia nazionale del 3%. La legge non fu applicata nelle elezioni del 2019 dato che la costituzione non permette di applicare immediatamente una nuova legge elettorale se non è approvata da una maggioranza dei due terzi del parlamento. Nel 2002 il governo conservatore di Mitsotakis ha approvato una nuova legge che ripristina il premio di maggioranza, La lista del partito che arriva prima riceverà 20 seggi in più. Inoltre, una nuova sproporzionalità decrescente aiuterà le liste più grandi: coloro che ricevono tra il 25% e il 40% dei voti riceveranno un seggio per ogni mezzo punto percentuale in questa fascia (fino a 30 seggi), prima che inizi la corretta distribuzione proporzionale. Il primo partito può così ricevere fino a 50 seggi extra. Essendo stata questa legge approvata a maggioranza semplice, sarà applicata solo nelle elezioni successive a queste, quindi adesso si vota (ma solo per una sola volta) con la legge proporzionale approvata da Syriza.
i sondaggi danno Nuova Democrazia nettamente in testa con valori compresi tra il 35% e il 40% dei voti, seguita dalla sinistra di Syriza con il 25%-30% la lista Kinal (che comprende il partito socialista Pasok) tra il 10% e il 15%, i comunisti del KKE poco sopra il 5%, la destra nazionalista di Elliniki Lisi, intorno al 5% e la sinistra di Mera25 poco sopra la soglia del 3%. Un altro partito che potrebbe entrare in parlamento è l’estrema destra di Éllines. Con questi numeri sarebbe quasi impossibile per Mitsotakis formare un nuovo governo. Potrebbe quindi tornare in gioco Alexis Tsipras, se trovasse un maggioranza mettendo assieme i vari partiti di sinistra. Se anche Syriza fallisse, Mitsotakis probabilmente cercherà di mandare il paese a nuove elezioni, nel qual casa entrerebbe in vigore la nuova legge con il premio di maggioranza che consentirebbe a Nuova Democrazia di ottenere la maggioranza.
SVIZZERA.
Quella che è una delle più noiose democrazie del mondo si recherà alle urne per rinnovare le due camere del parlamento federale: il Consiglio Nazionale il Consiglio degli Stati, che a loro volta nomineranno i sette membri del governo, cioè il Consiglio Federale. dal 2004 il Consiglio Federale è composto da 2 membri della SVP/CDU (nazionalconservatori), primo partito del paese 2 del Partito Socialista, 2 del Partito Liberale di centrodestra e 1 del Partito di Centro (ex partito cristiano-democratico popolare). All’opposizione ci sono i due partiti verdi, cioè i Verdi propriamente detti, ideologicamente di sinistra e i Verdi Liberali, i quali da anni cercano di ottenere un posto nel Consiglio Federale. Al momento i sondaggi non prevedono grosse variazioni rispetto ai risultati del 2019, il che significa che la composizione del Consiglio Federale rimarrà inalterata.
THAILANDIA
La Thailandia è ufficialmente una monarchia costituzionale dal 1932, ma in pratica l’esercito e la monarchia del paese rimangono le forze più potenti nella vita pubblica. La monarchia è una delle ultime al mondo ad essere protetta dalle leggi sulla lesa maestà e i colpi di stato militari, spesso sostenuti dalla corte reale, sono una caratteristica ricorrente della politica di Bangkok. Il più recente colpo di stato è avvenuto nel 2014, quando l’allora capo dell’esercito Prayuth Chan-ocha si è insediato come primo ministro. Il governo militare ha riscritto la costituzione, creando un parlamento bicamerale con una camera alta i cui membri sono nominati dall’esercito.
Dal 2020 ci sono state varie proteste antigovernative, portate avanti da giovani attivisti favorevoli ad un ritorno alla piena democrazia. Il movimento è stato inizialmente innescato quando un tribunale ha sciolto il Future Forward Party, un gruppo di opposizione progressista che cercava di frenare l’influenza dei militari e si era comportato bene nelle elezioni parlamentari un anno prima. Ma le manifestazioni sono cresciute fino a comprendere l’indignazione generale nei confronti del re Maha Vajiralongkorn, che è salito al trono nel 2016. Sebbene il monarca trascorra la maggior parte del suo tempo a crogiolarsi nelle Alpi bavaresi , è comunque riuscito a consolidare il suo potere con l’appoggio dell’esercito.
Le elezioni di quest’anno, come quelle del 2017 non saranno né libere né eque. Il primo ministro deve ricevere la fiducia dalle due camere riunite e dal momento che i 250 membri del senato sono nominati dai militari, le opposizioni dovrebbero ottenere almeno il 75% dei seggi alla camera per nominare il primo ministro. L’attuale capo di governo Prayuth è molto impopolare, sia per la cattiva gestione dell’economia che per la repressione delle libertà democratiche del paese. Il partito in testa ai sondaggi è il Pheu Thai, guidato da Paethongtarn Shinawatra, figlia dell’ex primo ministro populista Taksin Shianwatra. Il Move Forward Party, che è emerso come il successore di Future Forward, è al secondo posto. Ma i partiti alleati dei regime militare si stanno coalizzando per ottenere abbastanza seggi nei collegi uninominali da impedire il successo dei partiti di opposizione.
GUATEMALA
Il Guatemala è uno dei paesi più poveri dell’America Centrale, con un alto tasso di corruzione e di criminalità. L’attuale presidente, Alejandro Giammattei, è un conservatore populista di destra, al quale la costituzione impedisce di ricandidarsi per un secondo mandato. Durante il suo mandato Giammattei ha smantellato le istituzioni democratiche e ridotto la libertà di stampa e quella della magistratura. Alcuni mesi fa il governo ha licenziato otto pubblici ministeri che stavano indagando su corruzione e violazioni dei diritti umani. Gianmattei è anche noto per il suo estremo conservatorismo sociale, in particolare per quanto riguarda aborto e diritti LGBT+. Le elezioni presidenziali e parlamentari del 25 giugno rischiano di essere né libere né eque.
Giammattei potrebbe sostenere il deputato conservatore Manuel Conde, o accordarsi con il candidato più forte delle destra che sembra essere Zury Ríos, figlia del generale Efrain Rios Montt, dittatore del Guatemala durante gli anni della guerra civile. Il centrosinistra potrebbe ricandidare per la terza volta l’ex vicepresidente Sandra Torres, moglie dell’ex presidente Alvaro Colom. Altri candidati dovrebbero essere l’avvocato conservatore Edmond Mulet, l’uomo d’affari Roberto Arzù e la leader indigena Thelma Cabrera del partito Movimiento para la Liberación de los Pueblos (MLP).
CONGO
Le elezioni del 2018 sono state le prime dove si è avuto un pacifico trasferimento del potere da quando il paese, precedentemente noto come Zaire, ha ottenuto l’indipendenza dal Belgio nel 1960. Il presidente in carica Félix Tshisekedi dovrebbe ripresentarsi per un secondo mandato. Oltre al presidente saranno eletti anche i 500 membri del parlamento. E’ tuttavia probabile che queste elezioni, come quelle del 2018 non saranno né libere né eque e soprattutto saranno contraddistinte da gravi brogli ed irregolarità.
Nonostante le grandi ricchezze minerarie, il paese è tra i cinque più poveri del mondo e la parte orientale del paese è in mano a gruppi guerriglieri che da decenni combattono contro il governo centrale. Oltre a Tshisekedi dovrebbero candidarsi alla presidenza vari politici e uomini d’affari, tra cui il suo principale sfidante del 2018, Martin Fayulu. Impontarte sarà capire l’atteggiamento dell’ex presidente Kabila che aveva appoggiato Tshisekedi durante le ultime elezioni.
PARAGUAY
Non sembrano esserci grosse novità in arrivo per il paese sudamericano, governato quasi ininterrottamente dal 1948 ad oggi dalla destra del Partito Colorado. Il presidente uscente Mario Abdo Benítez non è ricandidabile per un secondo mandato e il partito di governo ha scelto come suo possibile successore l’ex ministro delle finanze Santiago Peña. a sfidarlo sarà Efraín Alegre, leader del Partito Liberale Radicale Autentico, che si candida per la terza volta consecutiva, a capo di una coalizione di partiti di centro e centrosinistra. Altri candidati minori potrebbero disperdere i voti dell’opposizione, il che avvantaggerà il candidato del Partito Colorado dato che l’elezione del presidente è a turno unico, senza ballottaggio.
LUSSEMBURGO
Gli elettori del Granducato si recheranno ale urne per rinnovare i 60 seggi della Camera dei Deputati. L’attuale governo è una coalizione di centrosinistra formata dal Partito Democratico (liberali), il Partito Operaio Socialista Lussemburghese (socialdemocratici) e i Verdi. Primo Ministro dal dicembre 2013 è il liberale Xavier Bettel che nel 2018 è stato il primo capo di governo apertamente gay ad essere rieletto per un secondo mandato. Lo sarà anche per un terzo? I sondaggi danno al momento alla coalizione di governo una maggioranza di cerca 33 seggi su 60. Il principale partito di opposizione, i democristiani del Partito Popolare Cristiano Sociale è dato in netto calo nei sondaggi, quindi è difficile possa tornare al governo. I sondaggio danno tra l’altro in crescita un altro partito di opposizione, il Partito dei Pirati, che potrebbe superare il 10% di voti. Ci potrebbero comunque essere dei rimescolamenti all’interno della coalizione di governo se i socialdemocratici superassero i liberali come numero di seggi. In tal caso Bettel potrebbe dover lasciare il posto di primo ministro all’attuale vice-primo ministro, la socialdemocratica Paulette Lenert
NUOVA ZELANDA
La prima ministra della Nuova Zelanda, la laburista Jacinda Ardern, guida un governo di coalizione tra laburisti e verdi. Quando è stata eletta a sorpresa nel 2017 era la leader donna più giovane del mondo e nel 2018, è diventata solo il secondo capo di governo eletto nella storia a partorire mentre era in carica. Nel 2020 ha ottenuto una clamorosa riconferma. Il potere sta tuttavia cominciando la logorare la prima ministra e il suo governo. Il paese sta attraversano una periodo economico difficile, con alta inflazione e un aumento del tasso di criminalità, in particolare tra la popolazione maori. Questo sta avvantaggiando l’opposizione di centrodestra del Partito Nazionale, che potrebbe andare al governo con l’appoggio del partito ACT, una formazione politica di destra liberista particolarmente aggressiva nella sua opposizione al governo Ardern. Il sistema elettorale della Nuova Zelanda, in parte maggioritario in parte proporzionale con soglia al 5%, avvantaggia i quattro partiti maggiori, ma qualche seggio potrebbe andare al partito dei maori o al partito populista “New Zealand First”, che potrebbero diventare l’ago della bilancia del prossimo parlamento in caso di un risultato molto serrato.
Nella prossima pagina l’elenco cronologico preliminare delle più importanti elezioni previste nel 2023.
Puoi farlo nei modi che ti descriviamo in seguito… E, se puoi, disattiva il tuo ad-blocker, grazie!
Modalità preferita: donazione tramite bonifico tramite al conto dell’Associazione Bidimedia
Conto di BIDIMEDIA
IBAN IT65F0623012782000036505055
Fai una donazione tramite PayPal
Sondaggi BiDiMedia è un sito nato nel 2010. Se vi piace e siete contenti del nostro servizio gratuito potete farci una piccola donazione. Anche di pochi euro. Grazie a chi ci permetterà di crescere sempre di più cliccando sul banner “Dona con PayPal”!
Offrici un caffé con
Ko-fi
Ci leggi da tanto tempo? Ci hai appena scoperti? In entrambi i casi, se ti piace il nostro lavoro, puoi contribuire alla nostra sopravvivenza donandoci anche solo un piccolo caffè. Grazie!
Tramite Ko-fi puoi fare una micro-donazione ed essere sicuro che essa finanzierà interamente Sondaggi Bidimedia, senza percentuali di intermediazione.
Fai i tuoi acquisti cliccando sui banner
In qualità di Affiliato Amazon, Sondaggi Bidimedia riceve un guadagno dagli acquisti idonei.
In qualità di Affiliato Amazon, Sondaggi Bidimedia riceve un guadagno dagli acquisti idonei.