Il Messico moderno nasce nel 1917, a seguito della rivoluzione messicana che mise fine al regime del dittatore Porfirio Diaz e dopo la sconfitta dell’insurrezione armata di Pancho Villa ed Emiliano Zapata.
La fine della guerra civile fu seguita dalla Grande Depressione, che portò a una società fortemente frammentata e a istituzioni molto deboli. Nel 1929, tutte le fazioni politiche eredi della rivoluzione messicana si unirono in un unico partito, il Partito Nazionale Rivoluzionario (PNR), con l’obiettivo di stabilizzare il paese e porre fine ai conflitti interni. Durante le successive amministrazioni, furono messi in atto molti degli ideali rivoluzionari, tra i quali la distribuzione gratuita delle terre ai contadini e agricoltori, la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere, la nascita e la rapida crescita dell’Istituto di previdenza sociale, nonché quello dei sindacati e la protezione delle industrie nazionali.
La presidenza di Lazaro Cardenas (1934-1940) fu essenziale per recuperare il controllo sociale del paese da parte del governo, che era stato perso durante la Rivoluzione e la seguente crisi economica. Tuttavia, Cardenas fu seguito da una serie di capi di stato incapaci di continuare il suo percorso di modernizzazione del paese e di stabilire un efficace Stato di diritto nella società messicana.
Il PNR fu in seguito ribattezzato Partito della Rivoluzione Messicana e poi nel 1946 Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI). Le istituzioni sociali create dal partito stesso gli fornirono la forza necessaria per rimanere al potere. Con il tempo, il sistema divenne gradualmente, come alcuni scienziati politici hanno etichettato, un “autoritarismo elettorale” dove il partito faceva ricorso a tutti i mezzi necessari, esclusi quelli della dissoluzione del sistema costituzionale ed elettorale in sé, per restare al potere. In realtà, il Messico è stato considerato un bastione di stabilità costituzionale considerando che nei decenni passati i colpi di stato e le dittature militari erano la norma in molti paesi dell’America Latina. In Messico si sono sempre tenute elezioni apparentemente regolari, anche se la partecipazione alla vita democratica del paese dei partiti di opposizione è stata per decenni insignificante.
Le prime crepe nel sistema si ebbero negli anni ’70, quando la riforma del sistema elettorale in senso parzialmente proporzionale, permise che l’opposizione potesse ottenere seggi alla Camera dei Deputati, anche se la sua rappresentanza resterà per anni ancora molto limitata. Il primo governo regionale ad essere vinto da un partito di opposizione fu quello dello stato della Baja California, nel 1989 che elesse un governatore di centrodestra del Partito di Azione Nazionale (PAN).
Le 1988 si ebbe la prima rottura nel sistema di potere del PRI. Cuauhtemoc Cardenas, figlio del presidente Lazaro Cardenas, al quale il PRI aveva rifiutato la candidatura alla presidenza, abbandonò il partito e fondò un altro partito politico, il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD).
Le elezioni presidenziali del 1988 videro Cuauhtémoc Cárdenas alla testa di un’ampia coalizione di partiti di sinistra. Dopo uno scrutinio dominato dalle voci di pesanti brogli da parte del PRI, Cárdenas ricevette solo il 31,1 per cento dei voti, contro il 50,4 per cento di Carlos Salinas de Gortari, il candidato del PRI, e il 17% per il candidato del Partito di Azione Nazionale (PAN), ma il PRI dimostrò di non essere più onnipotente. Nelle elezioni per il Congresso che si svolsero nello stesso giorno, il PRI riuscì a malapena a conservare la maggioranza assoluta alla camere e per la prima volta l’opposizione ottenne seggi al Senato.
Le successive elezioni presidenziali del 1994 videro la vittoria di Ernesto Zedillo del PRI con il 50,2 per cento del voti, contro il 26,7 per cento per Diego Fernández de Cevallos del PAN e 17,1 per cento per Cardenas del PRD.
Nelle elezioni di mid-term del 1997 per la prima volta il PRI perse la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera. Ma la vera svolta si ebbe nelle elezioni presidenziali del 2000, dove Vincente Fox, candidato del PAN, vinse le elezioni con il 43% dei voti, seguito dal candidato del PRI Francisco Labastida con il 36% e ancora Cuauhtémoc Cárdenas con il 17%. Per la prima volta nella storia democratica del Messico veniva eletto un presidente appartenente ad un partito di opposizione.
La presidenza di Vincente Fox, un carismatico leader liberalconservatore portò ad un ammodernamento senza precedenti del sistema democratico, istituzionale ed economico del paese.
Le elezioni presidenziali del 2006 furono le più combattute della storia del Messico. Al candidato governativo del PAN, Felipe Calderon, il PRD oppose il popolare governatore di Città del Messico Andrés Manuel López Obrador (detto AMLO) mentre il PRI si affidò al presidente del partito. I primi risultati diedero Lopez Obrador nettamente in testa. Tuttavia, quando furono scrutinate tutte le schede Calderon passò in testa e il risultato finale lo vide vincente con il 35,9% dei voti contro il 35,3% di Lopez Obrador e il 22,3% di Madrazo.
Lopez Obrador non accettò il risultato, accusò il governo di aver organizzato brogli su larga scala e chiese il riconto delle schede. Il riconteggio fu parziale e confuso e Lopez Obrador diede il via ad una serie di dimostrazioni di protesta che bloccano città del Messico per alcune settimane.
Lopez Obrador si ripresentò di nuovo come candidato del PRD nelle elezioni del 2012, che videro un PRI rinvigorito dopo aver vinto le elezioni di mid-term del 2009, affidarsi al giovane e brillante governatore dello Stato di Messico Enrique Peña Nieto (lo Stato Federale di Messico e Città del Messico hanno due governatori differenti).
Le elezioni videro la vittoria di Peña Nieto con il 38,2% dei voti contro il 31,6% di Lopez Obrador e il 25,4% di Josefina Vázquez Mota, la candidata del PAN. Anche questa volta Lopez Obrador chiese il riconteggio totale dei voti, organizzando proteste di piazza e accusando il PRI di brogli diffusi. L’Istituto Federale Elettorale riconobbe la presenza di irregolarità ma convalidò l’elezione di Peña Nieto in quanto le anomalie non invalidano la sua maggioranza. Lopez Obrador abbandonò allora il PRD e per fondare un proprio partito, il Movimento di Rigenerazione Nazionale (MORENA), che nelle elezioni di mid-term del 2015 prese l’8,4% dei voti e 35 seggi in parlamento.
Il nuovo presidente Peña Nieto divenne presto impopolare in particolare a causa dell’incapacità dimostrata dal governo nel caso della strage di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero, dove morirono 43 studenti. A quel caso si sommarono vari scandali di corruzione e favoritismi, alcuni dei quali arrivarono a sfiorare il presidente stesso, aggravati da una politica economica insufficiente e maldestra e dalle continue violazioni dei diritti umani.
La disaffezione dell’elettorato nei confronti dei partiti tradizionali fece accrescere la popolarità di Andrés Manuel López Obrador, che nelle elezioni del 2018 venne eletto trionfalmente presidente con il 53,2% del voti contro il 22,3% andato al candidato del PAN Ricardo Ananya e il 16,4% al candidato del PRI José Antonio Meade. Nelle contemporanee elezioni parlamentari la coalizione che appoggiava Obrador, guidata dal suo partito MORENA ottenne 306 seggi alla camera e 69 al senato.
Nelle prossime pagine, gli sviluppi politici recenti, gli ultimi risultati elettorali, i principali partiti politici ed i candidati alla presidenza.
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