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Il Giramondo – Elezioni parlamentari in Thailandia 2026 – battaglia tra i progressisti e l’élite monarchico-militare

Flag of Thailand

Gli elettori thailandesi si recheranno alle urne domenica 8 febbraio per rinnovare i 500 seggi della Camera dei Rappresentanti, la camera bassa del Parlamento. Sono le terze elezioni, dopo quelle  del 2019 e del 2023 che si tengono da quando nel 2014 i militari hanno preso il potere con un colpo di stato. Lo stesso giorno si terrà anche un referendum che potrebbe avviare il processo di riscrittura della Costituzione, adottata dopo il colpo di Stato militare. Questo doppio appuntamento rende le elezioni particolarmente significative, perché unisce la scelta del governo a una possibile riforma profonda delle regole democratiche del Paese.

Il contesto politico in cui si svolge il voto è segnato da una persistente instabilità. Negli ultimi due decenni la Thailandia ha vissuto numerosi cambi di governo, interventi dei tribunali contro leader politici, proteste di piazza e colpi di Stato militari. Anche dopo le elezioni del 2023, la formazione di governi stabili è risultata difficile, alimentando la percezione di un sistema politico bloccato. A questo si aggiungono le difficoltà economiche: la crescita è debole rispetto ad altri Paesi del Sud-Est asiatico, il debito privato è elevato e il costo della vita pesa sempre di più sulle famiglie. Tutti questi elementi contribuiscono a un clima di frustrazione diffusa tra gli elettori.

Lo scenario politico è molto frammentato, ma si possono identificare alcuni partiti che saranno i protagonisti principali di queste elezioni. Il Partito Popolare, forza riformista socialdemocratica e progressista, considerata l’erede del movimento Move Forward che era arrivato in testa alle scorse elezioni, si presenta come il principale interprete delle richieste di cambiamento, soprattutto tra i giovani e gli elettori urbani. Il suo leader, Natthaphong Ruengpanyawut, è visto come una figura simbolo della nuova generazione politica e punta su riforme istituzionali, maggiore tutela dei diritti e una modernizzazione dell’economia.

Accanto a questo partito si colloca il partito Pheu Thai, storica forza populista legata all’eredità politica di Thaksin Shinawatra. Il Pheu Thai mantiene un forte radicamento nelle aree rurali e tra i lavoratori dipendenti, proponendo politiche di sostegno al reddito, programmi sociali e interventi statali per stimolare l’economia. Nonostante abbia perso parte del consenso rispetto al passato, rimane uno dei pilastri del sistema politico thailandese.

Sul fronte più conservatore si distingue il partito Bhumjaithai, guidato dall’attuale primo ministro Anutin Charnvirakul. Il partito si presenta come garante della stabilità e dell’ordine, puntando su temi come la sicurezza nazionale, le infrastrutture e la continuità delle politiche economiche. Un altro attore rilevante è il Partito Democratico, uno dei più antichi del Paese, tradizionalmente appoggiato dalla classe borghese di Bangkok, che dopo anni di declino elettorale cerca un rilancio grazie alla sua guida dell’ex primo ministro Abhisit Vejjajiva. Accanto a questi 4 partiti principali ci sono vari piccoli partiti di estrema destra legati ai militari che  potrebbero tuttavia ottenere un numero significativo di seggi.

I temi centrali della campagna elettorale riflettono le preoccupazioni quotidiane dei cittadini. L’economia e il costo della vita sono in cima all’agenda: salari, debiti, occupazione e prezzi sono argomenti che attraversano tutti i programmi politici. Un altro tema cruciale è la riforma costituzionale, vista da molti come un passaggio necessario per ridurre l’influenza dei militari e dei “poteri forti” legati alla monarchia sul processo politico così come il tema della fiducia nel sistema elettorale e nella trasparenza delle istituzioni. Non mancano poi questioni legate alla sicurezza e alla politica estera, in particolare i recenti scontri armati con la Cambogia e le tensioni ai  confini con la Birmania, in balia da anni di una sanguinosa guerra civile,

Queste elezioni potrebbero segnare un punto di svolta per la Thailandia. Un risultato favorevole alle forze riformiste aprirebbe la strada a cambiamenti istituzionali profondi, mentre una vittoria dei partiti conservatori indicherebbe la volontà di confermare il potere sulla società thailandese dei militari e degli ambienti monarchici. In ogni caso, il voto del 2026 non riguarda solo chi governerà il Paese, ma anche quale direzione prenderà la democrazia thailandese negli anni a venire.

IL SISTEMA POLITICO-ELETTORALE

{{{coat_alt}}}La Thailandia è ufficialmente una monarchia costituzionale dove il Primo Ministro è capo del governo, e il monarca ereditario (cioè il re) è il capo di stato. Il potere giudiziario è formalmente indipendente dal potere esecutivo.  Dopo il colpo di stato  2014, la Costituzione fu revocata e la Thailandia venne messa sotto il controllo di un’organizzazione militare chiamata Consiglio nazionale per la pace e l’ordine (NCPO), che assunse il controllo dell’amministrazione nazionale. L’assemblea nazionale fu abolita e il NCPO assunse le responsabilità legislative. Nel 2017 fu promulgata una nuova costituzione voluta dalla giunta militare. La nuova Costituzione prevede un parlamento bicamerale, composto da un Senato nominato da 250 membri e da una Camera dei rappresentanti di 500 membri, di cui 400 eletti con sistema maggioritario uninominali e 100 con sistema proporzionale.

Dei 250 senatori, 194 di essi furono selezionati dalla giunta al potere, 50 furono nominati in rappresentanza di gruppi professionali e i restanti 6 furono assegnati ai capi delle forze armate.  Nel 2024 fu eletto un nuovo senato, stavolta di soli 200 seggi, ma sempre in maniera indiretta, in rappresentanza di venti gruppi professionali e sociali.

Nella scorsa legislatura il primo ministro doveva ottenere la fiducia della metà dei membri del parlamento in seduta comune, il che significa che i militari avevano un potere di veto sulla sua nomina. Nella prossima legislatura invece il Primo Ministro sarà eletto solo dai membri della Camera dei Rappresentanti. I partiti prima delle elezioni devono nominare da uno a tre possibili primi ministri. Solo i partiti che hanno ottenuto almeno il 5% dei seggi in parlamento possono poi proporre i loro candidati primi ministri.

Secondo il “Democratic Index” del settimanale The Economist, la Thailandia è una cosiddetta “Democrazia imperfetta”, al livello di paesi tipo Serbia, Albania, Ghana e Macedonia del Nord.

 

Nelle prossime pagine, la storia politica del paese, i gli sviluppi politici recenti, i principali partiti politici e gli scenari post-elettorali.

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