La sconfitta del Likud e il calo di consensi non sono bastati a tenere Netanyahu fuori dalle stanze del potere. Il 26 settembre il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il leader della destra israeliana e capo del Governo, ininterrottamente, da dieci anni e per quattro governi diversi (cinque, considerando il periodo 96-99), insieme all’estrema destra antipalestinese e alla destra religiosa, ha ottenuto nuovamente l’incarico di formare un governo dal Presidente della Repubblica Reuven Rivlin.
I risultati delle elezioni hanno formalizzato un crollo della destra di Netanyahu a fronte di un ottimo risultato di Lieberman e delle liste filo-arabe. L’affluenza si è attestata al 69,8%, in leggero aumento dalle ultime elezioni di aprile.
Rivlin, anche lui membro del Likud, ha avuto gioco facile nel rinominare Nethanyahu quando uno dei partiti del rassemblement degli Arabi israeliani, Balad, la sinistra della Lista Unita, ha annunciato che non avrebbe indicato come premier Benny Gantz, il leader della Partito Bianco e Blu, per via dei suoi contatti con Lieberman, il king maker uscito dalle elezioni dell’estrema destra laicista di Ysrael Beteinu.
Di conseguenza il pallottoliere dei parlamentari a supporto di Gantz è passato da 56 a 53; i 55 di Netanyahu sono bastati per fargli ottenere la nomina. Ora, è chiaro che Benjamin dovrà ottenere la fiducia in Parlamento, e tutto fa sembrare che non la otterrà; ciò, a meno di ripensamenti di Avigdor Lieberman, l’oscuro politico di origine moldava un tempo suo alleato, che si è distaccato la scorsa primavera dalla coalizione per l’influenza eccessiva di Shas e del partito Ebraismo Unito per la Torah, i partiti religiosi degli ebrei ortodossi, che ottengono da tempo più che discreti risultati elettorali. Ma Lieberman ha avuto un’ottima performance alle elezioni proprio per via della sua promessa di non partecipare a una coalizione di destra guidata da Netanayahu.
Primo partito e prima coalizione per regione. Netanyahu primeggia a sud e nelle regioni più rurali del Paese, nonché nelle zone i cui voti di riferimento sono quelle dei coloni israeliani (Cisgiordania ad est e Alture del Golan a nord est). Gantz va bene nelle aree metropolitane, in primis a Tel-Aviv, nonché nella Galilea, la regione vicina al confine libanese stanca delle schermaglie tra il Governo e Hezbollah.
Egli propone di uscire dallo stallo con una grosse koalition tra Bianco e Blu e Likud, senza la presenza dei partiti della destra ortodossa. I Bianco e Blu ci potrebbero anche stare, a patto di escludere una premiership Netanyahu. D’altra parte, il Likud ha fatto capire che il mantra è “o Netanyahu, o morte”. Un governo tra i tre sarebbe comunque un governo collocato a centro-destra, e la politica estera non cambierebbe con ogni probabilità (posto che Lieberman ha sempre rimproverato a Netanyahu di essere “troppo morbido” con i Palestinesi e, in generale, con i nemici di Israele – innumerevoli).
La Lista Unitadei filo-arabi propone invece un governo Gantz senza Lieberman con dentro gli ebrei ortodossi, e l’astensione dei propri parlamentari per favorire una maggioranza.
Una situazione apparentemente irrisolvibile e che potrebbe portare a breve a nuove elezioni (salvo ripensamenti di Lieberman o di altre parti in causa); Netanyahu le condurrebbe sotto la sua premiership, sperando, questa volta, di ribaltare il risultato e vincere. Oppure a un “mercato delle vacche” che convincerebbe dei possibili parlamentari indecisi a passare dalla parte dell’appoggio alla destra israeliana. Dovrebbero essere almeno 6.
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