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IL MAPPAMONDO – Elezioni e Paesi islamici, parte uno: il Libano pericoloso e la sorpresa della Malaysia

MALAYSIA

Le elezioni parlamentari in Malaysia, che si svolgevano in un contesto tutto fuorché democratico, hanno avuto un esito inaspettato, con la vittoria dell’opposizione guidata dal novantaduenne Mahathir Mohamad.

Rispetto alle elezioni del 2013, Pakatan Harapan ha visto diminuire il proprio consenso di 3 punti %, ma a Razak è andata peggio, con un crollo di 15%. L’affluenza è stata un vero e proprio boom, all’82%, in calo di due punti. I seggi, nel parlamento malese, sono 222, quindi l’opposizione guidata da Mohamad ha già siglato alleanze con partiti minori (come quello a protezione delle minoranze di Sabah) al fine di governare senza intoppi.

Cosa è successo in Malaysia? Queste elezioni sono un vero e proprio shock. In primo luogo, perché vedono, con sistema democratico (cosa che non avviene praticamente mai), la fine di un regime autoritario, che è quello di Najib Razak. Che finisce atrocemente sconfitto, e anche male. Vince l’opposizione, composta in prevalenza da partiti di sinistra, ma guidata da un uomo che di sinistra non è mai stato.

L’opposizione, difatti, non è un’opposizione qualsiasi, e non è guidata da un uomo qualsiasi: al suo apice vi è Mahathir Mohamad, il Padre della Modernizzazione, che così sconfigge il suo ex allievo Razak, anche detto il Padre della Trasformazione. Eh sì, perché Mohamad non è nuovo alla politica malese: è stato Primo Ministro per ventidue lunghissimi anni, dal 1981 al 2003, e faceva parte di UMNO, lo stesso partito di Razak.

Mohamad, portatore degli interessi della maggioranza malese contro la ricca minoranza cinese, non può essere certo considerato storicamente un autentico democratico: inizialmente filo-occidentale e anti-comunista (e quindi antivietnamita, antilaotiano e anticambogiano, oltre che anti-cinese), perseguì una politica di opposizione al sistema liberale e democratico dell’Occidente, e impedì l’accesso al potere a qualsiasi partito diverso dall’UMNO. Tant’è che fu un fautore dell’islamizzazione del Paese e, dopo il suo ritiro, gli successero altri due Primi Ministri-dittatori dell’UMNO: Abdullah Badawi e Najib Razak, che usò per altro le stesse tattiche, come quella di sfruttare l’accusa di sodomia per incarcerare gli oppositori.

Ma né Badawi né Razak hanno saputo essere popolari come lo era Mohamad: così, a seguito di uno scandalo di corruzione e di peculato che ha visto coinvolto la persona dello stesso Primo Ministro, il vecchio leader ha deciso di riciclarsi  e di tornare in campo a una venerandissima età, diventando capo dell’opposizione di sinistra grazie al suo piccolo partito conservatore volto alla protezione degli interessi delle minoranze indigene.

Cosa succederà ora che un novantaduenne ha vinto le elezioni? Il primo passo è la fine del regime di Razak, con l’elezione del Capo di Governo più vecchio del mondo. Questo porterà più democrazia? Tutto  è possibile, ma qualcosa fa dire che forse Mohamad non è l’uomo adatto. Nei piani del nuovo (e vecchio) Primo Ministro, c’è un governo che durerà due anni, all’esito del quale egli sarà sostituito dal capo del socialdemocratico Partito Popolare della Giustizia, Anwar Ibrahim, o addirittura dalla moglie di questi, vicepremier di Mohamad, Wan Azizah.

Per maggiori informazioni sul sistema malese, sulla storia di Razak e Mahathir Mohamad, consiglio di leggere l’apposito articolo del collega Fabbio.

Per questa settimana è tutto. La prossima volta, vedremo come saranno andate altre elezioni in una “nuova” democrazia islamica: l’Iraq, il cui spoglio è ad oggi ancora in corso.

Alla prossima elezione!

Skorpios

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