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Sondaggi d’America – Curiosità e lezioni dalle elezioni di Midterm

Per quanto riguarda i governatori, situazione praticamente invariata rispetto a mercoledì, con il partito dell’asinello che strappa ben 7 stati ai repubblicani.

Ora, come promesso, cercheremo di trarre qualche lezione dal voto di midterm.

Torna il governo diviso. La prima ovvia conseguenza è il ritorno del divided government: il partito del Presidente non è più in controllo di entrambi i rami del Congresso, quindi presumibilmente Trump dovrà cercare qualche compromesso con i democratici e di conseguenza assumere delle posizioni meno radicali.

Il problema dei repubblicani nei suburbs. Ricordiamo che i suburbs rappresentano quelle aree residenziali che sono parte di alcune città o comunque a breve distanza da una città. Queste zone, dove forte è la presenza degli educated republicans, si stanno allontanando sempre più da Trump: questo processo, già iniziato nel 2016, è andato avanti in questi anni, risultando in molti distretti congressuali rappresentativi dei suburbs strappati dai democratici. Forse una figura come Trump sta allontanando gli educated republicans.

Un GOP sempre più trumpiano. La coalizione trumpiana si sta rafforzando. Per quanto riguarda il Congresso, ciò è dovuto al ridursi dei deputati repubblicani che rappresentavano i suburbs e all’ingresso di nuovi senatori fortemente conservatori (Braun, Cramer, Hawley). Questo rafforzamento è visibile anche tra i governatori. Emblematici i casi di Florida e Georgia, dove due candidati trumpiani (Ron DeSantis in Florida e Brian Kemp in Georgia), dopo aver vinto le loro rispettive primarie anche (o soprattutto) grazie all’appoggio del Presidente e a non aver rinnegato i legami con Trump in campagna elettorale (nonostante la Florida sia uno swing state e la Georgia non propriamente uno stato fortemente repubblicano), si apprestano ad occupare le poltrone di governatori di questi due stati che rappresentavano forse le due sfide più significative per quanto riguarda appunto i governatori.

I democratici vincono anche in posti fortemente pro-GOP. Da segnalare i due pick-ups a sorpresa nel primo distretto congressuale del South Carolina (sfida classificata come Likely R) e nel quinto distretto dell’Oklahoma (sfida classificata invece come Solid R, ovvero sicura per i repubblicani). Da segnalare anche la netta vittoria (più di 4 punti percentuali di margine) in Kansas della democratica Laura Kelly sul repubblicano (e trumpiano) Kris Kobach. Quest’ultimo caso è sicuramente un’eccezione al discorso sul rafforzamento trumpiano tra i governatori.

L’ondata rosa. In questi giorni si è discusso molto se ci sia stata o no l’ondata blu (blue wave), ma è da segnalare invece una pink wave. Finora, 110 donne hanno vinto dei seggi in entrambi i rami del Congresso (98 alla Camera, 12 al Senato). Ciò rappresenta un record: il numero attuale di donne al Congresso è infatti di 107 (84 alla Camera, 23 al Senato). 34 delle 110 donne che hanno vinto faranno il loro ingresso al Congresso per la prima volta. Da segnalare che delle 98 donne che hanno vinto alla Camera, 84 sono democratiche mentre 14 repubblicane. Per quanto riguarda le 12 senatrici, 10 sono democratiche e 2 repubblicane. Da notare inoltre che lo stato della Pennsylvania, che prima di martedì non presentava donne nella delegazione alla Camera, invierà 4 donne a Washington. Infine, le donne hanno vinto in 9 sfide per i governatori, il che è un record.

Stati conservatori approvano delle politiche progressiste. In Utah, la legalizzazione della marijuana per uso medico è passata con il 53% dei voti. Il salario minimo è stato incrementato in Arkansas (68% a favore) e Missouri (62%). Una espansione del Medicaid (programma federale sanitario che fornisce aiuti agli individui e alle famiglie con basso reddito salariale) è stata approvata in Nebraska (53% a favore), Idaho (60%) e Utah (54%).

Cosa succede in Texas? Il candidato democratico al Senato Beto O’Rourke (che, nonostante la sconfitta, potrebbe pensare ad una candidatura nel 2020 per il Senato o per la Casa Bianca) ha ottenuto il 48,3% dei voti, registrando il miglior risultato per un democratico al Texas (considerando elezioni presidenziali, per il Senato e per i governatori) dopo ben 28 anni (il 49,5% di Ann Richards nelle elezioni per il governatore del 1990). Questa è una tendenza interessante, le cui avvisaglie si erano già registrate nel 2016: Trump ha vinto in Texas con un margine (9,2 punti percentuali) inferiore a quello dell’Iowa e di poco superiore a quello dell’Ohio. Oggi, secondo i dati degli exit poll, il 49% degli elettori texani fa registrare un giudizio positivo sul Presidente, contro il 48% che invece non lo fa. Trump fa quindi meglio in Florida (51-48) e Ohio (52-47) che in Texas.

Più ombre che luci per Trump dalla Rust Belt. Nella Rust Belt, decisiva per l’elezione di Trump nel 2016, abbiamo registrato segnali contrastanti. Segnali positivi: in Ohio, la vittoria dei repubblicani nella sfida per il governatore e il fatto che il democratico Brown abbia vinto il seggio del Senato con un margine poco superiore ai 6 punti percentuali contro un candidato repubblicano debole e nonostante i sondaggi pronosticassero un margine più ampio. Anche in Michigan, la democratica Stabenow ha vinto il suo seggio con un margine di 6,4 punti percentuali, inferiore alle aspettative in un anno del genere. Però, così come ci sono luci, ci sono anche (molte) ombre per i repubblicani. Nonostante le buone performances in Michigan e Ohio, i candidati repubblicani al Senato sono stati battuti con margini importanti in Pennsylvania, Wisconsin (stati vinti da Trump nel 2016) e in Minnesota (dove la Clinton ha vinto di poco e dove, per quanto riguarda l’elezione speciale per il Senato, ci aspettavamo una sfida più competitiva). I democratici hanno vinto senza problemi gli scranni di governatore in Pennsylvania, Michigan e soprattutto Wisconsin, dove Scott Walker è stato sconfitto. I democratici hanno guadagnato parecchi seggi alla Camera negli stati della Rust Belt e il giudizio su Trump non è dei migliori. Con l’eccezione dell’Ohio (52/47), Trump è impopolare in Michigan (44/56), Minnesota (46/53), Pennsylvania (44/55) e Wisconsin (48/52).

Non dare Trump per spacciato. Dopo aver visto i dati dei swing states, possiamo dire che Trump non è spacciato per il 2020. In alcuni stati incerti possiamo cogliere alcuni segnali positivi per il Presidente. In Florida, nonostante sia in corso il riconteggio dei voti, alla fine i candidati repubblicani potrebbero vincere sia al Senato che per il posto di governatore; inoltre il giudizio su Trump è positivo (51/48). Dell’Ohio abbiamo già detto. In Iowa, nonostante le grandi speranze democratiche, i repubblicani hanno vinto la sfida per il governatore. Però, da segnalare anche segnali non positivi da Wisconsin, Pennsylvania e Michigan che da soli basterebbero per far eleggere un candidato Democratico (ovviamente mantenendo gli Stati vinti nel 2016)

Per oggi è tutto. Nei prossimi post presenteremo un confronto tra le previsioni dei vari siti e i risultati ed introdurremo la sfida per la nomination democratica del 2020.

Kri

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