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Sondaggio Noto: 1 italiano su 2 lavora ancora da casa; giudizio positivo sullo Smart Working

Una conseguenza dell’emergenza Covid-19 è stata il diffuso ricorso allo Smart Working. Noto Sondaggi è andato ad indagare sulla portata di questo fenomeno e su quanto sia risultato gradito ai lavoratori.

Il giudizio complessivo

Appare subito evidente come l’uso dello Smart Working sia stato massiccio. L’ha utilizzato il 47% dei lavoratori, a cui va sommato il 18% che ne ha fruito per un periodo limitato. Sempre il 47% lavora tutt’ora da casa, mentre il 30% lo alterna con l’ufficio. Percentuali minoritarie dunque per chi non ha mai fatto ricorso allo smart working o non ne usufruisce ora. Quasi perfetta la divisione tra cui si è trovato il lavoro da casa come imposizione e chi invece ha potuto scegliere.

Il giudizio sullo Smart Working è però nel complesso nettamente favorevole, sia per quanto riguarda la qualità del lavoro, sia come valutazione sull’esperienza in sé, positiva per il 65% dei rispondenti.

Pro e contro

Dalla gestione del tempo l’esperienza del telelavoro sembrerebbe avere luci e ombre, nonostante il giudizio favorevole: è aumentato il tempo dedicato a cure personali e relazioni, ma anche quello del lavoro e lo stress.

Tra le criticità, la prima è proprio lo stess, mentre il beneficio maggiore risulta essere maggiore tranquillità, seguita dal tempo risparmiato per gli spostamenti. Da notare come criticità e benefici siano sostanzialmente gli stessi (ansia/tranquillità, assenza dall’ambiente lavorativo, spostamenti), visti come positivi da alcuni e negativi da altri. Il giudizio è insomma prettamente soggettivo e dipende dalle preferenze personali.

La maggioranza vede però molti più benefici che disagi, e ciò emerge anche dalle successive domande sull’uso dello Smart working in futuro. La richiesta è infatti di mantenerlo.

Le prospettive future

Pensando a una possibile implementazione dello smart working come opzione lavorativa “normale”, una netta maggioranza vede benefici per tutti, dai lavoratori alle aziende; ma soprattutto a giovarsene sarebbe l’ambiente, visto il risparmio in termini di mobilità. Ben il 72% dei lavoratori lo vorrebbe come scelta sempre possibile, anche fuori dall’emergenza sanitaria. Addirittura il 61% ritiene che lo smart working debba essere basato sulla produttività, senza orari predefiniti, e il 47% che debba prevedere premi salariali in base ai risultati; la netta maggioranza tuttavia non pensa che chi lavora da casa debba vedersi decurtato lo stipendio.

Le domande 10 e 11 si riallacciano alla definizione di Smart Working, che era in effetti una modalità di lavoro agile già in corso di introduzione in diverse aziende, soprattutto nelle grandi città e in realtà aziendali tecnologicamente avanzate, prima della pandemia di Covid-19. Nei casi in cui lo Smart Working era applicato, si trattava di una libera sceltà dei lavoratori, utilizzabile per un numero determinato di giorni al mese o settimana, in genere privo di orari fissi e sede obbligata, gestito in base ad obbiettivi di produttività. Qualcosa insomma di assai diverso dal lavoro da casa obbligato tutti i giorni con gli stessi orari dell’ufficio visto nei mesi del lockdown.

La pandemia potrebbe dunque avere incrementato e velocizzato esponenzialmente il ricorso allo strumento dello Smart Working, ma la questione che si pone è se una volta che si uscirà dall’emergenza sanitaria, prenderà piede la versione “morbida” del lavoro a distanza: solo alcuni giorni alla settimana e con norme più chiare per lavoratori e aziende. Una differenza non da poco, soprattutto per la vita delle maggiori realtà urbane, come emerso ad esempio dalle recenti dichiarazioni del sindaco di Milano Beppe Sala. Il ritorno alla situazione pre-Covid, in cui lo Smart Wororking era una rara eccezione, non sembra tuttavia contemplato.

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