Mancano solamente pochi giorni all’inizio del Mondiali di calcio nel Qatar, un appuntamento atteso con trepidazione da milioni (se non miliardi) di appassionati. Abbiamo quindi deciso di ripercorrere la storia dei Mondiali di calcio del XX secolo. Buona lettura!
1930: L’URUGUAY SI CONFERMA IN CIMA AL MONDO
Quando nel 1930 si svolgono i primi Mondiali di calcio, esistono già delle competizioni di livello internazionale, la più importante delle quali si svolge nelle Olimpiadi. Le edizioni del 1924 e del 1928 avevano visto la partecipazione delle migliori formazioni del tempo, ma a trionfare era stata una nazione sconosciuta ai più, l’Uruguay, che aveva messo in mostra un gioco elegante e pieno di finezze tecniche, molto lontano dal prototipo inglese.
Tuttavia, il CIO, il comitato organizzatore delle Olimpiadi, pretende l’assoluto dilettantismo degli atleti, mentre ormai il calcio si avvia verso un professionismo totale. Da qui si arriva alla rottura insanabile e alla decisione della FIFA, presieduta dal francese Jules Rimet, di varare dei Campionati del mondo, che tolgano senso alle Olimpiadi (che nel 1932, in effetti, non hanno il calcio tra gli sport in programma).
Risulta invece meno lucida la decisione di scegliere proprio l’Uruguay come sede, per “premiare” la nazione guida del movimento, e anche perché lo stato sudamericano avrebbe festeggiato proprio nel luglio di quell’anno il centenario della sua Costituzione. La decisione della FIFA delude e indispettisce le nazioni europee che hanno lottato per ricevere il medesimo onore, tra cui Italia, Ungheria e Olanda. L’Inghilterra dal canto suo, che si ritiene la depositaria del “Verbo” calcistico, sdegna ogni competizione che possa mettere in discussione il suo storico primato. Si aggiunge anche la crisi economica (solo pochi mesi prima c’è stato il famoso crollo di Wall Street) e questo crea le premesse di un boicottaggio di massa. Le nazioni europee che decidono di sobbarcarsi il viaggio sono solamente quattro: Belgio, Jugoslavia, Francia e Romania. Di queste, solo la Jugoslavia arriverà in semifinale.
La selezione uruguaiana vincitrice del primo Mondiale
Complessivamente, partecipano solamente 13 squadre, le quattro europee, gli Stati Uniti e le sudamericane al gran completo. La formula prevede quattro gironi, con un numero diseguale di squadre. Le prime di ogni girone accedono alle semifinali, e poi alla finale. Si gioca in un gelido inverno australe, la prima rete della storia dei Mondiali è segnata dal francese Laurent, al 19° minuto della prima partita, Francia-Messico (che finì 4-1). Il torneo prende presto una strada segnata: alle semifinali arrivano Argentina, Uruguay, Stati Uniti e Jugoslavia (dopo aver eliminato il Brasile). Le prime due eliminano le altre due per 6-1, e si arriva alla finale, giocata il 30 luglio sotto la neve.
Tra le due formazioni c’è una storica rivalità, accresciuta dopo le Olimpiadi del 1928, in cui erano state sempre loro due le finaliste (vinse l’Uruguay per 2-1). Questa rivalità si concretizza in risse e violenze tra opposti sostenitori nei giorni precedenti la partita. Dalla perquisizione dei tifosi all’ingresso dello stadio emergono pistole e coltelli. L’arbitro belga Langenus è costretto dagli organizzatori a stipulare una polizza sulla vita. La partita è comunque molto bella: l’Argentina (i cui giocatori fondamentali sono il centravanti Guillermo Stabile e il difensore Luis Monti, che vedremo presto in Italia), conclude il primo tempo in vantaggio 2-1, poi l’Uruguay riesce a ribaltare il risultato e trionfare per 4-2, confermandosi così sul tetto del mondo.
1934: VINCE L’ITALIA MA CON QUALCHE “AIUTINO”
Per rimediare al mezzo flop dei Mondiali uruguayani, la FIFA assegna quelli del 1934 a un Paese europeo. Viene selezionata l’Italia, sia perché l’allora nazionale azzurra è una delle squadre più forti del mondo, sia perché il regime fascista ha investito molto sullo sport, anche se non in particolare sul calcio, che già detiene una popolarità enorme tra le masse.
La formula prescelta è la più semplice possibile: le sedici squadre partecipanti formano un tabellone a eliminazione diretta, dagli ottavi alla finale. Chi vince, passa il turno, e, in caso di parità, si rigioca la partita il giorno dopo. L’Inghilterra diserta ancora una volta, mentre l’Uruguay si rifiuta di mettere in palio la sua coppa, per “vendicarsi” delle tante assenze di quattro anni prima. Dal Sudamerica, quindi, partecipano solamente due squadre, Brasile e Argentina. In compenso aderisce la prima squadra africana, l’Egitto.
L’Italia è guidata da Vittorio Pozzo, un giornalista, grande esperto e appassionato di calcio. Pozzo non è fascista, anzi è piuttosto lontano da quegli ambienti, ma è nazionalista fino al midollo, convinto che una squadra di calcio sia come un esercito, e carica i suoi giocatori chiedendo loro di essere degni degli eroi del Piave, e di considerare la maglia azzurra come una divisa. Pozzo ha inventato, o adottato (le fonti divergono) una fortunata variante tattica, il “Metodo”. All’epoca quello che domina è il “Sistema” all’inglese, o il WM, un 3-2-2-3 che prevede la presenza di tre punte appoggiati da due interni, e in difesa due mediani centrali e tre difensori. Un modulo che occupa tutti gli spazi del campo, adatto alle squadre offensive e manovriere.
Pozzo arretra i mediani fino quasi alla linea di difesa, mentre il “centrale” difensivo avanza, prendendo il ruolo di “centromediano metodista”. Anche gli interni del WM si dispongono spesso in copertura, mentre prendono importanza le due ali, spesso servite con lunghi lanci dal centromediano, e pronte a infilarsi nella difesa avversaria e ad arrivare in area con rapidi scambi con il centravanti. Uno schema (oggi diremmo un 4-1-4-1) adatto alle squadre veloci, che evitano il possesso palla prolungato e tendono a richiudersi per poi ripartire, l’embrione del cosiddetto “difensivismo” all’italiana.
La formazione azzurra è piena di “oriundi”, vale a dire stranieri provenienti dal Sudamerica ma naturalizzati perché di origine italiana. Tra loro Luisito Monti (Juventus), che abbiamo visto sconfitto con la sua Argentina nella finale del 1930, Raimundo Orsi (Juventus), Enrique Guaita (Roma). L’ossatura è quella della Juventus dei cinque scudetti consecutivi (dal 1930 al 1935) con la difesa formata da Combi-Rosetta-Caligaris e il centrocampista Giovanni Ferrari, oltre agli altri già citati. La stella è il centravanti dell’Inter Giuseppe Meazza. Pozzo dopo qualche prova poco convincente mette da fuori sia Rosetta che Caligaris, e preferisce loro Monzeglio (Bologna) e Allemandi (Inter).
Il gol decisivo di Schiavio nei supplementari della finale
La prima partita è un trionfale 7-1 ai danni degli Stati Uniti. La seconda avversaria invece è un osso duro, la Spagna del leggendario portiere Ricardo Zamora. Il match finisce 1-1, con l’Italia che rimonta faticosamente gli iberici. Il giorno dopo, nella ripetizione, la Spagna non schiera Zamora, un’assenza che suscita una ridda di voci e di polemiche. L’Italia si impone per 1-0 e trova in semifinale l’Austria, il “Wunderteam”, una delle squadre più forti dell’epoca, che usa anch’essa il Metodo. La partita viene decisa da un gol di Guaita, con un fallo sul portiere piuttosto evidente.
Arriviamo alla finale con la Cecoslovacchia, portabandiera del calcio danubiano. Dopo una lunga fase di parità, a venti minuti dalla fine i cechi la mettono dentro. Qui l’Italia dà il meglio di sé: non si getta all’attacco, resta fedele al suo modulo, e sorprende gli avversari in contropiede con Orsi a nove minuti dal termine. Nei supplementari arriva il gol decisivo del bolognese Angelo Schiavio. Il Duce è in tribuna, ma non muove un muscolo, non ne capisce nulla di football, e non pare affatto interessato. Il regime festeggia, ma senza eccessi: il calcio non è sport “virile” a sufficienza per la retorica del fascismo, e questo ne garantisce una relativa indipendenza. I calciatori non saranno mai, per loro fortuna, totalmente strumentalizzati dal fascismo.
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