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Domenica 28 aprile ci saranno le elezioni in Spagna e gli elettori dovranno eleggere i 350 membri del Congresso e 208 dei 266 membri del Senato. Gli aventi diritto al voto sono 36.893.976.

Sistema elettorale

Il mandato di ciascuna Camera delle Cortes Generales – il Congresso e il Senato – scade dopo quattro anni dalla data delle precedenti elezioni a meno che non vengano sciolte in precedenza, come in questo caso.

In Spagna vige un bicameralismo imperfetto. Il Congresso dei Deputati ha un potere legislativo maggiore rispetto al Senato avendo la possibilità di votare la fiducia o toglierla al primo ministro e di scavalcare i veti del Senato con la maggioranza assoluta dei voti. Tuttavia, il Senato possiede alcune funzioni esclusive, ma numericamente limitate. Ad esempio ha un importante ruolo nelle revisioni costituzionali.

Per il Congresso dei Deputati si eleggono 348 deputati utilizzando il metodo D’Hondt e una rappresentanza proporzionale a lista chiusa con una soglia del 3% dei voti validi applicata a ogni collegio elettorale. Lo sbarramento effettivo in realtà può essere superiore e dipende dall’ampiezza del collegio. Due deputati vengono eletti da Ceuta e Melilla.

Per il Senato, 208 membri vengono eletti utilizzando un voto parziale a lista aperta con gli elettori che votano per i singoli candidati anziché per i partiti. Nei collegi elettorali che eleggono quattro senatori gli elettori possono votare fino a tre candidati, in quelli con due o tre posti al massimo due candidati e per quelli con un unico senatore solo un candidato.

I partiti si dividono in tre categorie:

  • Partiti di centrosinistra: PSOE (Socialisti) e Unidos Podemos (sinistra populista)
  • Partiti di centrodestra: Partido Popular (Popolari), Ciudadanos (liberali) e VOX (estrema destra)
  • Partiti regionali
    • Patiti catalani: Esquerra Republicana de Catalunya – ERC (sinistra repubblicana) e Junts per Catalunya, JxC (centrodestra)
    • Partiti baschi: Partido Nacionalista Vasco, PNV (centrodestra) e Euskal Herria Bildu, EH Bildu (sinistra)
    • Partiti della Valencia: Compromís (coalizione di tre partiti centrosinistra)
    • Partiti delle Isole Canarie: Nueva Canarias (centrosinistra) e Coalición Canaria–Partido Nacionalista Canario, CC–PNC (centrodestra).

Come siamo arrivati qui?

Alle elezioni del 26 giugno 2016 non emerse una chiara maggioranza dalle urne. Dopo diversi tentativi di formare un governo, tra cui uno tra il PSOE e Ciudadanos, si arrivò a un governo di centrodestra guidato da Mariano Rajoy a cui votarono la fiducia il Partito Popular, Ciudadanos e Coalición Canaria. Il PSOE si astenne per far nascere il governo.

La decisione del PSOE di astenersi fu però travagliata. Pedro Sánchez fu estromesso dalla guida del partito e un comitato prese temporaneamente il controllo della formazione socialista. A seguito di un’elezione primaria nel 2017, Sánchez ottenne il 50,3% dei voti sconfiggendo Susana Díaz, colei che aveva guidato la ribellione.

Nel giugno del 2018 il PSOE ha proposto una mozione di censura contro il governo di Mariano Rajoy, che è passata con 180 Sì, 169 No e un astenuto. Hanno votato a favore il PSOE, Podemos, ERC, PDeCAT, NC e PNV. Si sono opposti il PP e Cs.

È nato così un governo “Frankenstein” formato solo da membri del PSOE e senza una chiara maggioranza parlamentare, che si reggeva sui voti dei partiti regionali.

L’Andalusia sulla mappa della Spagna

Nel dicembre dello scorso anno la Spagna è stata colpita da un vero e proprio terremoto politico con le elezioni in Andalusia. Si tratta della regione più popolosa della Spagna e della sua terza maggiore economia dopo la Catalogna e Madrid. È stata governata dai socialisti per oltre 40 anni.

Il PSOE ha ottenuto solo il 28,2% dei voti (-7,2), il PP il 20,7% (-6), Ciudadanos il 18,1 (+8,9), Adelante Andalucía il 16,2% (-5) e Vox il 10,9% (+10,3).

Il terremoto è stato su almeno tre livelli.

Innanzitutto, per la prima volta in trentasei anni un partito di estrema destra è entrato in un parlamento regionale e si è potuto sedere al tavolo delle trattative per il governo. Non era mai accaduto da quando la dittatura di Francisco Franco finì nel 1975.

In secondo luogo, il PSOE è stato estromesso dal governo. Il PP e C’s hanno infatti fatto un accordo per governare. Non avendo però abbastanza seggi, il PP ha a sua volta fatto un accordo con Vox su 37 punti, tra cui il contrasto all’immigrazione clandestina, la riduzione delle tasse regionali e la lotta al fondamentalismo islamico.

In terzo luogo, hanno certificato che il bipartitismo, già in serissima difficoltà, è finito, almeno per ora. La Spagna è entrata a tutti gli effetti in quello che i giornali spagnoli hanno definito un “pentapartitismo imperfetto”.

A marzo il governo Sanchez si è definitivamente rotto sul “bilancio generale”, che è stato bocciato dagli indipendentisti catalani. Il primo ministro ha quindi deciso di andare a elezioni.

Nella prossima pagina, i partiti, i loro leader e le loro proposte. Non fermarti qui.