Si è votato Domenica scorsa per le elezioni del parlamento regionale dello stato federale del Saarland. La coalizione di governo uscente era una “Grosse Koalition” tra CDU e SPD guidata dalla signora Annegret Kramp-Karrenbauer (CDU). Nella tabella i risultati definitivi:
Il risultato è stato un successo ben oltre le previsioni per la CDU, che grazie all’effetto AKK (dalle iniziali del nome della popolarissima Ministerpräsidentin) ha portato il principale partito di governo dal 35,2% di 5 anni fa ad oltre il 40%.
Grossa delusione invece in casa SPD. Non solo non c’è stato l’effetto Shulz pronosticato dai sondaggi, ma la SPD non riesce neanche a raggiungere il valore del 2012, e non intercetta i voti persi dagli altri partiti di sinistra.
In ribasso. come previsto, la Linke, il partito della sinistra tedesca che nella Saar è guidato dal suo leader storico Oskar Lafontaine. Perde il 3% rispetto a 5 anni fa, ma recupera consensi rispetto alle politiche e si conferma terzo partito della regione. Tuttavia il risultato conferma il relativo declino del partito a livello nazionale.
Pessimo risultato anche per i Grünen. I verdi tedeschi, che erano presenti nel parlamento regionale con 2 seggi ,adesso ne escono definitivamente, non avendo superato la soglia di sbarramento del 5% dei voti .
Entra per la prima volta nel parlamento regionale la AfD, il partito nazionalista anti-Euro che con il 6% dei voti prende 3 seggi. Da notare che il risultato è ben al di sotto di quando pronosticavano i sondaggi alcuni mesi fa, che lo davano alla pari con la Linke. Questo potrebbe essere un segnale che anche a livello nazionale l’ondata populista anti-Europea si sta abbassando.
Rimangono ancora ben al di sotto del 5% i liberali della FDP, pur recuperando qualcosa rispetto al risultato disastroso del 2012, dove erano scesi all’1,2%.
Addio infine al partito dei Piraten. Dopo il clamoroso successo del 2012, dove avevano ottenuto il 7.4%, i “Pirati” avevano velocemente perso consenso, a causa delle continue dispute interne al partito, ad alcuni scandali e alla mancanza di professionalità dei dirigenti nazionali. Il risultato al di sotto dell’1% di domenica scorsa è l’ennesima conferma della loro irrilevanza.
Con un totale di 24 seggi su 51, SPD e Linke non hanno i numeri per una eventuale coalizione di sinistra (che invece sarebbe stata possibile nel 2012 quando avevano 26). Dal momento che la Signora Kramp-Karrenbauer ha escluso qualsiasi accordo con la AfD, la strada obbligata sembra adesso un rinnovo della Grosse Koalition CDU-SPD.
HONG KONG
La candidata sostenuta dal governo di Pechino, Carrie Lam ha vinto le elezioni ed è il nuovo “chief executive” di Hong Kong. aggiudicandosi più la maggioranza assoluta dei 1.194 grandi elettori che scelgono la carica istituzionale più alta dell’ex colonia britannica. Lam, numero due uscente, è la prima donna a diventare leader di Hong Kong.
Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, questo il nome completo dell’esponente politico di 59 anni, è la prima donna a ricoprire il ruolo di capo del governo della Regione amministrativa speciale di Hong Kong, parte della Cina, prendendo il testimone da Leung Chun-ying che a dicembre aveva annunciato di non voler correre per un secondo mandato.
La Commissione per gli affari elettorali le ha assegnato 777 voti sui 1.163 dichiarati validi, espressi dai componenti del parlamentino locale e dai rappresentanti di diversi settori della società. Lam, ex “chief secretary” dell’amministrazione di Hong Kong, ha avuto la meglio, nel rispetto delle previsioni, sull’ex “financial secretary” John Tsang – che godeva ampiamente del sostegno popolare in base a tutti i sondaggi – e dell’ex giudice Woo Kwok-hing, impegnato in una sorta di missione impossibile.
Lam contava sul sostegno certo di 580 grandi elettori, mentre Tsang puntava sul segreto dell’urna per invertire il pronostico, forte della maggioranza a suo favore dei 320 grandi elettori pro-democrazia.
La neo chief executive è vista come una figura dialogante: durante il “movimento degli ombrelli”, esploso su iniziativa degli studenti nel 2014 contro il timore di normalizzazione da parte della Cina, tenne almeno nelle fasi iniziali un canale di dialogo aperto.
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