Le elezioni dell’ottobre 2021 portarono ad un parlamento estremamente frammentato, dove il blocco politico sadrista ottenne il maggior numero di seggi. Questo portò ad una paralisi politica, con i membri del parlamento incapaci di trovare un accordo per formare un governo di coalizione stabile o di eleggere un nuovo presidente. I servizi governativi di base come il servizio civile e l’esercito continuavano a funzionare, ma il sistema politico nazionale era in una situazione di stallo, anche per quanto riguarda quasi tutte le principali questioni di spesa e tassazione.
Ben presto Baghdad fu teatro di violenti scontri, a cui seguì un tentativo di assassinare il primo ministro Mustafa Al-Kadhimi. Nel giugno 2022, tutti i 73 deputati del blocco di al-Sadr si dimisero dal parlamento e vennero sostituiti da rappresentanti di altri partiti, il che portò l’alleanza di partiti sostenuti dall’Iran guidata da Nouri al-Maliki a 130 seggi. Durante l’estate i seguaci si al-Sadr assaltarono la Zona Verde, il parlamento, il palazzo presidenziale e vari uffici governativi nel sud del paese. Gli scontri armati che ne seguirono provocarono decine di morti. Nel mese di ottobre il parlamento elesse Abdul Latif Rashid dell’Unione Patriottica del Kurdistan come nuovo presidente del paese. Una volta eletto Rashid incaricò Mohammed Shia’ Al Sudani di formare il nuovo governo.
Mohammed Shia’ al-Sudani esponente del Quadro di Coordinamento sciita (un blocco politico legato all’Iran), si è trovato a guidare un governo che, per la prima volta dal 2005, non includeva rappresentanti del movimento sadrista. Questo ha reso la sua posizione particolarmente delicata, stretta tra le pressioni iraniane, le aspettative della popolazione e le esigenze di una classe politica frammentata e spesso corrotta. Il suo mandato è stato fin dall’inizio caratterizzato da sfide imponenti: la lotta alla corruzione, il miglioramento dei servizi pubblici, la gestione della crisi economica e la ricerca di una stabilità politica. Al-Sudani ha cercato di presentarsi come un leader capace di portare avanti riforme concrete, puntando su progetti di sviluppo infrastrutturale, sulla lotta agli sprechi e sulla promozione di investimenti esteri. Tuttavia, la corruzione sistemica e la divisione del potere su base etnico-settaria (il cosiddetto sistema della “muhasasa”) hanno reso difficile qualsiasi tentativo di cambiamento radicale. Nonostante alcune iniziative, come la promessa di recuperare fondi pubblici sottratti illegalmente o la volontà di migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione, gli iracheni continuano a soffrire per la mancanza di opportunità e servizi essenziali. Sul fronte estero, al-Sudani ha adottato una politica di equilibrio, cercando di mantenere buoni rapporti sia con l’Iran che con gli Stati Uniti, nonché con i paesi arabi del Golfo. Questo approccio ha permesso all’Iraq di riacquistare un certo ruolo regionale, posizionandosi come mediatore in un Medio Oriente sempre più polarizzato. Tuttavia, la presenza di milizie filoiraniane sul territorio iracheno e le tensioni con Washington (soprattutto dopo gli attacchi contro basi americane e la richiesta di ritiro delle truppe straniere) hanno reso questo equilibrio precario e costantemente sotto pressione. Un altro aspetto centrale del suo mandato è stato il tentativo di rafforzare la sovranità nazionale, limitando le ingerenze esterne e cercando di ridurre la dipendenza dall’Iran senza però rompere i legami con Teheran. Al-Sudani ha anche dovuto gestire la complessa questione delle Forze di Mobilitazione Popolare (FMP), milizie paramilitari sostenute dall’Iran che giocano un ruolo chiave nella sicurezza interna. Nonostante le pressioni americane per smantellarle, il primo ministro ha scelto di integrarle nel sistema di difesa nazionale, sottolineandone il contributo nella lotta al terrorismo e nella difesa della sovranità irachena.
Nelle prossime pagine, i principali partiti politici.
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