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IL MAPPAMONDO – Come è iniziato il 2021: i kirghisi scelgono la dittatura, in Centrafrica torna l’instabilità

Anche quest’anno è iniziato male.

Almeno, dal punto di vista elettorale. In Kirghizistan, dopo le contestatissime elezioni di inizio ottobre 2020, e la guerra fratricida tra Jeenbekov e Atambayev, è salito al potere Sadyr Japarov, il leader di un piccolo partito di estrema destra, che in pochi mesi ha occupato tutti gli spazi del potere e promosso un referendum che ha trasformato la repubblica dell’Asia centrale da parlamentare a iper-presidenziale.

Nella Repubblica Centrafricana, uscita con fatica nel 2015 da una guerra di natura sia etnico-religiosa – tra estremisti musulmani ed estremisti cristiani – che politica, sorta a seguito della caduta dell’ex regime dittatoriale di François Bozizé, è tornata l’instabilità in ragione dei conflitti post-elettorali. Le elezioni si sono svolte in realtà già a dicembre 2020, ma i risultati sono stati resi noti solo pochi giorni fa.

Ma vediamo il dettaglio.

KIRGHIZISTAN

Prima di tutto, è d’uopo un piccolo ripasso su quello che  è accaduto nel Paese dell’Asia Centrale nel turbolento autunno dell’anno trascorso (per informazioni più complete, cliccare qui e qui).

Il Kirghizistan, come l’Armenia, rappresentava un “esperimento democratico” di Putin. Paesi per lungo tempo rimasti dittatoriali e circondati da altre nazioni dove vige tuttora l’autoritarismo più sfrenato, e al contempo fondamentalmente e necessariamente nell’ambito della sfera d’influenza russa.

Ma come è avvenuto? Bene, in questi Paesi sono scoppiate delle rivoluzioni, che hanno avuto la meglio (in Kirghizistan la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani del 2010), e la Russia di Putin ha deciso di non intervenire, di permettere che le cose facessero il proprio corso, e che infine un  sistema (relativamente) democratico venisse instaurato. Relativamente, perché sottoposto a un chiaro limite: sì all’alternanza, ma solo tra partiti filo-russi o comunque non ostili a Mosca.

I partiti maggiori e tutte le formazioni protagoniste della politica kirghisa degli ultimi anni non hanno presentato candidati alle elezioni. Solo il candidato di Kirghizistan Unito, formazione etnonazionalista, ha superato il 3% dei suffragi, oltre a Japarov.
L’affluenza, molto bassa, si è attestata al 39%: un crollo verticale di 20 punti rispetto alle parlamentari del 2020. Segno che i Kirghisi sapevano già come sarebbe andata.
Al Referendum, il Presidenzialismo ha vinto con l’84,1% dei suffragi, mentre il parlamentarismo è rimasto all’11,3%: Il 4,6% ha votato a favore di un terzo ipotetico sistema (l’opzione inserita era precisamente: “sono contro entrambi”). Anche in questo caso l’affluenza non è arrivata al 40%.

Un doppio esperimento che però in questo turbolento 2020 è andato in crisi. Da un lato in Armenia, dove la chiara sconfitta nella Guerra del Nagorno-Karabakh ha scatenato manifestazioni e minacce di morte contro il Primo Ministro liberaldemocratico Nikol Pashinyan. Dall’altro lato in Kirghizistan, dove con questo referendum si è posta una pietra tombale sulla democrazia e sui risultati della Rivoluzione dei Tulipani, avvenuta quindici anni fa.

Le continue liti tra i partiti e soprattutto tra i leader per il potere hanno stancato i kirghisi della democrazia. Il Presidente Sooronbay Jeenbekov, a capo della formazione politica socialdemocratica “Unità“, è stato oggetto di una profonda contesa per il potere con il suo ex compagno di partito ed ex Primo Ministro Almazek Atambayev, che ha visto quest’ultimo sconfitto alle elezioni parlamentari di ottobre e messo in stato d’arresto.  A seguito delle rabbiose rivolte dei sostenitori di quest’ultimo, e delle controrivolte dei sostenitori di Jeenbekov, anche quest’ultimo alla fine si è dimesso e in Parlamento si è formato un accordo che ha visto acquisire il Governo ad interim da parte di Sadyr Japarov, leader di Mekenchil (I Patriottici), un partitino di estrema destra fino a quel momento senza grandi consensi.

Nel vuoto politico  ed istituzionale, in pochi mesi Japarov ha tentato (e ci è riuscito) il colpo di mano: ha fatto mettere alla Presidenza, ad interim, un membro del partito dell’ex dittatore pre-rivoluzione Bakyiev, ha fatto strage politica e mediatica dei diversi litiganti, ha indetto nuove elezioni parlamentari e presidenziali, e soprattutto un referendum che porterà la Repubblica culla del parlamentarismo dell’Asia Centrale a passare a un sistema iper-presidenziale, con meno diritti per gli oppositori politici, e così, sostanzialmente, a un rinnovato allineamento con gli altri Paesi della regione. Di nuovo una dittatura, come tutte le altre. E sempre filo-russa. Ovviamente, Japarov si è candidato Presidente e ha vinto con percentuali bulgare ad elezioni a cui i partiti avversari più importanti non hanno partecipato. Anche il referendum è naturalmente passato con percentuali bulgare a favore dell’Iper-Presidenzialismo.

Ma non basta così. Japarov ha già stabilito di voler implementare nuove modifiche della Costituzione onde restringere ancor più il dibattito politico alternativo.

CENTRAFRICA

Nella Repubblica Centrafricana, si sono svolte le elezioni presidenziali, in cui è risultato vincitore il Presidente uscente Faustin-Archange Touadéra, già al primo turno.

Il Paese che rappresenta, per nome e posizione geografica, il cuore del Continente africano è in un periodo fragile della sua storia, uscito da cinque-sei anni da una sanguinosa guerra causata da più fattori, dopo la cacciata del capo dell’ex regime François Bozizé. Il conflitto, durato all’incirca dal 2011 al 2015, ha visto opporsi i Séléka, rappresentanti dei musulmani discriminati dall’ex regime, e gli Anti-Balaka, estremisti cristiani nati per convertire forzatamente i cittadini islamici del Paese.

Una guerra che ha avuto fine grazie agli sforzi internazionali e alla missione MINUSCA, inviata dall’ONU come forza di interposizione nelle aree più calde. Questo ha permesso di ristabilire una accettabile composizione sino a un accordo apparentemente definitivo di pace nel 2019. Dopo un periodo di stabilizzazione con la Presidente – indipendente – Catherine Samba-Panza, sono state indette le prime elezioni democratiche in cui ha prevalso Faustin-Archange Touadéra, pentito ex Primo Ministro di Bozizé, visto come un moderato e una figura non troppo divisiva.

Gli avversari principali di Touadéra erano i due ex premier Dologuélé e Ziguélé. Mentre Ziguélé è stato a lungo oppositore dell’ex dittatore Bozizé, Dologuélé, alle ultime elezioni, aveva dichiarato di voler trovare un rinnovato ruolo politico a Bozizé l’esiliato. Per questo molti lo avevano accusato di continuità con l’ex regime. La sua sconfitta è contestata dalle forze di opposizione legate al Presidente spodestato.

Ma le difficoltà per il Paese, in occasione di queste seconde elezioni democratiche, sembrano risorgere. Da un lato per le pressioni esterne: sia i Francesi, ex colonizzatori, sia i Russi, grazie all’esportazione di armi, sembrano fin troppo interessati al Centrafrica e alle sue materie prime (in particolare petrolio e uranio). Questo è diventato abbastanza evidente a tutti gli osservatori quando Touadéra ha iniziato ad effettuare una serie di visite periodiche a Mosca.

Ma le armi distribuite sul territorio creano instabilità. Da un lato gli ex alleati di Bozizé perseverano a complottare, e sono accusati di voler organizzare dei colpi di Stato per rimettere al suo posto l’ex autocrate. Dall’altro lato alcuni gruppi di opposizione si sono armati e hanno formato la Coalizione dei Patrioti per il Cambiamento, che ha iniziato a battagliare sia con le truppe di Bangui sia con MINUSCA, ma anche con i Russi e il Ruanda, che ha inviato una missione in supporto della Repubblica Centrafricana. Quanto alle elezioni, persino la Corte Costituzionale ha annullato alcuni scrutini viziati dai brogli.

Un caos che rischia seriamente di generare in un nuovo conflitto. Con lo scontro tra vecchie potenze coloniali (Francia, coadiuvata dal vicino Ciad) e nuove (Russia, coadiuvata dal Ruanda) sullo sfondo per la primazia.

Altre notizie:

UGANDA – Si sono tenute le elezioni presidenziali in Uganda, che hanno visto vincitore con il 59% dei suffragi nuovamente  Yoweri Museveni, al potere dal 1986. Elezioni i cui risultati sono  stati orchestrati con lo stampino da un regime autoritario che permette qualche spazio all’opposizione ma nessun tipo di possibilità di vittoria. Nel caso di specie gli oppositori erano rappresentati dal rapper Bobi Wine, storico leader del movimento per la resistenza ugandiana. Le accuse di frode non sono mancate, e il Consiglio UE ha parlato di continue aggressioni agli osservatori, ai candidati dell’opposizione oltre che di brogli palesi. 

Per questa settimana è tutto.

Alla prossima elezione!

Skorpios

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