Il 12 maggio si sono tenute le elezioni parlamentari in una democrazia giovane e sempre piena di problemi, che tenta di uscire con fatica da una guerra civile tuttora in corso contro lo Stato Islamico, e che non conosce una vera pace e una vera stabilità da anni, la Repubblica Irachena.
Nonostante ciò, dopo la fine del regime di Saddam Hussein, si è mantenuta una relativa pax tra fazioni – eccetto, appunto, quelle estremiste – che ha permesso lo svolgimento di elezioni relativamente democratiche.
Nelle elezioni del 12 maggio si è potuto assistere a un crollo dell’affluenza di ben 17 punti, scesa al 44,5%. Un vero e proprio flop. Ne è poi risultato un hung parliament – molto hung -, dove è diventato partito di maggioranza relativa la coalizione Avanti!– rossobruni populisti, per così dire, che guardano con disprezzo sia ad est che a Occidente.
I risultati mostrano come i nuovi partiti abbiano soppiantato – in diversi casi – i vecchi. Ne esce decimato Stato di Legge, il partito dell’ex premier Nouri Al Maliki per anni centrale nella politica irachena. Da Stato di Legge sono infatti nati sia la moderata Coalizione per la Vittoriadel premier uscente Al Abadi, piuttosto filo-iraniana, ma senza scadere nell’eccesso, e capace di mantenere buoni rapporti con l’Occidente in nome della vinta battaglia contro il Califfato dell’Iraq e del Levante, sia Fatah.
Al Abadi non giova eccessivamente della vittoria sul campo, visti i problemi sociali ed economici che affliggono il Paese da tempo malato di conflitti più o meno intensi.
Altro partito fuoriuscito da Stato di Legge, medaglia d’argento, è l’ultra filo-iraniano, filo-siriano, e anti-occidentale, Fatah, che ha combattuto in prima linea l’ISIS a fianco dei Pasdran di Tehern.
Ma il partito a cui più di tutti ha giovato la tornata elettorale, come si immaginava sarebbe accaduto ormai da tempo, è Avanti! (Saairun), l’alleanza politica tra Muqtada Al Saadr e il partito comunista, un’alleanza anti-corruzione e populista, e allo stesso tempo nazionalista, che rifiuta sia i legami con l’Occidente sia con l’Iran, e che vuole un Iraq libero. Peccato che Al Saadr, il chierico ex miliziano antigovernativo (per maggiori informazioni si consiglia di guardare l’articolo del collega Fabbio), sia stato visto aggirarsi in terre saudite in cerca di appoggi.
Questo dimostra come ridurre i conflitti in Medio Oriente a mera lotta religiosa tra Sciiti e Sunniti, ancora una volta, sia il tipico errore grave di chi non ha capito nulla della questione. Come esistono i Curdi buoni (per Erdogan, vale a dire i Curdi iracheni), esistono gli sciiti buoni (per l’Arabia Saudita).
Quanto ai partiti curdi, risentono della sconfitta politica dovuta alla rinuncia a mettere in esecuzione il risultato del plebiscito del 2017 sulla secessione, per evitare un conflitto nella zona.
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