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IL MAPPAMONDO – L’ultima elezione degli anni 10 è in Guinea-Bissau; resi pubblici i risultati delle presidenziali in Afghanistan

di Skorpios

Il decennio che ci precede è stato pieno di sorprese in ambito di politica internazionale. In particolare, si è trattato di un decennio tetro per l’Occidente, poiché sono molte le democrazie messe sotto scacco dai neonazionalismi. Al contrario, in altre zone del mondo, come in Africa, molte situazioni sono cambiate in favore di una maggiore democratizzazione, con la caduta di regimi storici.

GUINEA-BISSAU

L’ultima elezione del decennio è stata quella in Guinea Bissau. Anche la Guinea Bissau ha ottenuto un risultato a suo modo storico. Dopo l’amara sconfitta nel primo turno del Presidente uscente José Mario Vaz, arrivato solo in quarta posizione e quindi escluso dal ballottaggio, è risultato vincitore Umaro Embalò, di Madem G15. Sconfitto il Partito Africano per l’Indipendenza di Guinea-Bissau e Capo Verde (un tempo vi era un partito omonimo e alleato anche per questo Paese insulare, come la Guinea-Bissau ex colonia portoghese), il partito dominante nella nazione dell’Africa occidentale, al potere praticamente da sempre, a parte nel triennio 2000-2003 e durante i periodi di giunta militare.

L’affluenza è stata piuttosto alta per un Paese africano – al 74% al primo turno e al 72% al secondo – ma in calo rispetto alle elezioni del 2014, quando al primo turno aveva raggiunto addirittura l’89,3% e al secondo il 78,2%.

Una svolta storica che favorisce apparentemente una maggiore democratizzazione e un maggiore pluralismo. Il PAIGC aveva subito importanti divisioni prima di queste elezioni. Il Presidente José Mario Vaz era infatti stato scaricato dal partito e accusato di protagonismo dopo la sua decisione di licenziare il Primo Ministro Domigons Simoes Pereira. Il PAIGC aveva quindi deciso di candidare lo stesso Pereira come presidente al posto di Vaz, mettendo quest’ultimo in una posizione di estrema debolezza. Ma la vendetta di Vaz non è tardata ad arrivare: al secondo turno, il Presidente sconfitto ha appoggiato il candidato dissidente Embalò, contribuendo alla sua vittoria.

Umaro Sissoco Embalò, ex militare, è stato Primo Ministro di Vaz dopo Pereira dal 2016 al 2018, per poi entrare in rotta di collisione con il Presidente per questioni di poltrone di ministeri e dimettersi nel 2018. Oggi, invece, è diventato il Cavallo di Troia di Vaz per scardinare il PAIGC, il partito di cui lo stesso Embalò faceva parte. Le elezioni si sono svolte pacificamente ma Embalò, per attirare l’attenzione su di sé e tentare il tutto e per tutto contro il partito dominante, con cui per altro si è reciprocamente accusato di ricevere fondi illegali da gruppi di potere esteri (la Guinea-Bissau ha un ruolo fondamentale come hub di raccolta e scambio della cocaina) ha soffiato sul fuoco delle differenze tra gruppi etnici che compongono il Paese, diviso tra gruppi cristiani e musulmani che finora hanno convissuto pacificamente. Una mossa azzardata e pericolosa, criticata da molti osservatori. La fine del potere storico e consolidato di PAIGC non necessariamente si rivelerà un’ottima notizia per la Guinea-Bissau.

AFGHANISTAN

Durante il periodo natalizio, sono stati resi pubblici, dopo mesi e mesi di spoglio, i risultati delle elezioni presidenziali in Afghanistan tenutesi il 28 settembre 2019.

Vincitore ne è risultato al primo turno, superando di pochissimo la maggioranza assoluta dei voti, il Presidente uscente Ashraf Ghani. Nuovamente sconfitto il Capo del Governo nonché ex candidato alle presidenziali Abdullah Abdullah.

L’affluenza, in virtù delle più che concrete minacce a cui erano esposti gli elettori, è stata bassissima, intorno al 20%.
I risultati sono ufficiali ma forse non realmente definitivi. Abdullah già promette reclami a un organo appositamente costituito dalla Commissione Elettorale. Ghani, del resto, ha evitato il ballottaggio per soli 11mila voti, un nulla sul totale dei votanti in termini assoluti.

Ghani e Abdullah avevano risolto il contenzioso sulla vittoria alle elezioni del 2014 in maniera molto matura, spartendosi il potere con la nomina dello sconfitto a Capo Esecutivo – alias Primo Ministro – , una mossa che aveva fatto del bene a un’Afghanistan martoriato da una delle guerre più sanguinose degli ultimi due decenni, e che anche nel 2019 si è rivelata il conflitto che ha fatto più vittime tra tutti quelli in corso, dopo la maggiore stabilizzazione della situazione siriana. Circa 200mila vittime dal 2001, tra le due fasi che l’hanno contraddistinta: la prima, che è durata ben 13 anni e ha visto la contrapposizione tra i Talebani e le forze ISAF e NATO comandate dagli Stati Uniti nonché l’installazione di un governo democratico a Kabul. La seconda, partita nel 2014, quando la maggior parte delle forze NATO si è ritirata lasciando spazio a mere forze di interposizione e sostegno alle armate del governo ufficiale di Kabul con l‘operazione Resolute Support.

Gli USA e l’Occidente, tuttavia, e almeno in una certa percentuale, hanno perso la propria guerra contro i Talebani, che ancora oggi controllano più di un terzo del Paese, dopo diciannove anni di conflitto. L’amministrazione Trump sta quindi, da mesi, contrattando un ritiro grazie al dialogo diretto con questi ultimi. Il problema è che nei colloqui non sono stati inclusi, per volontà diretta dei leader talebani, i membri del Governo di Kabul. Il rischio è che i Talebani, liberi dalle forze di Resolute Support, ne approfittino per riprendersi tutto il Paese come era prima del 2001, con il Mullah Omar. Le mosse dell’amministrazione USA sono quindi molto pericolose e ancora oggi molto incerte.

Anche queste elezioni sono state contraddistinte dalle minacce dei Talebani, da rinvii continui, e dalle bombe che hanno ucciso circa una cinquantina di persone ai seggi. 
Ora bisognerà vedere se anche stavolta Abdullah gestirà la sconfitta in maniera matura – già ha promesso reclami e ricorsi a più non posso – , o se Ashraf Ghani dovrà gestire anche lui, oltre a una guerra sanguinosissima di cui non si vede la fine, a un Paese letteralmente diviso, e ad un’amministrazione USA che non coinvolge il suo governo in colloqui a seguito dei quali lo stesso risulterebbe esposto di fronte alla furia talebana, e stavolta senza protezioni.

ALTRE NOTIZIE

– In CROAZIA si sono tenute le elezioni presidenziali. La Croazia è una repubblica parlamentare, ma il presidente viene eletto direttamente dai cittadini. Le elezioni si sono rivelate una vera e propria sorpresa, amara per il Governo di centro-destra retto dal liberalconservatore Andrej Plenkovic. Smentendo tutti i pronostici che vedevano vincente l’uscente Kolinda Grabar-Kitarovic del partito al potere HDZ, gli elettori hanno portato alla vittoria il centro-sinistra, e nella specie Zoran Milanovic, Primo Ministro dal 2011 al 2016. Al primo turno, Milanovic, del SDP, aveva ottenuto il 29,6%, a fronte del 26,7% di Grabar-Kitarovic e del terzo contenente principale, che ha ottenuto un ottimo risultato, il cantante Miroslav Skoro, supportato dai nazionalisti di destra – 24,5%. Al secondo turno, Milanovic ha vinto con il 52,7% contro il 47,3% dell’avversaria.

Per questa settimana è tutto.

Un augurio a tutti di un buon 2020, che sarà un altro anno di importanti appuntamenti elettorali.

Alla prossima elezione

Skorpios

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