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IL MAPPAMONDO – In Montenegro futuro incerto; in Giamaica boom per i conservatori

GIAMAICA

In Giamaica si sono tenute le elezioni della Camera dei Rappresentanti.

Ne è uscito vincitore il liberalconservatore (a dispetto del nome) Partito Laburista della Giamaica (JLP), nato come socialdemocratico e che poi ha acquisito sempre più posizioni pro-libero mercato, estremista cristiano, conservatore e omofobo – un tradizionale problema in Giamaica, ma certo non per la maggioranza degli elettori.
Una vittoria che si può proprio definire una vittoria boom, sia perché successiva a cinque anni di governo, sia perché il partito di Andrew Holness, il Primo Ministro uscente, ha guadagnato sette punti a dispetto dei sette punti persi della sinistra del Partito Nazionalpopolare (PNP).

Il timore del Covid, in aumento anche a causa della fretta del Governo nel ritirare le restrizioni per godere della popolarità contingente dei consensi e sfruttarla con il voto, ha portato a votare solo il 37% dei Giamaicani, un vero e proprio crollo dell’affluenza per ben 11 punti rispetto alle elezioni del 2016.

Sono lontani i tempi di “Sista P”, Portia Simpson-Miller, l’inizialmente popolare – e poi sconfitta – leader progressista al potere fino al 2016. Holness ha fatto una campagna elettorale in cui ha promesso più sicurezza e liberalizzazioni come sistema per far crescere il Paese caraibico. La forte crescita economica degli ultimi anni lo ha premiato – riduzione del debito unita a un calo della disoccupazione. La debolezza del leader dell’opposizione, l’anziano Peter Philipps, non ha aiutato, anche se quest’ultimo si è molto concentrato sulle politiche sociali e i sussidi ai poveri. Holness ha davanti a sé quattro indisturbati anni di governo, il suo terzo mandato (il primo si era realizzato tra il 2011 e il 2012).

 

 

1) GIAPPONE – Una notizia di rilevanza storica, come le promesse dimissioni del Primo Ministro Shinzo Abe, che ha governato per ben nove anni, di cui otto consecutivi, un Paese con governi solitamente fragili e di brevissima durata – una notizia abbastanza oscurata dai nostri media, impegnati come sempre a seguire solo le beghe locali. Un anno o al massimo due, la durata media di un governo a Tokyo, con quattro eccezioni: Shigeru Yoshida, il padre del Giappone moderno e democratico, Eisaku Sato, lil conservatore amico degli USA in Vietnam, Junichiro Koizumi, uno degli eroi del liberismo giapponese, e infine proprio lui, Shinzo Abe, nazional-conservatore, equidistante, con il progetto di abbandonare il tradizionale pacifismo giapponese e ricominciare con politiche geopoliticamente aggressive, fortemente anti-immigrazione, popolarissimo a seguito della Abe-nomics, la svalutazione della moneta che ha salvato l’economia a Tokyo facendo fronte all’esportazione cinese, che affogava quella nipponica, ma che al contempo ha aumentato l’inflazione diminuendo il potere d’acquisto dei cittadini. Uomo solo al comando, negli ultimi tempi era però soggetto a una progressiva e costante perdita di popolarità, a causa delle promesse non raggiunte (es. l’ancora mancato accordo con Putin sulle Isole Curili), la cattiva gestione del coronavirus, il rinvio – a data da destinarsi – delle Olimpiadi, le accuse di negazionismo sui crimini dei Giapponesi durante la seconda guerra mondiale.
Un uomo di destra, sebbene meno populista di quelli occidentali (ma non troppo meno), nazionalista, conservatore, stacanovista affetto da gravi disturbi di ulcere intestinali con concause probabilmente psicosomatiche che lo hanno costretto alle dimissioni sia nel 2007 (dimissioni da cui si era ripreso, come una fenice) sia adesso.

Rimarrà al potere fino alle primarie interne del centro-destra giapponese, lo storico Partito Liberaldemocratico, che a metà settembre designeranno il suo successore.

Per questa settimana è tutto. Alla prossima elezione!

Skorpios

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