Caos completo in Kenya. Il copione è, purtroppo, lo stesso di molte tornate elettorali nel Continente africano: se non c’è un dittatore o aspirante tale che vuole superare i propri limiti di mandato con elezioni farsa, c’è un voto in cui lo sconfitto grida ai brogli (finché perde), e si ritira dalle elezioni, e il vincitore, o presunto tale, rifiuta ogni possibilità di dialogo. Il tutto condito da più o meno sopiti conflitti etnici.
Questa volta, nel ruolo dei due attori protagonisti, abbiamo Uhuru Kenyatta, Presidente conservatore uscente dal 2013, figlio di Jomo Kenyatta, il padre del Kenya indipendente. Fondatore del partito Alleanza Nazionale, vinse le elezioni del 2013 con il 50% quasi esatto dei voti, in elezioni relativamente democratiche ma comunque molto contestate, con manifestazioni di piazza e quant’altro. Personaggio oscuro, è stato messo sotto indagine in passato dal Tribunale Penale Internazionale a causa di presunti omicidi nei confronti di avversari politici avvenuti tra il 2007 e il 2008. L’indagine è finita in un’archiviazione per mancanza di prove due anni fa. La sua Presidenza è stata caratterizzata, tra le altre cose, dai tagli alla Pubblica Amministrazione e agli stipendi (a dire il vero alti, rispetto alla media del Paese) dei pubblici dipendenti ma anche dei politici (e di se stesso). In politica estera, si è molto impegnato per un maggiore ruolo dell’Africa all’ONU, e si è dimostrato molto attivista nel cercare di mediare le crisi politiche altrui. Secondo i sondaggi molto amato, meno amato alle elezioni, dove le percentuali sono (fino a quest’ultima elezioni anomala) state alte ma non strabilianti. Dall’altra parte, abbiamo il suo acerrimo nemico Raila Odinga. Socialdemocratico, fondatore del Partito Arancione, proprio il partito colpito, secondo le iniziali accuse della CPI, dagli omicidi politici di Kenyatta e dei suoi. Primo Ministro del Kenya dal 2008 al 2013 (dopo aver perso alle elezioni presidenziali), ancora prima leader dell’opposizione dissidente al regime autoritario del dittatore Daniel Arap Moi, perde nuovamente nel 2013, ad elezioni contestatissime, e in quest’ultimo mese di agosto.
Ad agosto vince però la sfida alla Corte Costituzionale kenyota, che annulla il voto per il Presidente dichiarandolo affetto da gravi frodi. Voti inventati, e sistema informatico hackerato: il sistema informatico si rivela quindi un sistema di voto pericoloso, molto più soggetto a rischi e accuse di quello cartaceo. Si va nuovamente al voto, e la Commissione Elettorale viene investita dalle critiche che provengono dall’opposizione e da gran parte dell’opinione pubblica. Odinga chiede che a gestire le elezioni di ottobre siano volti diversi, e che il sistema di voto sia differente. Ma così non accade: il Presidente Kenyatta decide di mantenere lo stesso sistema di voto, dice no a ogni ipotesi di riforma elettorale, la Commissione Elettorale rimane la stessa. A queste condizioni, Odinga decide di non partecipare a questo voto a ottobre.
L’unico politico di opposizione a partecipare attivamente alle elezioni è Ekuru Aukot, che prende lo 0,28%.
I risultati sono i seguenti: Uhuru Kenyatta (Partito del Giubileo) 98, 3% – Raila Odinga (Super Alleanza Nazionale) 0,96%Ekuru Aukot (Alleanza per la Terza Via in Kenya, centristi) 0,28%.
Ha votato solo il 42% degli elettori, e alcune regioni, quelle pro-Odinga, non sono nemmeno andate a votare. Il voto è sicuramente una farsa: pretestuosità dell’opposizione o nuova dittatura (ennesima dittatura africana) in arrivo?
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