Nel 1880 viene eletto con grande margine di Grandi Elettori (ma solo 2.000 voti popolari in più), James Garfield, professore, letterato e geometra a tempo perso (inventò una nuova dimostrazione del Teorema di Pitagora). La mappa elettorale torna a essere quella tradizionale: Sud e Midwest ai Democratici, capeggiati nell’occasione da Winfield Scotto Hancock, uno degli eroi della battaglia di Gettysburg, con l’aggiunta di California, Nevada, Maryland, Delaware e New Jersey. Ma il Nord industriale è tutto repubblicano, in particolare Illinois, Iowa, Michigan, e in aggiunta Kansas, Nebraska e Colorado. Garfield viene assassinato dopo pochi mesi di presidenza da un folle, Charles Guiteau, che pretendeva un posto nel suo governo. Al suo posto sale il vicepresidente Chester Arthur, un buon amministratore, con un passato di avvocato per i diritti civili. Arthur riesce a rendere più efficiente e onesta l’amministrazione, ma, come i suoi predecessori, continua ad avere mano durissima con i pellerossa.
Il ritorno dei democratici
Arriviamo così al 1884, con la rivincita dei Democratici. Arthur rinuncia a ripresentarsi, e i Repubblicani candidano il loro leader, James Blaine, che però viene azzoppato da uno scandalo di corruzione. Così la vittoria tocca ai Democratici di Grover Cleveland, politico molto conservatore, ma con fama di incorruttibilità. Cleveland vince per appena 60 mila voti popolari, ma il suo successo in grandi elettori è molto più netto: decisivi lo swing di New York (il suo stato), del Nebraska e dell’Indiana.
Ritratto presidenziale di Grover Cleveland, primo Democratico a conquistare la Casa Bianca dopo la guerra civile e unico presidente USA della storia ad essere rieletto in due mandati non consecutivi
Cleveland è un uomo retto, iperliberista, e rigorista, che fonda la sua linea politica sulle idee di Jefferson. Taglia le spese dello Stato, e manda la polizia contro le prime rivolte operaie. La sua gestione onesta ma miope gli costa il potere. Nel 1888 i Repubblicani gli tolgono la presidenza, candidando Benjamin Harrison, nipote di William Harrison, il presidente che era molto di polmonite un mese dopo la sua elezione, un avvocato molto legato alle grandi industrie del Nord, propugnatore di grandi spese in sostegno alla manifattura. Harrison è indietro nei voti popolari per 90 mila voti, ma riconquista gli stati swing di New York e Indiana, e tanto basta per mandare via Cleveland dalla Casa Bianca. Si tratta della terza volta che il primo arrivato nei voti popolari non ottiene la presidenza (ricordiamo i casi di Quincy Adams e Hayes). In futuro accadrà soltanto con George W.Bush e con Trump. Cinque volte in tutto, quindi. Il Parlamento di Harrison passa alla storia come “il parlamento milionario” per le ingenti spese di investimenti strutturali in ogni parte del Paese, e per l’allegro conio di moneta d’argento, che alla lunga causerà una crisi economica molto seria.
La rivincita di Cleveland
La rivincita per il “democratico tutto di un pezzo” Cleveland arriva nel 1892, quando riconquista la presidenza proprio ai danni di Harrison. I Repubblicani perdono New York, Illinois, indiana, e a sottrarre loro dei voti è un nuovo movimento, il partito populista, che si insinua tra i due grandi partiti. Grover Cleveland quindi risulta l’unico presidente ad aver vinto due volte non consecutive la corsa alla Casa Bianca, ottenendo per altro per ben tre volte di fila la maggioranza di voti popolari. Cleveland ancora una volta sceglie una politica iperliberista, reagisce al “panico del 93” con una politica monetaria severa, che svaluta l’argento e si fonda tutta sull’oro.
Il bimetallismo e la svolta dei democratici
Il 1896 segna un nuovo punto di svolta: ormai le tensioni sociali stanno cambiando la faccia dei vecchi Usa usciti dalla guerra civile. Oltre ai fermenti del movimento operaio, si fanno strada le richieste dei piccoli proprietari terrieri dell’Ovest, che rifiutano l’idea del governo di vietare, o ridurre, il corso delle monete d’argento, per imporre la circolazione solo dell’oro, o dei biglietti legati al valore dell’oro. E’ la polemica sul “bimetallismo”, che segna il cambiamento di rotta nella storia dei due partiti. Mentre i Repubblicani, legati alla grande industria, alla borghesia e alle professioni, vogliono (come Cleveland) la stabilità economica del monometallismo, i Democratici, per opera del loro nuovo leader, William Jennings Bryan, gettano a mare la politica di quello che, teoricamente, è il loro Presidente, e sposano il bimetallismo, che consente maggiore liquidità e investimenti a buon mercato per i piccoli proprietari terrieri, i piccoli commercianti e gli artigiani.
Il dibattito economico si trasforma così in una questione sociale. I Democratici così tornano a essere il partito della “piccola gente”, della frontiera, della contrapposizione al Big business dell’Est. E cominciano anche ad attirare qualche avanguardia operaia, anche se ci vorranno molti anni prima che i Democratici diventino davvero il partito dei lavoratori dipendenti e degli operai. Quindi nel 1896 si contrappongono il repubblicano William McKinley, un economista moderatamente progressista, favorevole al protezionismo e al monometallismo, e Bryan, che infiamma con i suoi comizi in favore del bimetallismo gli agricoltori del Sud e dell’Ovest. “Non ci inchioderete a una croce d’oro”, è il suo slogan. E’ questa forse la prima campagna elettorale “di massa” degli Usa, e la prima in cui si contrappongono una “destra” e una “sinistra” in senso moderno, con tutte le distinzioni del caso. Vince McKinley, con il 51% contro il 47%, mantenendo i voti del Nord Est industriale, oltre che della California. Bryan trionfa al Sud e nel Midwest, e soprattutto dà una nuova ragion d’essere ai Democratici.
McKinley governa con saggezza e buon senso, ottenendo ottimi risultati economici, e mostrando una sensibilità sociale più spiccata dei suoi predecessori. E’ il primo però a far partecipare il suo Paese a una guerra lontana dai confini, per cacciare la Spagna da Cuba: il primo atto dell’imperialismo “esterno” degli Usa. Anche per merito della popolarità così conquistata, McKinley nel 1900 è di nuovo eletto. Bryan, anche questa volta suo avversario, non riesce a sfondare al Nord, e perde anche qualche bastione nell’Ovest.
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