Ma a McKinley tocca la sorte di Lincoln e Garfield: nel 1901 è assassinato da un anarchico di origine polacca, Leon Czolgosz, all’esposizione panamericana di Buffalo. Prende il suo posto il vicepresidente Theodore Roosevelt, una delle più grandi personalità della politica americana. Di famiglia ricca, appassionato di caccia grossa e viaggi avventurosi, ha lasciato tutti gli incarichi politici per andare a combattere nella guerra contro la Spagna. Tornato in patria come un eroe, è stato eletto vicepresidente. La sua presidenza è il canto del cigno dei Repubblicani progressisti: Roosevelt è il primo a intraprendere riforme sociali in favore degli operai, e allo stesso tempo è fautore esplicito di una politica imperialista degli Usa. Nel 1904 vince a valanga contro il democratico Alton Parker, a cui restano solo gli stati del Sud. A danneggiare Parker anche la prima comparsa dei socialisti, con il loro leader storico Eugene Debs, che ottiene quasi il 3%.
Caricatura del presidente Theodore Roosevelt e della sua imperialistica “politica del grosso bastone” in Centro America.
Nel 1908 Roosevelt si ritira, al culmine della sua popolarità, e lascia lo scranno al suo ministro della Guerra, William Taft, che vince senza difficoltà contro Bryan, per la terza volta candidato e per la terza volta sconfitto, stavolta largamente: per lui solo il solito Sud, più Colorado, Nevada e Nebraska. Nulla descrive meglio l’ambivalenza del populismo di Bryan del fatto che, negli anni ’20, l’antico avvocato dei diritti della povera gente si distinguerà per organizzare processi contro l’insegnamento del darwinismo nelle scuole. Per il socialista Debs solo il 2,83%.
Dal disastro Taft a Wilson
Ma la presidenza Taft si risolve in un disastro: il presidente si fa irretire dalle forze più reazionarie, spostando decisamente a destra i Repubblicani, mentre il conflitto sociale si fa sempre più severo. Lo stesso Roosevelt è irritato da questa deriva, al punto che, alle elezioni del 1912, si presenta contro il suo vecchio partito con il Progressive Party. Il risultato è catastrofico per Taft, che ottiene solo il 23% dei voti, e vince solo in Utah e New Hampshire. Roosevelt invece conquista sei stati, tra cui la California. Ma a dominare è il candidato democratico, Thomas Woodrow Wilson, che si aggiudica la Casa Bianca alla vigilia di uno dei periodi più tormentati della storia moderna.
Wilson: la fine di un’era
Woodrow Wilson è uno dei presidenti più controversi della storia. Professore universitario di scienze politiche, preside a Princeton, intellettuale e studioso del sistema politico statunitense (che voleva trasformare in un sistema parlamentare di tipo europeo, fondato su partiti di massa), era stato preside di Princeton. E’ stato l’unico presidente Usa, prima di Obama, ad avere il titolo di Ph.D. il massimo titolo accademico negli Usa. La sua linea politica è decisamente “di sinistra” in campo sociale, mentre, per le sue origini sudiste, è fieramente avverso ai diritti dei neri, e anzi sotto la sua presidenza la segregazione razziale si fa molto più dura, e il Ku Klux Klan incoraggiato. In ogni caso la sua presidenza segna il destino del Partito democratico come parte “liberal” del Paese. Nel 1916 si fa rieleggere con la promessa di tenere gli Usa lontani dalla guerra mondiale (ma i Repubblicani di Charles Hughes conquistano molti stati importanti nel Nord del Paese, tra cui New York, Massachusetts e Illinois), e invece nel 1917 entra in campo per aiutare le potenze democratiche contro gli Imperi centrali. E’ noto come la rigidità professorale di Wilson influenzò le durissime clausole del Trattato di Versailles, e la nascita della Società delle nazioni. Meno noto è come la sua politica estera e il suo coinvolgimento negli affari europei causò un profondo rigetto nel suo Paese, inducendo la popolazione a sposare l’isolazionismo, cioè la lontananza da tutti gli affari europei, propugnato dai Repubblicani.
La fine della presidenza di Wilson è traumatica: nell’ottobre 1919 viene colpito da un grave ictus, che lo rende inabile. Per un anno quindi il Paese non è di fatto governato, anche se la popolazione non conosce bene le condizioni del Presidente. Nel frattempo il Parlamento rifiuta di approvare l’ingresso degli Usa nella Società delle nazioni, vanificando così la più grande opera politica di Wilson. Con la fine della sua presidenza gli Usa entrano in una nuova fase, segnata prima da un forte conservatorismo, poi dalla crisi economica e dalla grande speranza del New Deal.
Arrivederci alla quarta puntata, dove vedremo la storia elettorale dal primo dopoguerra fino a Kennedy
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