Truman è un personaggio grigio, ma comunque pratico e di buon senso, e ispira fiducia nell’elettore medio statunitense. La sua gestione del dopoguerra, la sua decisa opposizione all’Urss e al mondo comunista, che porta alla Guerra fredda e poi a quella “calda” di Corea (dal 1950), gli fanno conquistare anche le simpatie dei moderati. Nel 1948 tutti si aspettano la vittoria dei Repubblicani, ancora una volta guidati da Dewey. Tanto più che al Sud spunta un candidato che, pur essendo democratico, si oppone alla politica antisegregazionista del governo nell’esercito, James Strom Thurmond. Eppure Truman, anche senza l’appoggio di alcuni stati del Sud, che votano Thurmond, vince, anche se di misura, 49% a 45%. Al Sud i Democratici conservano il Texas (storicamente una loro roccaforte), l’Oklahoma, l’Arkansas, la Florida e la Georgia, vincono poi in quasi tutto l’Ovest e a Est solo in Massachusetts e Rhode Island. I Repubblicani riconquistano New York e Pennsylvania, ma non basta.
La seconda presidenza di Truman è segnata dal maccartismo, che instaura un clima di “terrore” nel mondo della politica e della cultura. La paranoia anticomunista, di cui il senatore Joseph McCarthy si fa spregiudicato portavoce, favorisce lo spostamento a destra del Paese.
Eisenhower e la rivincita repubblicana
I Repubblicani, per riconquistare la Casa Bianca, preferiscono puntare su un moderato, il generale Dwight Eisenhower, eroe della Seconda guerra mondiale (scelta che, come abbiamo visto, ha diversi precedenti in passato). Nel 1952 a Eisenhower i Democratici contrappongono un esponente molto “liberal”, Adlai Stevenson, intellettuale, amico di scrittori e artisti, che si propone come continuatore ideale del New Deal. Non è una scelta felice: l’America profonda a cui piaceva Truman, preferisce “Ike” Eisenhower. La sua vittoria è landslide: 55% a 44%, con i Democratici di nuovo confinati al Sud, con in aggiunta Kentucky e West Virginia.
Eisenhower governa con saggezza e moderazione un America che ha voglia di normalità, dopo i decenni della crisi economica e del conflitto mondiale. “Congelata” la Guerra fredda, con il Paese in crescita economica, Ike non ha difficoltà a ottenere il secondo mandato: gli viene contrapposto ancora una volta Adlai Stevenson, che perde in modo ancora più netto: 57% a 42%. I Democratici vincono ancora solo negli stati del Sud, dove peraltro sta crescendo la tensione razziale, che imbarazza molto il partito “progressista”, visto che gli esponenti segregazionisti sono proprio del partito Democratico.
Le mappe del voto per contea alle elezioni 1936 e 1964 a confronto. E’ subito evidente come sia avvenuto un totale ribaltamento delle tendenze elettorali tra Nord e Sud degli USA. La configurazione del 1964 – con il Sud saldamente repubblicano e il Nord-est Democratico – è tutt’ora valida, anche se potrebbe iniziare a mostrare alcune crepe.
La vittoria di JFK
Si arriva così al 1960: Eisenhower non può più candidarsi (nel 1951 un emendamento alla Costituzione ha sancito in due mandati presidenziali il limite massimo, stabilendo per legge costituzionale quello che Washington aveva deciso per sé), e lascia il testimone al suo vicepresidente, Richard Nixon, avvocato californiano ambizioso, pragmatico e moderato. I Democratici, divisi al loro interno tra liberal e conservatori, tra rappresentanti del mondo sindacale e quelli del mondo agricolo, convergono su una nuova leva: John Kennedy, rampollo di una delle famiglie più ricche d’America, eppure esponente della “sinistra” del partito (anche se molto attento a non sbilanciarsi mai troppo su alcun argomento). Si tratta di una delle elezioni più emozionanti della storia: le appartenenze e le consuetudini geografiche saltano. Nixon è favorito, ma appare grigio e impacciato, mentre l’oratoria affascinante e la disinvoltura di Kennedy conquistano molti indecisi. Nel voto popolare è un testa a testa: Kennedy ottiene solo 100 mila voti in più. Nel voto dei Grandi elettori invece Kennedy ha un margine molto più largo: il Sud lo tradisce in parte, perché Alabama e Mississipi votano per i segregazionisti, mentre la Florida è repubblicana. Invece torna ai Dem il Nord Est produttivo, tranne i soliti Vermont, Maine e New Hampshire. In più Kennedy si aggiudica Michigan e Minnesota, mentre la California non tradisce Nixon, così come tutto il Mid West vota Repubblicano. Una mappa che inizia a somigliare a quella attuale, pur con molte differenze. Kennedy resta tuttora l’unico presidente degli Stati Uniti di religione cattolica. Il secondo a novembre potrebbe essere Biden.
Il ribaltamento della mappa elettorale USA: il sud abbandona i Dem
Le vicende della presidenza Kennedy, e la sua tragica fine, sono note. Alla sua morte diventa presidente Lyndon Johnson, esponente dei Democratici del Sud, di tendenze conservatrici che, per un’ironia della storia, raccoglierà l’eredità di Kennedy sia in campo sociale, con il Fair Deal, una politica in favore delle classi deboli, sia contro la segregazione razziale, con il sostegno, all’inizio timido, poi sempre e più convinto, alle battaglie di Martin Luther King. Johnson varerà le principali leggi antisegregazione, consapevole di tradire di fatto la storia del suo partito al Sud, e di comprometterne per sempre le fortune elettorali. In prima battuta però, nel 1964, la mossa è elettoralmente vincente. I Repubblicani fanno l’errore di contrapporgli un esponente di estrema destra, Barry Goldwater, e vanno incontro a una sconfitta drammatica: Johnson vince con il 61% contro il 39%. E I Repubblicani restano confinati nell’antica roccaforte dei Democratici: gli stati del Sud: Louisiana, Mississipi, Alabama, Georgia e South Carolina, oltre all’Arizona. Uno “swing” che non sarà occasionale, ma definitivo, e che cambia per sempre la mappa elettorale d’America.
Per oggi è tutto, vi diamo appuntamento per l’ultima puntata della storia delle elezioni USA, che arriverà fino alla vittoria di Trump nel 2016.
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