Elezioni regionali 2020, MARCHE: l’analisi e il pronostico BiDiMedia
Settembre 16, 2020
Sondaggio Demos: al Nord Est la paura del lockdown è ancora forte
Settembre 17, 2020

Storia delle Elezioni Presidenziali USA, parte quarta: da Roosevelt a JFK, la nascita dell’america contemporanea

Quarta e penultima puntata della storia delle elezioni presidenziali americane. In questo capitolo, dopo aver visto la vittoria di Wilson nella terza parte, partiamo dal primo dopoguerra e dal New Deal per arrivare a JFK e alla nascita della moderna mappa elettorale USA.

Ricordiamo, per chi le avesse perse, che le precedenti puntate sono reperibili ai seguenti link:

In copertina: Franklin Delano Roosevelt e Herbert Hoover fotografati assieme il giorno dell’insediamento di Roosevelt.

Il dopo Wilson: il dominio dei repubblicani liberisti

Nelle elezioni del 1920 lo spirito isolazionista, l’impopolarità di Wilson e un certo spostamento a destra dell’opinione pubblica (simboleggiato anche dal proibizionismo, entrato in vigore un anno prima), portano alla vittoria a valanga dei Repubblicani di Warren Harding, sui Democratici di James Cox: 60% contro 34%. Influisce anche il voto alle donne, che per la prima volta è consentito in tutti gli Stati. I Democratici vengono ricacciati negli stati del Sud, tenendo anche Kentucky e Virginia, ma perdendo però il Tennessee. Harding, prima giornalista, e poi proprietario di giornali, è un avversario storico della politica progressista e internazionalista di Wilson. La sua amministrazione è particolarmente infausta: alcuni suoi ministri sono coinvolti in gravi scandali finanziari, e lui stesso continua a giocare in Borsa (e perdere) dalla Casa Bianca. A evitargli il disonore è la morte, avvenuta nell’agosto 1923 per un infarto. Gli succede il vicepresidente Calvin Coolidge, un avvocato puritano, appartenente alla corrente progressista dei Repubblicani.

Coolidge, personalmente integerrimo, ridà nuovo prestigio alla Casa Bianca, e nel 1924 viene rieletto senza problemi, nonostante una scissione dell’ala sinistra dei Repubblicani, che porta alla rinascita del Progressive Party di Theodore Roosevelt. Nei fatti però, il nuovo partito toglie più voti ai Democratici. Coolidge ottiene il 54%, il Democratico John Davis il 29%, il progressista La Follette il 17%. I Dem, rispetto all’elezione precedente, riconquistano Tennessee e Oklahoma, ma perdono il Kentucky, mentre ai progressisti va il Wisconsin.

Coolidge accompagna gli Usa nella falsa prosperità degli anni ’20. Convinto che lo Stato debba intervenire il meno possibile nell’economia, non sa e non vuole intervenire negli squilibri sociali e finanziari che si stanno manifestando. “L’affare dell’America sono gli affari” è il suo motto.

Nel 1928 rifiuta il terzo mandato, come finora tutti hanno sempre fatto ispirandosi a Washington, e lascia il posto al suo ministro del commercio, Herbert Hoover, un ingegnere minerario, già responsabile degli approvvigionamenti per la popolazione europea ai tempi della Prima guerra mondiale. Hoover vince senza problemi sull’avversario, il cattolico Al Smith (il primo cattolico candidato alla presidenza). In voti popolari Smith sale al 40%, ma la ridotta democratica si restringe a Sud Carolina, Georgia, Alabama, Mississipi, Lousiana e Arkansas, con l’aggiunta di Massachusetts e Rhode Island.

Calvin Coolidge ritratto su un francobollo del 1938. Coolidge è stato il presidente più rappresentativo del dominio dei repubblicani liberisti negli anni precedenti la crisi del ’29, ben riassunto dalla sua frase “The chief business of the American people is business”.

La crisi del ’29 e l’era Roosevelt

Hoover è uno dei presidenti più sfortunati della storia. Arrivato alla Casa Bianca sull’onda di una bolla economica e finanziaria, deve affrontare la tremenda crisi del 1929, a cui non sa reagire. Fedele al suo liberismo, non si occupa della protezione sociale dei milioni di disoccupati, e diventa molto impopolare. Nel tempo sposerà posizioni più progressiste, e diventerà uno dei consiglieri di Truman e poi di Kennedy

I Democratici nel 1932 gli contrappongono Franklin Delano Roosevelt, lontano parente di Theodore: brillante avvocato, nel 1920 candidato alla vicepresidenza con Cox, governatore dello Stato di New York, politico scaltro, freddo e razionale, si impone con il suo New Deal, cioè un programma di grandi investimenti sociali per combattere la crisi, ispirato al keynesismo. La sua vittoria è travolgente: 57% contro il 40% di Hoover, a cui restano solo Pennsylvania, Connecticut, Delaware, Vermont, New Hampshire e Maine.

Franklin Roosevelt è stato uno dei presidenti più popolari della storia. I suoi sforzi per trascinare il Paese fuori dalla recessione, spesso ostacolati dalla Corte suprema, la sua decisione di abolire il proibizionismo, che taglia le gambe alla criminalità organizzata, il grande fermento culturale ispirato dalla sua presidenza, e che ancora oggi possiamo apprezzare nel cinema della Hollywood degli anni ’30, gli garantiscono il consenso del popolo e degli intellettuali. Nel 1936 “massacra” elettoralmente il candidato repubblicano Al Landon 61% a 36%: i Repubblicani vincono solo in Vermont e in Maine.

Curiosità: risale a questa elezione il primo sondaggio elettorale della storia, che pronosticò la vittoria di Landon. I sondaggisti dell’epoca telefonarono a casa del loro campione statistico, e non si resero conto che i poveri, gli operai, l’elettorato di Roosevelt il telefono a casa non l’avevano…

Roosevelt contro la tradizione dei due mandati

Il 1940 è l’anno della “rivoluzione” di Roosevelt che, contro una tradizione secolare, si candida al terzo mandato. La cosa suscita scalpore e scandalo nel mondo politico. Inoltre nella campagna elettorale Roosevelt, ambiguamente, non si pronuncia sul possibile intervento nella Seconda guerra mondiale in corso. Comunque sia, il suo successo, contro il Repubblicano Wendell Wilkie, è ancora schiacciante, anche se meno clamoroso di quattro anni prima: 54% a 44%. I Repubblicani escono dal guscio di Maine e Vermont, e si prendono a sorpresa Michigan e Indiana, oltre che diversi Stati del Mid-West, tra cui Anche l’Iowa. Una tendenza che si svilupperà in futuro.

Nel 1941 Roosevelt, dopo l’aggressione di Pearl Harbour, schiera gli Stati Uniti in guerra. Nel novembre 1944 il conflitto va verso la fine, ma è ancora troppo incerto perché si possa cambiare il comandante in capo. Quindi il presidente, ormai stanco e malaticcio, si ripresenta per il quarto mandato consecutivo, e vince ancora. Il suo avversario, Thomas Dewey, il procuratore che aveva arrestato Lucky Luciano, arriva al 46% (contro il 53% di Roosevelt), e si impone, rispetto a quattro anni prima, anche in Ohio e Wisconsin (ma perde il Michigan). Roosevelt “licenzia” il suo fedele vice, Henry Wallace, troppo “di sinistra” e filosovietico, e sceglie come vicepresidente un oscuro senatore, Harry Truman, un piccolo commerciante e in seguito funzionario pubblico, onesto e scrupoloso, ma di certo non particolarmente brillante. Tocca proprio a Truman succedere a Roosevelt il 12 aprile 1945, a guerra non ancora conclusa. Ed è lui che dà il via libera al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, un gesto che va comunque contestualizzato nella generale ferocia della guerra, e della guerra contro il Giappone in particolare.

Nella prossima pagina, da Truman a JFK.

Ti sta piacendo questo articolo? Contribuisci alla sopravvivenza di Bidimedia, donando anche solo pochi euro. Grazie!

Fai i tuoi acquisti su Amazon tramite i banner presenti sul sito.

Se acquisti su Amazon (frequentemente o sporadicamente), puoi aiutare Sondaggi Bidimedia accedendo al popolare sito di e-commerce cliccando sul banner o sul link riportato di seguito (o su uno qualsiasi dei banners Amazon presenti sul sito).

Acquista su Amazon da questo link