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Breve storia dei Mondiali di calcio – Parte 2 (1962-1982)

1970: LA “STAFFETTA” CI PORTA IN FINALE

Il Mondiale del 1970, il nono della storia, viene assegnato al Messico, che già avrebbe voluto organizzare quello del 1962. Messico che aveva già organizzato due anni prima delle tormentatissime Olimpiadi, segnate da rivolte studentesche che avevano portato alla celebre strage di studenti in piazza Tre Culture. Il Mondiale di calcio si svolge in un’atmosfera più pacifica, ma resta immutato uno dei grandi problemi che avevano segnato i Giochi olimpici del 1968: quello relativo all’altura, che esalta o deprime oltre misura le prestazioni, e comunque implica la necessità di un lungo adattamento. Anche per questo tutte le formazioni organizzano, prima del torneo, un ritiro di preparazione di diversi giorni.

Ci sono alcune novità regolamentari: la più importante è la possibilità di sostituire un giocatore di movimento. La seconda, l’istituzione dei cartellini gialli e rossi. Un’altra novità densa di futuro è l’ingresso nelle 16 della prima squadra africana, il Marocco, dopo la fugace apparizione dell’Egitto nel 1934. La formula invece resta quella delle precedenti edizioni.

L’Italia arriva in Messico a fari spenti ma con discrete speranze. La “generazione del 1966”, nonostante lo shock della Corea, ha saputo rifarsi, vincendo l’Europeo in casa sia pure in modo fortunoso (con la vittoria in semifinale con l’Urss grazie alla monetina, e quella con la Jugoslavia dopo una doppia finale). L’allenatore è l’ex numero 2 di Fabbri Ferruccio Valcareggi, tecnico abile, prudente, e molto “politico”, nel senso che tenta sempre di conciliare le sue scelte con quelle della stampa e dei dirigenti più influenti. Il gruppo è stato poi arricchito da giocatori di valore, tra cui spicca Gigi Riva che ha portato allo scudetto il Cagliari, e altri come Domenghini (Cagliari), De Sisti (Fiorentina), la coppia difensiva Rosato-Cera (Milan e Cagliari). Fuori invece il solito Corso e Bulgarelli. All’ultimo momento lo Juventino Anastasi, prescelto come centravanti titolare, viene operato d’urgenza per un versamento testicolare, e Valcareggi è costretto a sostituirlo con l’interista Roberto Boninsegna, che giocherà un grande Mondiale. Il girone è di media forza, con un Uruguay lontano dai suoi fasti, Svezia e Israele.

Il problema della Nazionale si chiama essenzialmente Rivera. Poco amato da buona parte dei compagni, soprattutto della difesa, che lo accusano di correre poco e di dare scarso contributo in difesa, criticato da molti giornalisti (soprattutto Gianni Brera) per lo stesso motivo, da molti giudicato incompatibile con Mazzola (anche se in realtà l’interista è un’ala) resta però l’idolo di milioni di tifosi ed è, indubbiamente, il nostro giocatore di maggior talento. Rivera poi non è certo un tipo facile da gestire. Quando il suo fido scudiero Lodetti viene mandato via dal ritiro, perché per un serie di equivoci erano stati convocati 23 giocatori invece di 22, il fuoriclasse milanista minaccia di andarsene anche lui, e deve arrivare dall’Italia Nereo Rocco per calmarlo. C’è tensione quindi nel gruppo azzurro, che la vittoria nel primo turno contro la Svezia non scioglie: risolve la partita al decimo una papera abbastanza incredibile del portiere svedese su tiro di Domenghini, ma si vede poco altro, né gioco né azioni da gol. Lo stesso capita nel secondo match contro l’Uruguay, in cui le due squadre evitano di darsi battaglia. La terza partita contro Israele fa rivivere spettri coreani: l’Italia attacca senza idee e non riesce a passare, e nemmeno l’ingresso nel secondo tempo di Rivera (al posto di Domenghini) cambia la musica. Un gol di Riva viene annullato forse ingiustamente, e la partita si trascina verso un 0-0 molto deludente. E’ ben vero che il pareggio è sufficiente a passare il turno, per la prima volta da 32 anni.

Nei quarti di finale incontriamo i padroni di casa del Messico, e tanto basta a ricordare con paura i precedenti di Svizzera e Cile. Tanto più che dopo un quarto d’ora il messicano Gonzalez buca una difesa distratta. Per fortuna un ridicolo autogol rimette il match in parità. Finalmente all’inizio del secondo tempo Valcareggi si decide a realizzare la “staffetta” invocata da diversi critici: fuori Mazzola, dentro Rivera, e la squadra cambia volto: l’intesa del milanista con Riva è perfetta, e nel secondo tempo l’Italia tracima fino a vincere per 4-1.

La selezione brasiliana vincitrice del suo terzo Mondiale

Arriva la semifinale, dove incontriamo una Germania che si è presa, nel turno precedente, la rivincita contro l’Inghilterra, battuta 3-2 ai supplementari. L’Italia segna dopo dieci minuti con Boninsegna, poi si rinchiude in difesa. Nel secondo tempo tedeschi hanno almeno sei occasioni pulite da gol, ma Albertosi (che gliene regala un paio) para tutto, tranne l’ultimo tiro, due minuti oltre il 90mo, di Schnellinger. Gli italiani che a notte fonda guardano la partita in Tv chiudono il televisore e vanno a dormire dopo il gol di Muller nel primo tempo supplementare, nato da un incredibile pasticcio tra Cera e Albertosi, poi vengono risvegliati dall’urlo di esultanza di chi è rimasto sveglio per i gol di Burgnich e Riva. Poi la storia è nota: il pareggio tedesco, su errore di Rivera, e lo stesso Rivera che un minuto dopo realizza il gol decisivo. E’ un’impresa epica, dopo una partita non ben giocata, ma vinta sul piano dei nervi e della volontà, che scatena un entusiasmo popolare che non si vedeva da decenni.

La finale è con il Brasile, che è al passo d’addio della generazione di fenomeni nata nel 1958. Una formazione più vecchia (Pelé ha 30 anni), ma più saggia, tatticamente molto ben disposta in campo, tecnicamente senza rivali. I verdeoro le hanno finora vinte tutte, contro Cecoslovacchia, Inghilterra, Romania, Perù e Uruguay, e quindi sono i favoriti, tanto più che gli azzurri sono fisicamente distrutti dai supplementari di pochi giorni prima. Valcareggi, per motivi davvero misteriosi, rinuncia a Rivera, ma gli italiani per un tempo tengono botta, e il gol di Pelè viene pareggiato da Boninsegna. Nel secondo tempo la tanto attesa “staffetta” non scatta, i brasiliani si mettono a macinare gioco e ne fanno tre. A sei minuti dalla fine, sul 3-1, incredibilmente Valcareggi fa scaldare Rivera, che entra al posto di Boninsegna, quasi a volerlo coinvolgere nella disfatta. Un gesto che appare ai tifosi un autentico sberleffo, ai danni del giocatore che aveva cambiato volto all’Italia e ci aveva portati in finale. Così, all’arrivo a Roma, i vicecampioni del mondo sono accolti da insulti e lanci di ortaggi. Davvero un brutto modo di festeggiare il ritorno dell’Italia ai vertici del calcio mondiale.

1974: LA GERMANIA SCONFIGGE IL “CALCIO TOTALE”

Nel 1966 la FIFA aveva deciso le sedi dei successivi tre Mondiali, assegnandoli alla Germania Ovest, poi all’Argentina e quindi alla Spagna, con una visione a lungo termine che però non si rivela, come vedremo, lungimirante. E’ il turno dei tedeschi quindi, ormai da tempo una grande potenza calcistica, organizzare la competizione, la decima della storia. Un modo anche per far dimenticare il disastro delle Olimpiadi di Monaco di due anni prima, quando un gruppo di atleti israeliani era stato rapito da un commando palestinese, e poi erano finiti uccisi durante la liberazione anche a causa delle gravi inadempienze della polizia tedesca. La formula, immutata da quattro edizioni, cambia: le otto squadre che emergono dai gironi di qualificazioni vengono divise in due altri gironi, di “semifinale”. Le prime classificate giocano la finalissima, le seconde la finale per il terzo e quarto posto.

A questo torneo l’Italia arriva con i galloni della favorita. L’ossatura della squadra è ancora quella dei “messicani”, integrata dal blocco della Lazio, che ha vinto lo scudetto del 1974, e in particolare dal centravanti biancoazzurro Chinaglia. Altri giocatori nuovi sono il centrocampista della Juventus Fabio Capello, l’ala, sempre della Juve, Franco Causio, il centrocampista del Milan Romeo Benetti, mentre torna in gruppo Anastasi. Ha molto impressionato la critica la vittoria in casa per 2-0 contro il Brasile (molto rinnovato, per la verità, rispetto a quello Campione del mondo) e soprattutto il primo successo azzurro a Wembley contro l’Inghilterra, arrivato con il classico schema “difesa-contropiede”, con gol vincente di Capello a pochi minuti dalla fine. Zoff, che ha sostituito in porta il meno affidabile Albertosi, è imbattuto da dodici partite.

Ma c’è il rovescio della medaglia: la squadra, guidata ancora da Valcareggi, è invecchiata nei suoi elementi più rappresentativi, gioca un calcio antico, lento, legato a una tradizione in crisi, mentre il mondo sta cambiando e si sta facendo spazio il “calcio totale” all’olandese che punta molto sulla forza atletica, sul pressing, su giocatori in grado di scambiarsi di ruolo, insomma una “rivoluzione” che da noi ancora non è arrivata. E non sono servite come campanello d’allarme le sconfitte in finale di Coppa dei Campioni dell’Inter nel 1972 e della Juventus nel 1973, entrambe guarda caso per mano dell’Ajax. Per di più il gruppo “storico” è diviso da antiche rivalità, e ce ne sono anche di nuove: i laziali, ad esempio, non sopportano di essere relegati alla panchina, dopo essersi dimostrati i migliori nel campionato appena concluso.

Il girone prevede la solita “cenerentola”, vale a dire Haiti, poi un’Argentina in fase di transizione e una Polonia campionessa olimpica, che però i critici non considerano particolarmente pericolosa. La prima partita è con i caraibici, e fa registrare il consueto psicodramma che siamo abituati a vivere con le “piccole”. Dopo un pessimo primo tempo, chiuso sullo 0-0, l’imbattibilità di Zoff va in fumo per un contropiede di Sanon al 1° del secondo tempo. Per fortuna Rivera pareggia quasi subito, e un’autorete ci porta in vantaggio, Anastasi poi segnerà il 3-1. Sul 2-1, un episodio importante. Valcareggi sostituisce un pessimo Chinaglia, che lo manda a quel paese in diretta mondiale. Poi negli spogliatoi il laziale in preda alla rabbia sfascia tutto. Diventano così di dominio pubblici i pessimi rapporti che vigono all’interno dello spogliatoio azzurro. Nessun provvedimento viene preso contro Chinaglia, si preferisce far finta di niente.

La seconda partita con l’Argentina è un altro pianto: solo una rocambolesca autorete ci salva dalla sconfitta, mentre Rivera e Riva appaiono due fantasmi. Resta la Polonia, che ha già battuto l’Argentina e rifilato 7 gol ad Haiti: è una squadra giovane e fresca, che adotta una variante più “muscolare” del calcio totale. E non basta a Valcareggi mettere fuori squadra i suoi “monumenti”, Rivera e Riva (facendo però tornare titolare Chinaglia, quasi a premiarlo) per giocarsela alla pari: il 2-1 finale non rende l’idea della superiorità polacca su una squadra ormai bolsa e decotta. Per di più l’Argentina supera Haiti 4-1 e ci sopravanza nella differenza reti. Torniamo a casa con la sensazione che bisogna ripartire da zero.

Overath e Müller festeggiano con il primo trofeo tedesco

Il Mondiale è molto spettacolare, e sembra destinato a concludersi con la vittoria dell’Olanda di Crujff, Rensenbrink, Rep, Neeskens, Krol e altri campioni leggendari. Nelle qualificazioni gli “Orange” pareggiano solo con la Svezia, per 0-0, ma battono l’Uruguay 2-0 e la Bulgaria 4-1. Nel gironcino di semifinale il dominio è assoluto: 4-0 all’Argentina 2-0 alla Germania Est, 2-0 a un Brasile in fase di cambio generazionale. Dall’altra parte del tabellone si fa largo silente la Germania Ovest, che dopo aver perso clamorosamente 1-0 nel girone di qualificazione con i cugini dell’Est, in quello di semifinale prende il ritmo e si classifica prima battendo, senza meritarlo particolarmente, su un campo pesantissimo per la pioggia, la Polonia nell’ultimo match del girone, praticamente uno spareggio.

La finale quindi è Olanda-Germania, con la prima favoritissima. E dopo un minuto di gioco è già in vantaggio grazie a un rigore. Ma, proprio come l’Ungheria vent’anni prima, la squadra-meraviglia si blocca, comincia a venire irretita dal gioco tedesco, che punta molto sulla forza fisica e sulla potenza. La Germania pareggia dopo venti minuti, sempre su rigore, e poi segna con Muller alla fine del primo tempo. Inutili nella ripresa gli sforzi olandesi, per la verità sempre meno efficaci e convinti, di riagguantare i match. L’Olanda si è spenta proprio al momento decisivo, e passerà alla storia come la seconda squadra più bella del mondo (dopo l’Ungheria) a non aver mai vinto un titolo Mondiale. La terza sarà il Brasile del 1982, come vedremo presto.

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