1978: I GENERALI ARGENTINI VINCONO IL LORO MONDIALE
Quando nel 1966 la FIFA assegna i Mondiali del 1978 all’Argentina, non immagina il clima plumbeo in cui questi ultimi si andranno a disputare. Il Paese è sì politicamente incerto, ma sembra ancora poter contare su una sia pur fragile democrazia. Nel marzo 1976 invece si insedia al potere una giunta militare guidata da Jorge Videla, e semina il terrore. I generali vogliono che i Mondiali diventino una “vetrina” del loro regime, che mostrino al mondo un’Argentina prospera e ordinata, sotto la guida ferrea di un governo deciso. Sono poche, per la verità, le voci che invitano al boicottaggio, piuttosto isolate, e quasi solo in Francia e in Olanda: la situazione in Argentina è poco chiara, non ben compresa in Europa. Anche in Italia non c’è quasi dibattito pubblico, niente di paragonabile, ad esempio, all’accesa discussione sulla finale di Coppa Davis giocata in Cile nel 1976. Pesa anche il fatto che l’Argentina è terra di elezione di milioni di migranti italiani. Fatto sta che il torneo si svolge in un clima poliziesco, di terrore, sotto l’apparenza di “tranquillità” che le autorità argentine vogliono spacciare.
La squadra italiana arrivata in Argentina, e i giornalisti al seguito, però, l’atmosfera pesante la colgono, eccome. Sono praticamente segregati in ritiro, continuamente sorvegliati da agenti con il mitra, devono essere accompagnati anche per una banale passeggiata. Ai cronisti è caldamente sconsigliato di parlare con la gente di qualunque argomento che non sia il calcio. In Italia di tutto questo arriva una scarsa eco: è un anno terribile, meno di un mese prima dell’esordio con la Francia, Aldo Moro è stato trovato ucciso dalla Brigate Rosse.
Eppure, l’attenzione verso gli azzurri è alta come al solito. Dopo il disastro del 1974, la squadra è stata affidata per un biennio all’anziano Fulvio Bernardini, l’allenatore degli scudetti di Fiorentina e Bologna, offensivista di principio, che lancia decine di giovani. Una buona semina, il cui raccolto viene preso da Enzo Bearzot, tecnico che fa parte dei ranghi federali da una quindicina d’anni, e che è il primo a capire la lezione “olandese” e a cercare di applicarla in parte al calcio italiano (pressing a centrocampo, giocatori pronti a cambiare ruolo, preparazione atletica più accurata), senza rivoluzioni. Bearzot può anche contare sul blocco della Juventus, all’epoca una delle squadre più forti d’Europa, che nel 1977 ha riportato in Italia una coppa europea (la Uefa) dopo un lungo digiuno.
Il precampionato è segnato, oltre che da una brutta notizia (la moglie di Antognoni ha perso il figlio che aspettava) da prestazioni deludenti, che convincono Bearzot a fare due innesti, caldeggiati peraltro dalla stampa. Al posto del milanista Maldera inserisce a sinistra il giovanissimo terzino della Juve Antonio Cabrini, al posto di Graziani, all’epoca al vertice della sua carriera di bomber, mette a fianco di Bettega, Paolo Rossi, centravanti del Vicenza, guizzante e mobile, vincitore a sorpresa della classifica dei cannonieri. Due intuizioni felici, che il campo premia. Il girone appare proibitivo, con l’Argentina padrona di casa, la Francia e l’Ungheria, ma l’Italia trova un filotto di belle partite, travolgendo sia la Francia per 2-1 che l’Ungheria per 3-1. La coppia Rossi-Bettega si trova a meraviglia, tutta la formazione gioca un calcio “totale” da far stropicciare gli occhi. Più tradizionale, come stile, il terzo successo contro l’Argentina, per 1-0 (contropiede vincente di Bettega dopo uno scambio stretto con Rossi), che ci porta sfortuna: infatti finiamo in un girone di ferro con Germania, Olanda e Austria.
L’Italia gira ancora bene, ma è sfortunata: stringe d’assedio la Germania, che si salva per miracolo in più occasioni, e la partita finisce 0-0. Batte l’Austria, con qualche affanno, e si ritrova davanti un Olanda che è la copia sbiadita di quella di quattro anni prima. Nel primo tempo gli azzurri dominano, e vanno avanti 1-0. Nel secondo c’è un evidente calo fisico, e gli olandesi con due tiri da lontano ottengono il 2-1, che li porta in finale. La delusione è grande, perché l’impresa pareva proprio a un passo. Nella finalina, altra beffa: il Brasile, dominato per 70 minuti, pareggia il gol di Causio e poi vince senza merito, ancora con due tiri dalla lunga distanza. Ma usciamo a testa altissima. Una curiosità: è forse la nazionale più “juventina” della storia, con 8 titolari bianconeri su 11.
La selezione argentina vincitrice della sua prima Coppa del Mondo
Il Mondiale, che ha la stessa formula di quello precedente, è pesantemente condizionato dalla situazione esterna. L’Argentina, squadra indubbiamente forte ma non irresistibile, viene aiutata in modo abbastanza evidente in varie partite, ma soprattutto nel girone di semifinale. Gioca infatti per ultima, mentre l’avversaria diretta, il Brasile, viene costretta a disputare la sua partita due ore prima. Al momento di scendere in campo con il Perù quindi, l’Argentina sa di dover segnare almeno 4 gol di scarto per passare, e ne realizza 6, di fronte a una formazione priva di qualunque voglia di combattere, e a un portiere, Ramon Quiroga, argentino di nascita. La “marmelada peruana” indigna i brasiliani e il mondo del calcio tutto.
Ma non è finita: la finale con l’Olanda, in un clima incandescente, arbitrata dall’italiano Gonella in modo ben più che casalingo, è una corrida. Gli olandesi, con coraggio, non ci stanno a fare da vittime sacrificali e pareggiano a pochi minuti dalla fine, per poi prendere un palo clamoroso a tempo scaduto. Nei supplementari gli argentini, a cui viene concesso quasi tutto, chiudono il match con due reti. Gli olandesi rifiutarono di prendere le medaglie del secondo posto, e si vocifera che avessero già deciso, in caso di vittoria, di non salutare le autorità argentine venute a presenziare alla finalissima. In conclusione, la dittatura argentina trova il trionfo che cercava, a dispetto del calcio.
1982: IL MIRACOLO DEI RAGAZZI DI BEARZOT
Per la Spagna accade il contrario di quello che era avvenuto in Argentina. Assegnati dalla FIFA nel 1966, quando il dittatore Franco era bel saldo al potere, trovano invece un Paese ormai avviato alla democrazia, nonostante la paura per il colpo di Stato tentato l’anno prima dal Colonnello Tejero. I Mondiali cominciano a espandersi, le squadre passano da 16 a 24, e la formula viene cambiata anche per impedire nuovi “casi Quiroga”: Dopo i sei gironi di qualificazione, in cui passano le prime due, si svolgono 4 gironi di tre squadre, che si incontrano tra loro in tre partite. Le vincenti passano alle semifinali e poi alla finale. Altra novità, la presenza di due squadre africane, e non più una, Algeria e Camerun.
L’Italia arriva a questo torneo sotto i peggiori auspici. La bella squadra dell’Argentina sembra un fantasma, gli Europei del 1980, giocati in casa, sono stati deludenti (quarto posto) anche a causa dello shock del calcioscommesse, che procura una squalifica a molti giocatori, tra cui Paolo Rossi, allontanato dai campi per due anni. Bearzot, fedele al suo modulo e convinto che una Nazionale debba somigliare a una squadra di club, quindi costruire rapporti personali e intese di gioco, limitando al massimo i cambiamenti e gli innesti, resta fedele al blocco Juve, integrato da pochi elementi: il difensore Fulvio Collovati (Milan), il mediano (Marini od Oriali, interisti), l’ala destra, il romanista Bruno Conti. Prima del Mundial arriva una brutta tegola: Bettega, infortunato, non può recuperare, e Bearzot di fatto sceglie di non sostituirlo: punta tutto su Rossi, che ha giocato solo tre partite di campionato, e Graziani, che ha fatto una buona stagione alla Fiorentina, ma di centro è meno brillante di qualche anno prima.
Le partite di preparazione sono molto deludenti, la stampa, soprattutto quella milanese e romana, è ferocissima con Bearzot, che dal canto suo è orgoglioso e sprezzante verso molti giornalisti. Le critiche sono dure e preconcette, ma all’inizio appaiono giustificate. Nel girone di qualificazione, composto da Polonia, Perù e Camerun, l’Italia non raccoglie altro che tre pareggi, uno discreto con una Polonia che non pare particolarmente incisiva, nonostante la presenza del fuoriclasse Boniek, uno con il Perù giocando malissimo, e uno con il Camerun in una partita tesissima, dove i calciatori visibilmente sono angosciati dalla prospettiva di una nuova Corea.
Si passa il turno, ma il gironcino a tre appare davvero proibitivo: ci sono l’Argentina Campione del Mondo, che può contare su un asso come Maradona, ancora non del tutto esploso, e il Brasile di Zico, Socrates, Falcao, Eder, da molti considerato il miglior Brasile della storia, forse superiore a quelli di Pelè. Il Brasile in effetti ha incantato nelle qualificazioni, anche se si è mostrato un po’ distratto in difesa e qualche volta troppo compiaciuto della sua bellezza. L’Italia a questo punto mette il turbo: al contrario di quattro anni prima, ha impostato la preparazione per arrivare al massimo della forma non all’inizio del torneo, ma alla fine.
Gli azzurri vincono il loro terzo Mondiale
L’Argentina viene battuta dopo un partita rude, con due perfetti contropiedi finalizzati da Tardelli e Cabrini. Con il Brasile gli azzurri giocano la partita perfetta: i verdeoro vengono inseguiti per tutto il campo dal pressing azzurro, costretti a fare sempre la giocata migliore per non perdere palla. Rossi, un fantasma nelle prime quattro partite, esplode all’improvviso e segna una tripletta alla sua maniera, di velocità e di rapina. I brasiliani forse capiscono troppo tardi che stanno rischiando di uscire, giocano alla grande ma l’Italia ribatte colpo su colpo, e con un po’ di fortuna, e una parata straordinaria di Zoff all’ultimo secondo, esce vincente dal match per 3-2.
La cavalcata degli azzurri diventa trionfale: liquidata in semifinale la Polonia per 2-0, si ritrova in finale una Germania stanchissima dopo una semifinale vinta ai rigori con la Francia, in cui al secondo tempo supplementare si era ritrovata in svantaggio 3-1. La Germania schiera un Rummenigge a mezzo servizio, e altri ottimi giocatori, ma è una squadra più fortunata che forte: nelle qualificazioni è stata battuta dall’Algeria 2-0, e solo grazie a una pastetta ridicola con l’Austria, 80 minuti di melina reciproca, è riuscita a eliminare gli africani. La finale quindi è segnata: dopo un primo tempo equilibrato, in cui l’Italia sbaglia un rigore, i tedeschi crollano e prendono tre gol, senza riuscire a reagire. E’ il primo mondiale dell’Italia democratica, l’esultanza popolare è incontenibile, con feste, manifestazioni spontanee e allegre, pacifiche e collettive, che danno al Paese la sensazione di essere uscito dagli anni peggiori del terrorismo.
Per oggi ci fermiamo e vi diamo appuntamento al prossimo post in cui proseguiremo la nostra narrazione fino ai mondiali del 1998.
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