Le elezioni del 1992 videro la vittoria del Partito Laburista, alla cui guida era subentrato Yitzhak Rabin e alla Knesset si formò una maggioranza di sinistra favorevole al dialogo con i palestinesi. L’anno successivo l’OLP di Arafat riconobbe lo stato di Israele. Ad esso seguì il riconoscimento da parte di Israele dell’OLP come rappresentante del popolo palestinese. Nel Settembre 1993 con la mediazione del presidente americano Bill Clinton, vengono firmati gli accordi di Oslo, che avrebbero dovuto preludere ad una successivo accordo per la creazione di uno stato palestinese indipendente nei territori di Gaza e Cisgiordania. L’amministrazione dei territori (escluse le colonie ebraiche) passò all’Autorità Nazionale Palestinese. Le frange palestinesi più estremiste iniziarono una vasta campagna di attentati con lo scopo di sabotare i negoziati, mentre dall’altra parte Israele continuava nella sua politica di insediamento dei coloni. Nel 1995 Rabin viene assassinato da un estremista di destra ebreo. Shimon Peres diventa Primo Ministro.
Ne frattempo, dopo caduta dell’Unione Sovietica quasi un milione di ebrei russi emigrarono in Israele. Questo cambiò completamente la struttura sociale del paese, portando alla formazione di una potente lobby russa nel panorama politico israeliano.
1996–2001: Netanyahu I; Barak
Le elezioni del 1996 videro l’elezione a sorpresa del leader del Likud Binyamin Netanyahu come primo ministro. Gli scontri armati con i palestinesi aumentarono, il governo Israeliano iniziò la costruzione di un muro fortificato per dividere i territori palestinesi da quelli abitati dai coloni israeliani. L’organizzazione palestinese terroristica Hamas diede il via ad una campagna di attentati sanguinari contro la popolazione civile ebraica.
A seguito di un voto di sfiducia contro il governo, furono indette elezioni anticipate nel 1999, che furono vinte da una lista formata dal Partito Laburista e altre formazioni di centrosinistra. Primo ministro fu eletto il laburista Ehud Barak, , che ne 2000 fece ritirare le truppe israeliane dal sud del Libano. Gli accordi con i palestinesi naufragano dopo che Arafat, spinto dalle frange estremiste palestinesi, rifiuta di firmare un accordo che avrebbe consentito la creazione di un vero e proprio stato Palestinese in Gaza e nel 73% della Cisgiordania.
Poche settimane dopo il leader del Likud, Ariel Sharon, con un gesto estremamente provocativo, marciò assieme a gruppi religiosi della destra ebraica, sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme. Questo provocò una violenta sollevazione della popolazione palestinese, che fu definita come la “Seconda Intifada”. Barak fu costretto alle dimissioni e nel 2001 Ariel Sharon fu eletto primo ministro.
2001–2006: Sharon
Il governo Sharon sanci0 la fine dei negoziati di pace con i palestinesi. Gli attacchi terroristici aumentarono e fu potenziata la barriera intorno alla Cisgiordania. Israele distrugge il porto di Gaza, ne fa chiudere l’aeroporto ed inizi una sistematica opera di distruzione di case dei palestinesi nei territori occupati.
Nelle elezioni parlamentari del 2003, il Likud ottiene una netta vittoria, confermando Sharon come Primo Ministro. Nel frattempo la situazione a Gaza si era fatta insostenibile per i coloni ebrei, che Sharon decise di far evacuare. Gaza rimase nelle mani dei palestinesi. Dopo la morte di Arafat, Hamas divenne ancora più potente e nelle elezioni palestinesi del 2006 prese il controllo totale della striscia di Gaza, rendendolo di fatto indipendente dal governo palestinese in Cisgiordania.
A seguito di contrasti con Netanyahu e i gruppi più intransigenti della destra israeliana, nel 2005 Sharon dovette lasciare il Likud e fondare un nuovo partito centrista chiamato Kadima. Nel 2006 Sharon fu colpito da emorragia cerebrale e fu sostituito da Ehud Olmert come Primo Ministro.
2006–2009: Olmert
A seguito delle elezioni anticipate del 2006, Kadima divenne il primo partito del paese. Olmert fu rieletto Primo Ministro a capo di una coalizione che comprendeva il partito laburista e alcuni partiti minori di centrodestra.
Nel frattempo erano aumentati gli attacchi armati contro Israele da parte di Hezbollah, una milizia armata sciita che controllava il sud del Libano. Nel Luglio 2006, dopo un lancio di missili che aveva ucciso vari soldati israeliani, Olmert dette inizio ad una azione militare nel sud del Libano per smantellare le basi di Hezbollah, la cosiddetta “seconda guerra libanese”. Dopo circa un mese di scontri l’ONU mandò una forza di interposizione nel sud del Libano che portò alla cessazione delle ostilità.
Nel 2007, a seguito della presa di potere di Hamas nella striscia di Gaza, Egitto e Israele bloccarono i collegamenti di Gaza con l’estero, trasformandola di fatto in una prigione a cielo aperto per un milione di palestinesi. Nel 2008 Olmert fu indagato per corruzione e fu costretto a dimettersi provocando nuove elezioni anticipate.
2009–2021: Netanyahu II, III, IV, e V
Nelle elezioni del 2009, Kadima ottenne 28 seggi contro i 27 del Likud. Tuttavia fu Netanyahu a diventare Primo Ministro grazie ad un accordo con i partiti di destra religiosi e nazionalisti. La maggioranza di destra fu riconfermata alle elezioni del 2013.
Il governo Netanyahu con il passare degli anni si spostò sempre più a destra, per poter tenere i partiti della destra religiosa all’interno del governo . Nelle elezioni del 2015 il Likud mantenne la sua posizione come primo partito del paese e Netanyahu rimase primo ministro.
L’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump segnò un forte riavvicinamento politico tra USA e Israele. Il 6 dicembre 2017 Trump annunciò formalmente il riconoscimento degli Stati Uniti di Gerusalemme come capitale di Israele. Nel 2020 l’amministrazione Trump propose un piano di pace, elaborato da Jared Kushner, genere di Trump e amico di famiglia di Netanyahu, molto apprezzato dal governo israeliano ma totalmente rifiutato dai palestinesi. I rapporti tra Netanyahu e gli USA si sono notevolmente raffreddati con l’elezione alla Casa Bianca di Joe Biden, il quale ha aspettato oltre un mese dopo il suo insediamento prima di avere un colloquio telefonico con lui.
Dopo le elezioni del 2015, si era formata una coalizione pentapartita di destra, comprendente, oltre al Likud del Primo Ministro Netanyahu, quattro partiti di destra: “la Casa Ebraica”, Kulanu, Shas, e “Giudaismo Unito nella Torah”, con una maggioranza di soli 61 seggi su 120. Nelle elezioni dell’aprile 2019, l’alleanza di destra che sosteneva Netanyahu era scesa a 60 seggi su 120, insufficiente per ottenere la fiducia in parlamento. Netanyhau aveva quindi cercato negoziare un accordo con il partito laico nazionalista Israel Beitenu del suo ex ministro ed ex alleato Avigdor Lieberman. L’accordo tuttavia era saltato a causa dell’opposizione di Lieberman all’esenzione dal servizio militare degli ebrei ultra-ortodossi. In assenza di una nuova maggioranza di governo, il paralmento era stato sciolto e si era andati a nuove elezioni anticipate.
Le elezioni del settembre 2019 confermarono una situazione di stallo. Né il Primo Ministro in carica Netanyahu né il leader dell’opposizione Benny Gantz (a capo dell’alleanza bianco-celeste) erano stati in grado di raccogliere una maggioranza di governo con 61 seggi per formare un governo. Di conseguenza, Netanyahu e Gantz avevano concordato in linea di principio che l’unica soluzione era un governo di unità nazionale tra il Likud di Netanyahu e l’Alleanza Biancp-Celeste di Gantz . Tuttavia, sostanziali divergenze sui termini di tale governo ne impedirono la formazione in quanto Netanyahu aveva richiesto l’inclusione dei suoi partiti religiosi di destra alleati e Gantz aveva rifiutato di cooperare con un Likud guidato da Netanyahu dato che quest’ultimo era incriminato per presunta corruzione e frode. Dopo quasi tre mesi di inutili trattative, il presidente della repubblica Rivlin era stato costretto a sciogliere nuovamente la Knesset e convocare nuove elezioni per il marzo 2020.
Le elezioni del marzo 2020 videro un’avanzata del Likud che ottenne 36 seggi, seguito dalla lista “Bianco-Celeste” di Gantz con 33, mentre in terza posizione arrivò la Lista Comune dei partiti arabi con 15 seggi. A causa dell’arrivo della pandemia di Covid-19 era necessario formare velocemente un governo stabile. I partiti alleati di Netanyahu avevano complessivamente solo 58 seggi su 120. Una coalizione anti-Likud che andasse da Lieberman ai partiti della sinistra araba della Lista Unita era praticamente impossibile. Fu quindi firmato un accordo di “grande coalizione” tra il Likud e la lista Bianco-Celeste che comprendeva anche il Partito Laburista e i due partiti religiosi Shas e Giudaismo Unito nella Torah. Secondo l’accordo, la legislatura sarebbe durata 3 anni, con Netanyahu che avrebbe guidato il governo per i primi 18 mesi e Gantz per i successivi 18. A causa dell’ingresso di Gantz nel governo, Yesh Atid, il partito liberale di Yair Lapid, abbandonò l’alleanza con Gantz, passando all’opposizione.
Durante il 2020 le divergenze tra il Likud e la lista Bianco-Celeste si fecero sempre più acute fino ad impedire l’approvazione del bilancio statale per il 2020, cosa che condusse allo scioglimento del parlamento e a nuove elezioni anticipate indette per il marzo 2021.
2021–2022: Naftali Bennett e Yair Lapid
Le elezioni del 2021 portarono alla formazione di un governo di “larga coalizione” tra otto partiti politici, tra cui Yamina, Yesh Atid, l’Alleanza Bianco Celeste, la destra nazionalista laica di di Israel Beitenu, il Partito Laburista, la sinistra liberale di Meretz, la formazione di centrodestra “Nuova Speranza” e la lista araba Ra’am. Il leader del partito Yamina, Naftali Bennett, e il leader di Yesh Atid, Yair Lapid, diventarono rispettivamente primo ministro e primo ministro supplente. Bennett e Lapid avrebbero scambiato i ruoli dopo due anni di governo o in caso di elezioni anticipate. Tuttavia tra maggio e giugno 2022 si scatenò una crisi di governo dovuta al fatto che ben 3 deputati di Yamina su 7 avevano abbandonato la maggioranza. Bennett e Lapid acconsentirono quindi ad anticipare la rotazione, nominando Lapid primo ministro e indicendo le elezioni anticipate per il 1° novembre.
Quello di Bennett-Lapid fu il primo governo nella storia israeliana ad avere nella maggioranza un partito arabo-palestinese, nonché il secondo governo israeliano, dopo il governo di rotazione Netanyahu-Gantz (che tuttavia era caduto prima che potesse svolgersi il processo di rotazione), ad avere un sistema di rotazione automatico e giuridicamente vincolante nella posizione di primo ministro. Ciò dunque ha implicato che, al cambio del Primo ministro, il Governo non si sia dovuto dimettere in quanto era mutato il capo dell’esecutivo (sul cui mandato dipende generalmente l’intero governo), come di solito accade, ma ha potuto continuare le proprie operazioni come se fosse stato un semplice “rimpasto ministeriale”.
2022–2026: Netanyahu VI
Il sesto governo Netanyahu, il 37º governo della storia israeliana, si è insediato il 29 dicembre 2022, al termine della quinta tornata elettorale in meno di quattro anni. Si fondava sull’alleanza tra il Likud e i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah (UTJ), con i partiti della destra religiosa e nazionalista di Smotrich e Ben-Gvir. È stato spesso definito il più a destra della storia del Paese, e il suo avvio è stato segnato dalla riforma giudiziaria del 2023. Il progetto di ridurre i poteri della Corte Suprema ha provocato mesi di proteste di massa e una profonda frattura sociale e istituzionale.
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha cambiato la natura dell’esecutivo. Per un certo periodo si è formato un gabinetto di guerra con l’opposizione centrista di Gantz, che poi ne è uscito nel 2024. Da allora il governo ha condotto la guerra a Gaza e i successivi scontri con Hezbollah e con l’Iran, con una forte esposizione internazionale e un deterioramento dei rapporti con parte della comunità internazionale. Sul piano interno la questione decisiva è stata la leva militare degli ultraortodossi alla quale i partiti Shah e UTJ si opponevano fermamente.
Nel febbraio 2026 è iniziata la guerra contro l’Iran condotta con l’appoggio degli USA di Donald Trump. In aprile si è arrivati ad un cessate il fuoco che poneva fine alla campagna militare contro l’Iran, presentato da Netanyahu come un successo storico. Tuttavia nei mesi successivi gli scontri armati sono continuati e ancora non si vede una possibile soluzione al conflitto. Lo scorso maggio la crisi di governo è precipitata. La fazione politica ultraortodossa, tradizionalmente alleata di Netanyahu, non ha accettato la mancata proroga dell’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot, le scuole religiose ebraiche. Shas e Giudaismo Unito della Torah hanno chiesto di andare ad elezioni anticipate. Alla fine tuttavia la Knesset si è sciolta in luglio, per portare il paese ad elezioni ad ottobre, completando quindi la durata intera della legislatura. Netanyahu è ancora imputato nel processo per corruzione che , nel caso perdesse il posto di primo ministro, potrebbe portare al il suo ritiro dalla politica.
Nelle prossime pagine, i risultati delle ultime elezioni, i principali partiti politici e gli ultimi sondaggi.
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