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Ottobre 25, 2026

IL GIRAMONDO – Elezioni in Israele: addio Netanyahu?

I SONDAGGI E I POSSIBILI SCENARI POST ELETTORALI 

In Israele sono sette le case sondaggistiche che hanno pubblicato sondaggi per queste elezioni: Yossi Tatika, Direct Polls, Maagar Mochot, Midgam, Lazar, Kantar e Shlomo Filber.

Le indicazioni di voto degli elettori israeliani continuano  a presentare un panorama politico ancora molto frammentato con il numero di liste rappresentate in parlamento che dovrebbe salire da 10 a 11 o 12 e senza nessun partito che vada oltre il 20% dei voti.  Secondo la media degli ultimi sondaggi, il Likud di Netanyahu e il nuovo partito Yashar di Gadi Eisenkot sarebbero praticamente alla pari, con circa 23 seggi ciascuno, seguiti dalla lista congiunta di Bennett e Lapid, «Insieme», con 14. Per il Likud, che nel 2022 aveva ottenuto 32 seggi, si tratterebbe di un calo di circa 9 seggi, nonostante l’ingresso nella lista di New Hope di Gideon Sa’ar.  Yashar, nato dalla scissione di Eisenkot dalla lista di Gantz, otterrebbe quindi quasi il doppio dei 12 conquistati nel 2022 da Unità Nazionale di Benny Ganz, mentre il centro liberale di Lapid, che nel 2022 aveva 24 seggi con Yesh Atid, ne perderebbe 10 nonostante  ad esso si aggunta la lista di destra di Bennett.

A destra, i due partiti dell’estrema destra religiosa, Potere Ebraico di Ben-Gvir, con circa 8 seggi, e Sionismo Religioso-Zehut di Smotrich, con circa 6, raggiungerebbero complessivamente 14 seggi, come nel 2022, quando correvano insieme. Tra i partiti ultraortodossi, Shas scenderebbe a 8 seggi, tre in meno del 2022, mentre Giudaismo Unito della Torah salirebbe a 8, quindi uno in più. Israel Beitenu di Lieberman passerebbe da 6 a circa 7 seggi. A sinistra, i Democratici di Yair Golan, nati dall’unione di Labor e Meretz, avrebbero circa 9 seggi, contro i 4 del solo Partito Laburista nel 2022, quando Meretz rimase fuori dal parlamento.

Tra i partiti arabi, la Lista Unita, riunita con Hadash, Ta’al e Balad, otterrebbe circa 9 seggi, contro i 5 di Hadash-Ta’al nel 2022, mentre il partito conservatore Ra’am resterebbe stabile a 5. In totale i partiti arabi avrebbero 14 seggi, contro i 10 di quattro anni fa. Un’altra novità potrebbe essere il Partito dei Riservisti e dell’Economia di Yoaz Hendel e Yaron Zelekha, che per vari sondaggi potrebbe superare la soglia con 4 seggi. Piu’ difficile invece che Amcha Yisrael, il partito dell’ex generale Ofer Winter entri in parlamento dato che per la maggior parte dei sondaggi rimarrebbe sotto la soglia di sbarramento.

I due principali blocchi, di governo e di opposizione, sono quindi quasi in parità. La media assegna sia 53 seggi ai partiti di destra e religiosi che sostengono Netanyahu che all’opposizione centrista, con 14 ai partiti arabi.  Il risultato è quindi tutt’altro che deciso e dipende dai partiti piccoli: se  il partito di Winter entrasse alla Knesset, i suoi seggi andrebbero a rafforzare il governo di Netanyah  mentre la lista Riservisti-NEP sarebbe invece piu’ vicina al blocco di opposizione.

Una maggioranza senza il Likud è quindi possibile ma difficilmente praticabile. Se l’opposizione di Yashar, Insieme, Democratici e Israel Beitenu avesse seggi che e attribuiscono i sondaggi, per arrivare a 61 dovrebbe o appoggiarsi a entrambi i partiti arabi (un accordo politicamente improbabile soprattutto per l’opposizione di Lieberman) o cercare l’appoggio esterno di Ra’am (il cui leader Mansour Abbas è un leader molto pragmatico)  e allo stesso tempo coinvolgere la lista Riservisti-NEP nel caso che questa superi la soglia di sbarramento.  Tuttavia i leader di quest’ultima hanno detto di non voler fare nessun accordo con i partiti arabi e preferiscono una “grande coalizione” con il Likud. Anche per Netanyahu, d’altra parte, sarebbe difficile ottenere 61 seggi dato che nessuno partito di opposizione vuole entrare in un governo che contenga i partiti haredi suoi alleati. Per questo, nel caso di stallo, si farebbe strada l’ipotesi di un governo di “unità nazionale”. Secondo i sondaggi la maggioranza degli israeliani lo preferirebbe a nuove elezioni  e il presidente Herzog ha dichiarato che farà tutto il possibile per evitare un secondo turno elettorale. Lieberman è tuttavia contrario a qualsiasi accordo con Netanyhau e ha già accusato Eisenkot di voler formare un governo con il Likud, definendolo «Gantz 2». Eisenkot è peraltro preferito a Netanyahu come primo ministro dalla maggioranza degli elettori.

Insomma, a differenza del 2022, quando il ritorno di Netanyahu appariva molto probabile, stavolta il suo partito è ai minimi storici e nessuno dei due schieramenti ha una strada sicura verso la maggioranza. Il risultato potrebbe essere deciso da pochi decimi di punto percentuale per i partiti vicini alla soglia.  L’esisto più probabile sembra un lungo negoziato, con un governo di unità o un ritorno alle urne

Le conseguente di queste elezioni possono essere molto diverse a seconda dell’esito. Una vittoria dell’opposizione, anche se ottenesse la maggioranza in parlamento, sarebbe abbastanza problematica. Yashar, Insieme e Yisrael Beiteinu condividono la richiesta di una commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre e di una leva universale che coinvolga gli Haredi, ma divergono sulla guida del blocco e sul rapporto con i partiti arabi e con i Democratici. Un governo così eterogeneo sarebbe fragile, mentre l’esclusione degli ultraortodossi dal governo, riaprirebbe un conflitto sociale ancora irrisolto. Per il Likud, una sconfitta segnerebbe la fine dell’era Netanyhau e aprirebbe presumibilmente una resa dei conti sulla leadership del partito.  Viceversa una conferma della maggioranza uscente, rafforzerebbe la dipendenza del governo dai partiti religiosi e di destra radicale.

Per quanto riguarda gli effetti in politica estera, un’eventuale cambio di governo non cambierebbe molto i rapporti internazionali.  Non cambierebbe molto per quanto riguarda l’occupazione di Gaza, le violenze in Cisgiordania e la guerra con l’Iran. Sull’Iran esiste infatti un forte consenso tra gli elettori a continuare il confronto con Teheran. Sul fronte palestinese i principali oppositori di Netanyahu, in particolare Bennet e Lieberman sono contrari alla nascita di uno Stato palestinese mentre Eisonkon lo considera un “non problema” in quanto irrealizzabile.

Per quanto riguarda i rapporti con l’Arabia Saudita. Riyad continua a legare una eventuale normalizzazione delle relazioni a un percorso irreversibile verso uno Stato palestinese. Arabia Saudita, Egitto, Bahrain e gli Emirati Arabi  guardano al voto soprattutto per capire se il prossimo esecutivo saprà preservare la deterrenza e contenere l’Iran. Uno stallo prolungato sarebbe per loro lo scenario peggiore.  Il tema del futuro di Gaza resta legato ai rapporti con gli  Stati Uniti di Donald Trump, a cui spetterà il compito di passare dalla gestione del conflitto a un assetto sostenibile. Per l’Europa un governo guidato da Eisenkot o Bennett potrebbe aprire un canale più cooperativo, almeno nei toni, senza però modificare i principali punti di dissenso.

 

 

Questo è tutto per quanto riguarda questa tornata elettorale. I risultati saranno commentati come sempre dai nostri egregi collaboratori della Redazione BiDiMedia.

Vi ricordo le prossime importanti scadenze elettorali: le elezioni di “mid-term” in USA del prossimo 3 novembre e quelle parlamentari in Nuova Zelanda del 7 novembre.

 

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