Fino al 1962 l’Uganda era un possedimento coloniale britannico. Nel 1958, in vista dell’indipendenza si svolsero le prime elezioni parlamentari del paese, che videro la vittoria del Congresso Nazionale Ugandese, di centrosinistra, ispirato al Congresso Nazionale Indiano, il quale conquistò 5 dei 10 seggi del consiglio legislativo locale. Nelle elezioni del 1961 un nuovo partito, il Congresso del Popolo dell’Uganda di ispirazione socialista, guidato da Milton Obote ottenne la maggioranza dei voti, ma la maggioranza dei seggi del Consiglio Legislativo andò al Partito Democratico, cattolico-conservatore, ispirato alla CDU tedesca. Fu creato il primo governo autonomo del paese alla cui guida fu nominato Benedicto Kiwanuka, del Partito Democratico. Nuove elezioni si tennero l’anno successivo. Il Congresso del Popolo conquisto la maggioranza relativa dei seggi e Milton Obote fu nominato primo ministro, grazie ad un accordo tra il suo partito e il Kabaka Yekka, partito rappresentante della “monarchia” della regione autonoma del Buganda. Poche settimane dopo le elezioni l’Uganda divenne ufficialmente una repubblica indipendente. Nel 1963 il parlamento elesse il primo Presidente dell’Uganda, Mutesa II, “re” del Buganda, leader del Kabaka Yekka.
Negli anni successivi, i sostenitori di uno stato centralizzato gareggiarono con quelli a favore di una federazione e di un forte ruolo per i “regni” delle tribù locali. Le manovre politiche raggiunsero il culmine nel 1966, quando il Primo Ministro Milton Obote, sospese la costituzione e assunse tutti i poteri del governo, rimuovendo le posizioni di presidente e vicepresidente. L’esercito attaccò il palazzo presidenziale e Mutesa II dovette fuggire all’estero. L’anno successivo 1967, una nuova costituzione conferì ad Obote poteri ancora maggiori e abolì i regni tradizionali.
Nel 1969 dopo un’attentato fallito contro Obote, quest’ultimo instaurò lo stato di emergenza, mise fuorilegge tutti i partiti politici dell’opposizione e fece arrestare buona parte dei loro leader. Buona parte delle aziende vennero nazionalizzate. Particolare danno all’economia fecero le espropriazione delle attività dei commercianti indiani, che portarono a scarsità di cibo ed ad un forte aumento dei prezzi. I paesi occidentali, in particolare la Gran Bretagna, cominciarono a temere che Obote stesse trasformando l’Uganda in un regime comunista filosovietico.
Nel 1971 il comandante dell’esercito Idi Amin, con il supporto dei servizi segreti britannici, prese il potere con colpo di stato mentre Obote era all’estero. Quest’ultimo si rifugiò in Tanzania, dove, con l’appoggio dell’allora presidente-dittatore socialista della Tanzania Julius Nyerere, organizzo una milizia armata formata da esiliati ugandesi per cercare di riconquistare il potere.
Amin governò l’Uganda tramite l’esercito per i successivi otto anni, eseguendo uccisioni di massa all’interno del paese per mantenere il suo governo. Si stima che circa 300.000 ugandesi abbiano perso la vita per mano del suo regime, molti dei quali nel nord, dove abitavano le tribu Acholi e Langi, considerate leali ad Obote. Oltre ai massacri di civili e alla brutale repressione dell’opposizione, l’Uganda fu devastata dall’espulsione della minoranza imprenditoriale indiana residente nel paese, che fece crollare l’economi. Nel 1972, la cosiddetta “africanizzazione” dell’Uganda costrinse circa 80mila ugandesi con passaporto britannico, la maggior parte dei quali di origine indiana, a lasciare il paese, mentre i loro beni, le loro case e le loro aziende venivano confiscate.
Nel 1979 un gruppo armato di esuli ugandesi proveniente dalla Tanzania attacco una zona di confine, questo provoco un attacco da parte dell’esercito dell’Uganda alle basi dei ribelli in Tanzania. Il governo della Tanzania rispose invadendo a sua volta l’Uganda, seguito dalla milizie armate fedeli a Milton Obote. In pochi giorni le truppe della Tanzania conquistarono la capitale Kampala e Idi Amin dovette fuggire in Libia, ospitato dal suo alleato Mohammad Gheddafi.
Milton Obote fu quindi reinsediato come presidente dell’Uganda. Nel 1980 si terreno elezioni parlamentari che videro i due tradizionali partiti del paese, il Congresso del Popolo e il Partito Democratico, dividersi quasi a metà l’elettorato, tuttavia grazie al sistema elettorale uninominale maggioritario che lo avvantaggiava, il Congresso del Popolo ottenne la maggioranza assoluta dei seggi. L’opposizione accusò il governo di Obote di brogli. Una parte degli ex guerriglieri che avevano sostenuto Obote durante il suo esilio in Tanzania, guidata da Yoweri Museveni, formò l’Esercito di Resistenza Nazionale (NRA), di ispirazione marxista-Leninista e diede il via ad una nuova insurrezione armata nel sud-est del paese.
I ribelli, appoggiati da Gheddafi e dall’Unione Sovietica, nel corso degli anni diventarono sempre piu’ potenti, mentre il governo di Obote perdeva il controllo di varie zone del pase. Vari episodi di massacri della popolazione da parte dell’esercito contribuirono a rafforzare la popolarità dei ribelli.
Nel 1985, un nuovo colpo di stato militare, guidato dal generale Tito Okello pose fine al potere di Obote, il quale fuggì in esilio in Zambia. Okello e i militari che avevano preso il potere cercarono di opporsi all’avanzata dell’NRA, ma dopo pochi mesi, nel gennaio 1986 i ribelli conquistarono la capitale Kampala, costringendo Okello a fuggire in Sudan. Museveni, una volta arrivato a Kampala, si fece proclamare presidente e il braccio politico dell’NRA, il Movimento di Resistenza Nazionale (NRM) prese possesso di tutte le istituzioni del paese.
Una volta andato al potere, Museveni allentò i rapporti con l’URSS, avvicinandosi ai paesi occidentali, in particolare agli USA. Con la fine dell’URSS Museveni e il NRM abbandonarono completamente l’ideologia marxista-leninista, adottando una politica economica decisamente liberale e allo stesso tempo una politica sociale decisamente conservatrice. Il governo del NMR pose fine agli abusi dei diritti umani dei governi precedenti, avviando una sostanziale liberalizzazione politica, togliendo buona parte dei limiti alla libertà di stampa. Il governo varò ampie riforme economiche in coordinazione con il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e i governi donatori del paesi occidentali. Il conservatorismo sociale del nuovo regime tuttavia suscitò preoccupazione a livello internazionale, soprattutto per la persecuzione delle personeLGBT+, arrivando a proporre un disegno di legge (poi modificato a causa delle pressioni della comunità internazionale) che prevedeva il carcere e in alcuni casi la pena di morte per i rapporti omosessuali. Negli anni successivi alla presa del potere di Museveni il nord del paese fu devastato da vari movimenti di guerriglia, in particolare quello dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) un gruppo fanatico cristiano fondamentalista guidato dal predicatore Joseph Kony. Le milizie dell’LRA si resero responsabili di varie atrocità, tra le quali il reclutamento forzato di bambini, usati come soldati e di ragazze usate come schiave sessuali. Nonostante la sua rivolta sia stata domata dall’esercito, Joseph Kony fino ad oggi è sempre riuscito a sfuggire alla cattura.
Nel 1989, 1994, 1996 e 2001 si tennero elezioni parlamentari senza la presenza di partiti, dove i candidati potevano presentarsi solo come indipendenti. Museveni fu ufficialmente eletto presidente in un voto popolare nel 1996, dopo aver varato una nuova costituzione, e riconfermato nel 2001, ottenendo in entrambi i casi oltre i due terzi dei voti. Nel 2005 il parlamento modificò a costituzione in modo da permettere a Museveni di ricandidarsi senza limiti al numero di mandati. Nel 2006 si tennero le prime elezioni multipartitiche dalla fine della guerra civile, dove il NRM ottenne oltre i due terzi dei seggi, mentre Museveni veniva rieletto con quali il 60% dei voti. Nel 2011 Museveni fu rieletto per la quarta volta con quasi il 70% dei voti e il NRM mantenne la maggioranza dei due terzi dei seggi parlamentari. Nel 2016 Museveni è stato rieletto per la quinta volta consecutiva e il suo partito ha mantenuto una maggioranza schiacciante in parlamento. Nelle ultime 4 elezioni il principale avversario alla presidenza di Museveni è stato Kizza Besigye, leader del Forum per il Cambio Democratico, il maggior partito di opposizione, più volte incarcerato, che a queste elezioni ha deciso di non ricandidarsi.
Nelle prossime pagine, i risultati elettorali recenti, i principali partiti politici ed i candidati alla presidenza.
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