Gli scenari dipendono soprattutto da quanto il Parti Québécois (PQ) riuscirà a tradurre il vantaggio nei sondaggi in seggi. Con il sistema uninominale a turno unico, una differenza di pochi punti percentuali in alcune decine di collegi può decidere se si avrà un governo di maggioranza o di minoranza.
L’ipotesi più discussa è quella di un governo péquiste con la maggioranza assoluta. In questo caso Paul St-Pierre Plamondon avrebbe mano libera per attuare in tempi rapidi il programma: la riduzione dell’immigrazione permanente a 35.000 ingressi l’anno e il dimezzamento di quella temporanea, l’estensione della legge 101 ai CEGEP, l’abolizione di Santé Québec e il ridimensionamento dell’apparato amministrativo. Sul piano dei rapporti con Ottawa, quello sull’immigrazione e sulla lingua sarebbe il terreno di scontro più probabile, poiché una parte di queste politiche potrebbe essere contestata davanti ai tribunali e il governo provinciale potrebbe ricorrere di nuovo alla “clausola derogatoria”, già usata in passato dalla CAQ.
Sulla sovranità il PQ ha fissato un limite temporale: nessun referendum prima del 20 gennaio 2029, ma un impegno a tenerlo entro il primo mandato. Ciò lascia spazio a una lunga fase preparatoria, fatta di commissioni, documenti programmatici e campagne di consenso, con una possibile consultazione nel 2029-2030, sempre che i sondaggi sull’indipendenza, storicamente più bassi del consenso per il partito, lo rendano opportuno. Non va dimenticato che una vittoria del PQ non equivale a un mandato per la secessione, perché una parte del suo elettorato vota per ragioni legate all’identità, all’immigrazione e alla sfiducia verso il governo uscente.
Se invece il PQ restasse sotto i 64 seggi, il Québec avrebbe un governo di minoranza, un’esperienza rara nella sua storia recente. Il PQ dovrebbe cercare intese caso per caso: con Québec solidaire (QS) sulla riforma elettorale e su parte dell’agenda sociale, con i conservatori sull’immigrazione e sul contenimento della spesa. La riforma elettorale in senso proporzionale, sostenuta oggi da QS, PQ e conservatori, sarebbe il punto più naturale di convergenza, ma un governo con una maggioranza netta potrebbe avere meno interesse a cambiare il sistema che l’ha favorito. In caso di stallo, il ritorno alle urne in tempi brevi diventerebbe una possibilità concreta, come accadde nel 2014 con il governo di Pauline Marois.
Le conseguenze più profonde potrebbero riguardare la CAQ. Dopo otto anni di governo, l’uscita di scena di Legault e le tante defezioni, un crollo elettorale aprirebbe un problema di sopravvivenza per il partito, nato nel 2011 come alternativa al bipolarismo tra sovranisti e federalisti. Questo scenario porrebbe la questione della sua identità e della leadership di Fréchette, e potrebbe spingere parte dell’elettorato nazionalista verso il PQ e parte dell’area di centrodestra verso i conservatori. Ne discenderebbe anche il tema di chi guiderebbe l’opposizione. I liberali di Charles Milliard, forti nei collegi di Montréal e tra gli elettori non francofoni, sarebbero i candidati più probabili all’opposizione ufficiale, ma dovrebbero affrontare una ricostruzione dopo la crisi che ha travolto l’ex leader Pablo Rodriguez. Il Partito conservatore di Éric Duhaime potrebbe eleggere i primi deputati, e QS dovrà misurarsi con un ricambio generazionale dopo l’uscita del leader storici Nadeau-Dubois e Massé.
Infine, un governo del PQ inciderebbe sui rapporti con il governo federale di Mark Carney, già segnati dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti e dal dibattito sulla tutela della lingua francese. Un esecutivo sovranista avrebbe interesse a mostrarsi come garante degli interessi del Québec nelle trattative commerciali, e a chiedere maggiori poteri in materia di immigrazione e cultura. Le tensioni con Ottawa potrebbero crescere, ma la scelta di rinviare il referendum al 2029 indica una strategia prudente, che punta a rafforzare il consenso prima di porre la questione dell’indipendenza.