Sondaggio Noto per Porta a Porta: crolla Vannacci! Coalizioni sostanzialmente pari, Lista Azione/PLD/Spazio Pubblico al 4,5%
Ottobre 2, 2026

IL GIRAMONDO – Elezioni legislative in Quebec, il ritorno al potere dei separatisti del Parti Québécois?

I SONDAGGI E I POSSIBILI SCENARI POST-ELETTORALI

Molto volatile la situazione secondo i sondaggi. La Coalizione per l’Avvenire del Quebec è in forte ribasso rispetto a quattro anni fa e dovrebbe crollare intorno al 17% dei voti rispetto al 41% ottenuto nel 2022. Il Parti Québécois è invece è in forte rialzo ed è dato in testa ai sondaggi con circa il 30% delle preferenze, praticamente il doppio rispetto al precedente 14,6%. Anche i Liberali sono in netto rialzo e secondo i sondaggi passarebbero dal 14,4% del 2022 a circa il 24%. Netto calo invece  per Québec Solidaire che perderebbe circa 5 punti percentuali rispetto al 15,4% di 4 anni fa. Infine il Partito Conservatore del Quebec salirebbe di 5 punti rispetto al precedente 12,9%.

Il PQ è favorito per quanto riguarda l’attribuzione dei seggi. Infatti i voti dei Liberali sono concentrati soprattutto nel sud-ovest intorno alla città di Montreal, mentre quelli del PQ sono distribuiti in maniera più uniforme nelle zone rurali della provincia, il che li avvantaggia notevolmente considerando il sistema elettorale uninominale maggioritario a turno unico. Facendo una simulazione con la media degli ultimi sondaggi,  il PQ ne otterrebbe circa 65-67 su 125,  35-36 andrebbero ai Liberali, 15-16 al PCQ  7-8 a QS  e 0-3 dal CAQ.

Gli scenari dipendono soprattutto da quanto il Parti Québécois (PQ) riuscirà a tradurre il vantaggio nei sondaggi in seggi. Con il sistema uninominale a turno unico, una differenza di pochi punti percentuali in alcune decine di collegi può decidere se si avrà un governo di maggioranza o di minoranza.

L’ipotesi più discussa è quella di un governo péquiste con la maggioranza assoluta. In questo caso Paul St-Pierre Plamondon avrebbe mano libera per attuare in tempi rapidi il programma: la riduzione dell’immigrazione permanente a 35.000 ingressi l’anno e il dimezzamento di quella temporanea, l’estensione della legge 101 ai CEGEP, l’abolizione di Santé Québec e il ridimensionamento dell’apparato amministrativo. Sul piano dei rapporti con Ottawa, quello sull’immigrazione e sulla lingua sarebbe il terreno di scontro più probabile, poiché una parte di queste politiche potrebbe essere contestata davanti ai tribunali e il governo provinciale potrebbe ricorrere di nuovo alla “clausola derogatoria”, già usata in passato dalla CAQ.

Sulla sovranità il PQ ha fissato un limite temporale: nessun referendum prima del 20 gennaio 2029, ma un impegno a tenerlo entro il primo mandato. Ciò lascia spazio a una lunga fase preparatoria, fatta di commissioni, documenti programmatici e campagne di consenso, con una possibile consultazione nel 2029-2030, sempre che i sondaggi sull’indipendenza, storicamente più bassi del consenso per il partito, lo rendano opportuno. Non va dimenticato che una vittoria del PQ non equivale a un mandato per la secessione, perché una parte del suo elettorato vota per ragioni legate all’identità, all’immigrazione e alla sfiducia verso il governo uscente.

Se invece il PQ restasse sotto i 64 seggi, il Québec avrebbe un governo di minoranza, un’esperienza rara nella sua storia recente. Il PQ dovrebbe cercare intese caso per caso: con Québec solidaire (QS) sulla riforma elettorale e su parte dell’agenda sociale, con i conservatori sull’immigrazione e sul contenimento della spesa. La riforma elettorale in senso proporzionale, sostenuta oggi da QS, PQ e conservatori, sarebbe il punto più naturale di convergenza, ma un governo con una maggioranza netta potrebbe avere meno interesse a cambiare il sistema che l’ha favorito. In caso di stallo, il ritorno alle urne in tempi brevi diventerebbe una possibilità concreta, come accadde nel 2014 con il governo di Pauline Marois.

Le conseguenze più profonde potrebbero riguardare la CAQ. Dopo otto anni di governo, l’uscita di scena di Legault e le tante defezioni, un crollo elettorale aprirebbe un problema di sopravvivenza per il partito, nato nel 2011 come alternativa al bipolarismo tra sovranisti e federalisti. Questo scenario porrebbe la questione della sua identità e della leadership di Fréchette, e potrebbe spingere parte dell’elettorato nazionalista verso il PQ e parte dell’area di centrodestra verso i conservatori. Ne discenderebbe anche il tema di chi guiderebbe l’opposizione. I liberali di Charles Milliard, forti nei collegi di Montréal e tra gli elettori non francofoni, sarebbero i candidati più probabili all’opposizione ufficiale, ma dovrebbero affrontare una ricostruzione dopo la crisi che ha travolto l’ex leader Pablo Rodriguez. Il Partito conservatore di Éric Duhaime potrebbe eleggere i primi deputati, e QS dovrà misurarsi con un ricambio generazionale dopo l’uscita del leader storici Nadeau-Dubois e Massé.

Infine, un governo del PQ inciderebbe sui rapporti con il governo federale di Mark Carney, già segnati dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti e dal dibattito sulla tutela della lingua francese. Un esecutivo sovranista avrebbe interesse a mostrarsi come garante degli interessi del Québec nelle trattative commerciali, e a chiedere maggiori poteri in materia di immigrazione e cultura. Le tensioni con Ottawa potrebbero crescere, ma la scelta di rinviare il referendum al 2029 indica una strategia prudente, che punta a rafforzare il consenso prima di porre la questione dell’indipendenza.

 

 

Questo è tutto per quanto riguarda queste elezioni. I risultati saranno commentati come sempre dai nostri egregi collaboratori della Redazione BiDiMedia.

Vi ricordo le prossime importanti scadenze elettorali:  le elezioni parlamentari in Serbia del 25 ottobre e quelle in Israele del 27 ottobre.

 

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