Domenica 25 ottobre i cittadini serbi sono chiamati alle urne per eleggere i 250 membri dell’Assemblea Nazionale, il parlamento unicamerale del paese, in elezioni anticipate di oltre un anno. Il voto non era previsto prima del dicembre 2027, ma il presidente Aleksandar Vučić ha sciolto le camere il 9 settembre, dopo quasi due anni di manifestazioni antigovernative. Non si tratta di una tornata come le altre: in Serbia si parla ormai apertamente del voto più importante dalla fine dell’era Milošević, e la campagna si svolge in un clima da referendum pro o contro il presidente.
La Serbia è governata dal 2012 dal Partito Progressista Serbo (SNS), formazione di centrodestra fondata da Vučić, il quale è stato primo ministro dal 2014 al 2017 poi presidente della Repubblica dal 2017 ad oggi. In questi anni la democrazia serba è scivolata verso l’autoritarismo, con un progressivo declino della libertà di stampa e delle libertà civili. Il governo uscente è guidato dal primo ministro Đuro Macut, che ha formalmente chiesto lo scioglimento del parlamento. La vera novità è però la posizione dello stesso Vučić: non potendo candidarsi a un terzo mandato presidenziale, si è dimesso e guiderà la lista del campo di governo puntando a tornare primo ministro. La ex prima ministra Ana Brnabić svolge le funzioni di presidente in via provvisoria, e un’elezione presidenziale dovrà tenersi entro tre mesi, con un primo turno annunciato per la fine di dicembre. Molti osservatori hanno letto la mossa come uno schema alla Putin-Medvedev. La lista si chiama «Aleksandar Vučić – Serbia Unita» e, oltre all’SNS, include l’estrema destra del Partito Radicale Serbo di Vojislav Šešelj. Il Partito Socialista Serbo (SPS), il vecchio partito di Milošević e storico alleato dell’SNS, si presenta invece con una lista propria.
All’origine della crisi politica c’è un evento preciso. Il 1° novembre 2024 una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, appena ristrutturata, crollò uccidendo 16 persone. Alle richieste di un’indagine trasparente seguirono proteste guidate dagli studenti universitari, che sono poi diventate un movimento contro la corruzione, l’opacità degli appalti pubblici e il sistema di potere dell’SNS, e che il governo ha spesso represso con durezza. Quel movimento si presenta ora alle urne con una propria lista, «Lista studentesca – Gli studenti vincono», che ha consegnato alla commissione elettorale circa 75.000 firme e 250 candidati, senza indicare per ora un candidato premier. Il suo slogan, «Serbia o mafia», riassume l’impostazione anti-governativa.
Il fronte che si oppone al governo non è però unito. Da una parte molti partiti tradizionali di opposizione liberale e di sinistra, tra cui il Partito Democratico, hanno scelto di non presentarsi e di appoggiare la lista studentesca per non disperdere voti. Dall’altra altre formazioni hanno deciso di correre invece separatamente. Tra queste le più importanti sono Serbia Europea, che riunisce socialdemocratici, il partito Centro Serbo e un movimento civico del Sangiaccato, convinti dell’utilità di un’alternativa autonoma, e la lista di destra Alternative Democratica Nazionale di Miloš Jovanović. Entrambe sarebbero disponibili a un’alleanza con gli studenti dopo il voto.
Per la lista studentesca l’argomento principale è la lotta alla corruzione e allo stato di diritto. Il programma, articolato in 11 punti, prevede una Polizia Inquirente Speciale, l’epurazione degli amministratori corrotti, la confisca dei beni illecitamente acquisiti, libri di testo gratuiti per tutti gli alunni e farmaci meno costosi. Sulla questione del Kosovo la posizione degli studenti è che il Kosovo sia parte integrante della Serbia, un tema in cui l’opinione pubblica serba è in larghissima parte compatta. Sull’Unione europea il movimento resta volutamente vago, in un paese dove appena il 33% sostiene l’adesione, ma in caso entrasse a far parte del governo rafforzerebbe i legami con l’Unione Europea
La campagna di Vučić batte invece i temi tradizionali dell’SNS: la sovranità («la Serbia non si inginocchierà davanti a nessuno»), le accuse di interferenza straniera, l’accusa agli studenti di essere “manipolati dall’estero”, e un governo più snello, con dodici ministri anziché trentuno. La propaganda governativa cerca inoltre di convincere gli elettori che una vittoria degli studenti porterebbe all’allontanamento dalla Russia, alla perdita di sovranità nei confronti dell’Ue e alla rinuncia al Kosovo. Vučić ha deciso di fare la campagna su un furgoncino, in giro per il paese, per mostrarsi vicino alla «gente comune»; gli studenti hanno risposto con un camion dello stesso genere, trasformando l’iniziativa in una parodia. Il clima è però teso: dai tentativi di sottrarre striscioni agli scontri verbali e fisici, fino all’aggressione da parte del sindaco di Belgrado Aleksandar Šapić verso una consigliera dell’opposizione.
I sondaggi sono pochi ed estremamente variabili. Le stime concordano su un solo aspetto: l’SNS mantiene un elettorato solido e organizzato, ma il suo vantaggio rispetto all’opposizione potrebbe essere più ridotto di quanto accaduto in passato. Va ricordato tuttavia che le elezioni in Serbia non possono essere considerate “eque”. Le condizioni della campagna elettorale restano infatti tutt’altro che paritarie. Il governo controlla quasi interamente i media, la magistratura e l’apparato statale. La leadership al potere non si sforza nemmeno di nascondere l’intenzione di usare tutti i mezzi a disposizione per ostacolare la lista studentesca. A questo riguardo c’è da notare che i governo ha a disposizione degli elettori «sicuri», come i dipendenti pubblici e quelli delle aziende statali, che non sempre emergono dai sondaggi. Gli studenti denunciano di essere pedinati, e si sono segnalate liste civetta con nomi simili alla loro per confondere gli elettori. Sul voto della diaspora, si sono registrati per votare 111.000 cittadini all’estero, il triplo del 2023, ma la distribuzione dei seggi elettorali all’estero decisa dalla commissione elettorale solleva polemiche: in Bosnia Erzegovina ce ne saranno ben 28, mentre a Vancouver, dove è presente una significativa comunità serba, non ce ne sarà nessuno.
La posta in gioco va oltre il risultato delle singole liste. Se gli studenti vincessero, per la Serbia non si tratterebbe soltanto di un’alternanza, ma di un possibile terremoto istituzionale per un sistema di potere che dura da oltre un decennio. Se invece vincesse Vučić, il suo ritorno alla guida del governo, in un voto relativamente libero ma per nulla equo, sarebbe un passaggio decisivo per consolidare il suo controllo sul governo, che gli permetterebbe anche di far eleggere a dicembre un suo fido alleato al suo posto alla presidenza. Resta da vedere se la rabbia che ha riempito le piazze per due anni saprà riempire anche le urne.
IL SISTEMA POLITICO-ELETTORALE
La Serbia è una repubblica democratica rappresentativa parlamentare, con un sistema multipartitico. Il potere legislativo è conferito al parlamento e in alcuni casi può essere esercitato anche dal governo. Il potere esecutivo è esercitato dal governo guidato dal Primo Ministro. La magistratura è indipendente dall’esecutivo e dal legislatore. Il presidente è il capo dello stato.
Il parlamento unicamerale della Serbia è l’ Assemblea Nazionale, composta da 250 seggi. I deputati sono eletti per un mandato di 4 anni con sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3% (ridotto rispetto al 5% delle elezioni passate) per i partiti nazionali. Lo sbarramento non vale per i partiti rappresentanti delle minoranze etniche (ungheresi, bosniache e albanesi).
il presidente viene eletto con voto diretto e popolare con eventuale secondo turno di ballottaggio, per un mandato di cinque anni, rinnovabile una sola volta. Il presidente nomina il primo ministro su indicazione del parlamento. Le funzioni del presidente sono in gran parte cerimoniali, tuttavia negli ultimi anni la presidenza della repubblica ha assunto di fatto un ruolo predominante nell’azione di governo.
Secondo il “Democratic Index” del settimanale The Economist, la Serbia è una cosiddetta “Democrazia imperfetta”, al livello di paesi tipo Ghana, Macedonia del Nord, Filippine e Bulgaria.
Nelle prossime pagine, la storia politica del paese, i gli sviluppi politici recenti, i principali partiti politici e gli ultimi sondaggi.
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