I sondaggi per queste elezioni danno dati discordanti, ma concordano sul fatto che la competizione si gioca quasi esclusivamente tra due blocchi: la lista “Aleksandar Vučić – Serbia Unita”, guidata dal Partito Progressista Serbo (SNS), e la “Lista studentesca – Gli studenti vincono”. Le altre formazioni sono nettamente distanziate. Alcune sono vicine alla soglia di sbarramento o non hanno alcuna possibilità di superarla.
Ma quale blocco è in testa nelle intenzioni di voto? L’ultimo sondaggio di Faktor Plus, che tende a favorire il governo, dà la lista di Vučić al 48,6% nettamente vincente contro il 37,1% della lista studentesca. La casa sondaggistica NSPM dà invece la lista degli studenti in vantaggio con il 44,4% contro il 41,7% dell’alleanza di governo. Per quanto riguarda gli altri partiti, la lista che fa capo al Partito Socialista Serbo (SPS) sarebbe intorno al 5%. Altre due liste che potrebbero superare la soglia di sbarramento sono la “Piattaforma per una Serbia Europea” (PES) che raggruppa vari partiti europeisti e l’Alternativa Democratica Nazionale (NADA) formata da partiti nazionalconservatori e monarchici.
Due incognite potrebbero portare ad un risultato diverso da quello indicato dai sondaggi. La prima è la capacità del governo di mobilitare l’apparato amministrativo pubblico e la sua rete clientelare per portare voti all’SNS, l’altra è la partecipazione al voto dei serbi all’estero, sul quale la Lista studentesca ha già presentato ricorso alla commissione elettorale.
Lo scenario più favorevole al governo è quello in cui il blocco di Vučić, con o senza i suoi alleati socialisti, ottenga la maggioranza assoluta di 126 seggi. In questo caso la continuità sarebbe pressoché totale, e con essa la politica di equilibrio che Belgrado persegue da anni: una candidatura all’Unione Europea mantenuta formalmente ma priva di progressi sostanziali, rapporti stretti con Mosca e Pechino, nessuna adesione alle sanzioni contro la Russia. La questione del Kosovo resterebbe sostanzialmente congelata e Belgrado continuerebbe a sostenere in Bosnia-Erzegovina la linea della Republika Srpska senza tuttavia arrivare a rotture aperte con i paesi occidentali.
Un secondo scenario, plausibile se i sondaggi più sfavorevoli al governo si rivelassero corretti, è quello che la lista dell’SNS da sola non raggiunga la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. In questa ipotesi diventerebbero decisivi i piccoli partiti che superano la soglia del 3%,e la formazione di un governo richiederebbe negoziati con i socialisti oppure con liste di orientamento nazionalista o sovranista. Particolarmente critica sarebbe la situazione in cui una delle liste di estrema destra filorussa entrasse in parlamento e fosse decisiva per Vučić per ottenere la maggioranza. Per ottenere quel sostegno, il governo potrebbe essere indotto a irrigidire la propria posizione sul Kosovo, sulla Russia e sull’Unione Europea, con il rischio di un ulteriore raffreddamento dei rapporti con Bruxelles.
Il terzo scenario, la vittoria della Lista studentesca, è sia il più improbabile che il più imprevedibile, anche perché si tratta di un movimento privo di una struttura partitica consolidata e di un programma dettagliato di politica estera. Il suo elettorato è fortemente favorevole alla democrazia come forma di governo, ma l’adesione all’Unione Europea non è per definizione il suo principale elemento identitario. In caso di vittoria della lista studentesca è ragionevole attendersi un governo guidato da esponenti della società civile, le cui priorità sarebbero la restaurazione dello Stato di diritto, dell’indipendenza della magistratura e della libertà dei media, condizioni che Bruxelles considera essenziali. Su Kosovo, Russia e Cina è invece probabile una linea prudente, perché una parte consistente dell’opinione pubblica serba resta ostile al riconoscimento del governo di Pristina e alle sanzioni contro Mosca. Anche in caso di successo, un governo di questo tipo dovrebbe fare i conti con un apparato statale, mediatico ed economico costruito in tredici anni dall’SNS, e con la presidenza della Repubblica, ancora indirettamente nelle mani di Vučić.
Resta infine l’ipotesi di un parlamento senza maggioranza, che condurrebbe a una lunga fase di trattative e, in caso di stallo, a nuove elezioni, con il rischio di un prolungato logoramento delle istituzioni e di un’ulteriore polarizzazione del paese.
Per due anni la rabbia ha riempito le piazze serbe; adesso bisogna capire se saprà capace di riempire anche le urne. Il voto si svolgerà in condizioni relativamente libere, ma niente affatto eque, e proprio questo, indipendentemente dai sondaggi rende probabile una nuova vittoria di Vučić. Tornando alla guida del governo, egli avrebbe infatti modo di consolidare la presa sull’esecutivo e di preparare, a dicembre, l’elezione di un fedele alleato alla presidenza. Sul fronte opposto, l’affermazione degli studenti avrebbe un significato diverso da quello di una normale alternanza: sarebbe un possibile sisma istituzionale per un sistema di potere che governa il Paese da oltre un decennio con conseguente significative sull’assetto geopolitico del Balcani.
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