La storia politica della Serbia moderna inizia il 23 gennaio 1990, quando la Lega Comunista Jugoslava cessò di esistere come partito nazionale. La sezione serba della Lega, guidata dal leader nazionalista Slobodan Milošević divenne allora il Partito Socialista della Serbia (SPS) . Venne redatta una nuova Costituzione che trasforma la Serbia in una repubblica democratica multi-partitica. Nelle prime elezioni multipartitiche del dicembre 1990, Milosevic venne eletto presidente e il Partito Socialista ottenne la maggioranza assoluta dei seggi, sconfiggendo nettamente i conservatori del Movimento Rinnovatore Serbo (SPO) guidato da Vuk Drašković. Le elezioni tuttavia non furono completamente libere e democratiche, dato che Milošević manteneva il controllo costante sui media statali ai quali i partiti dell’opposizione avevano scarso accesso.
La Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia si sciolse nel 1991/1992 in una serie di guerre a seguito delle dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia del 25 giugno 1991 e Bosnia-Erzegovina il 5 marzo 1992. La Macedonia lasciò la Federazione pacificamente il 25 settembre 1991. Il L’esercito popolare jugoslavo (JNA) tentò e fallì nel prevenire la secessione della Slovenia nella guerra dei Dieci giorni 26 giugno – 6 luglio 1991 e si ritirò completamente entro il 26 ottobre 1991. La JNA tentò e non riuscì a prevenire la secessione della Croazia durante la prima fase di la guerra d’indipendenza croata, dal 27 giugno 1991 fino alla tregua del gennaio 1992, ma permise con successo alla minoranza serba croata di fondare la Repubblica del Krajina serba che cercava sostegno per la Serbia. La più grande battaglia di questa guerra fu l’ assedio di Vukovar . Dopo l’inizio della guerra in Bosnia il 1 ° aprile 1992, la JNA ritirò ufficialmente tutte le sue forze dalla Croazia e dalla Bosnia nel maggio 1992 e fu formalmente sciolta il 20 maggio 1992 – le sue forze rimanenti furono rilevate dalla nuova Repubblica Federale di Jugoslavia . Le due rimanenti repubbliche di Jugoslavia, Serbia e Montenegro , formarono il 28 aprile 1992 una nuova federazione chiamata Repubblica Federale di Jugoslavia. Nel 2003, è stato ricostituito come un’unione politica chiamata Unione Statale di Serbia e Montenegro (SCG).
Nelle elezioni del 1992 Milosevic fu rieletto presidente. Il Partito Socialista tuttavia perse la maggioranza assoluta in parlamento ottenendo solo 101 seggi su 250. Al secondo posto si piazzò l’estrema destra nazionalista del Partito Radicale Serbo (SRS) guidato da Vojislav Šešelj, mentre al terzo posto arrivava il Movimento Democratico di Serbia (DEPOS) , coalizione formata dai partiti di opposizione di centrodestra. I partiti rappresentanti la minoranza albanese del Kosovo boicottarono le elezioni. A causa della mancanza di una chiara maggioranza in parlamento, nel 1993 si tennero nuove elezioni parlamentari anticipate, dove il Partito Socialista ottenne 123 seggi su 250 e il DEPOS superò il Partito Radicale come numero di voti e di seggi. Il Partito Socialista ottenne la maggioranza assoluta grazie ad un gruppo di deputati usciti della coalizione di centrodestra.
Nel 1996 Milosevic viene eletto presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia e l’anno successivo nuove elezioni vengono tenute per l’elezione del presidente e del parlamento serbo. Le elezioni presidenziali del settembre 1997 vedono la vittoria a sorpresa al ballottaggio del leader dell’estrema destra Šešelj, che sconfigge il candidato dell’SPS. Tuttavia, a causa della bassa affluenza, le elezioni presidenziali vengono annullate. Due mesi dopo vengono convocate nuove elezioni presidenziali che vengono vinte da Milan Milutinović, alleato di Milosevic. All’Assemblea Nazionale, la Coalizione di Sinistra, formata dal Partito Socialista e da piccoli partiti di sinistra nazionalista, ottenne 110 seggi, superando il Partito Radicale e il Movimento Rinnovatore. In mancanza di una chiara maggioranza, il Partito Socialista dovette allearsi con l’estrema destra del Partito Radicale per formare il governo.
Nel frattempo peggioravano i rapporti con il Montenegro e soprattutto precipitava la situazione in Kosovo dove i separatisti albanesi dell’UCK avevano dato il via ad una vera e propria guerra civile. La feroce repressione dell’insurrezione da parte della Serbia provocò l’intervento della NATO, che per tre mesi bombardò la Serbia fino a che l’esercito jugoslavo non si ritiro dal Kosovo, che divenne un protettorato delle Nazioni Unite, di fatto indipendente dalla Serbia.
Nel settembre 2000 si tennero le elezioni presidenziali anticipate per la Federazione Jugoslava. Il partiti di opposizione di centro e centrodestra si unirono nell’Opposizione Democratica di Serbia (DOS) che candidò alla presidenza il nazionalista moderato Vojislav Koštunica. Quest’ultimo ottenne il 50% dei voti, superando nettamente Milosevic. Per i sostenitori di Kostunica, questi aveva superato il 50% dei voti e quindi non era necessario il ballottaggio, ma secondo il tribunale elettorale sarebbe stato necessario un secondo turno. Si sparsero voci incontrollate che Milosevic volesse far cancellare il secondo turno. L’opposizione organizzò quindi grandi manifestazioni di piazza, che dopo alcuni giorni di forte tensione, costrinsero Milosevic ad abbandonare la presidenza e concedere la sconfitta. Kostunica fu quindi eletto presidente e fu formato un governo di unità nazionale guidato dal liberale Zoran Đinđić, comprendente il Partito Socialista e l’opposizione democratica, lasciando fuori l’estrema destra del Partito Radicale.
Nel 2001 Đinđić, nonostante l’opposizione di Kostunica, fece consegnare Milosevic al Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia per essere processato per i crimini commessi durante la guerra civile. Milosevic sarebbe poi morto nel 2006, prima che il tribunale potesse emettere la sentenza nei suoi confronti.
I contrasti tra il nazionalista Kostunica e il progressista Đinđić non tardarono a manifestarsi. Dopo l’euforia iniziale per sostituzione del regime autocratico di Milošević, la popolazione serba, in reazione alle divisioni politiche all’interno del governo manovra politica, iniziò ad avere un atteggiamento di apatia e disillusione politica. La situazione di stallo politico proseguì per gran parte del 2002 e le iniziative di riforma economica e politica si fermarono.
Ad inizio 2003 fu ratificata una nuova costituzione e la Repubblica Federale di Jugoslavia in fu rinominata in Unione di Serbia e Montenegro, che si sarebbe poi sciolta per decisione del Montenegro nel 2006.
Il 12 marzo 2003, il primo ministro Zoran Đinđić fu assassinato da un gruppo paramilitare nazionalista. Il governo reagì dichiarando lo stato di emergenza e intraprendendo una repressione senza precedenti sul crimine organizzato legato all’estrema destra nazionalista che portò all’arresto di oltre 4.000 persone.
La Serbia nel frattempo era precipitata in una profonda crisi politica. Le e elezioni presidenziali furono annullate per ben tre volte di seguito, nell’Ottobre 2002, dicembre 2002 e novembre 2003 dal momento che non era stato raggiunta il 50% minimo di partecipazione al voto. Nel dicembre 2003 furono tenute nuove elezioni parlamentari che videro arrivare in testa l’estrema destra del Partito Radicale, con 82 seggi su 250, seguito dai conservatori dal Partito Democratico della Serbia (DSS), guidato da Kostunica e dai socialdemocratici del Partito Democratico (DS), guidato da Boris Tadić.
Nonostante l’aumento di consensi dell’estrema destra, fu formata una coalizione di governo riformista, guidato da Kostunica, che includeva il DSS, il DS e altri partiti liberali e che lasciava fuori il Partito Radicale e il Partito Socialista.
Alle elezioni presidenziali del 2004 Boris Tadić , candidato del Partito Democratico, superò al ballottaggio Tomislav Nikolić , del Partito radicale serbo, contribuendo all’avvicinamento della Serbia all’Unione Europea.
Nel 2006 a seguito dello scioglimento dell’Unione tra Serbia e Montenegro, fu varata una nuova Costituzione della Serbia, che fu approvata con referendum popolare. Le elezioni politiche del 2007 videro una netta avanzata del Partito Democratico di Tadic, anche se il Partito Radicale rimaneva primo partito del paese. Il governo poté quindi proseguire con la sua politica riformista ed europeista. Nel 2008 Tadic fu rieletto presidente, battendo per un soffio ancora una volta il candidato di destra Nikolic al ballottaggio.
Il governo serbo entro tuttavia di nuovo in crisi dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza della sua provincia meridionale del Kosovo il 17 febbraio 2008, che fu riconosciuta dagli Stati Uniti e da numerosi paesi dell’Unione europea. Kostunica e la fazione più nazionalista del governo ruppero con i partiti europeisti nel maggio 2008 furono tenute elezioni anticipate,che videro la vittoria del DS e dei partiti della coalizione europeista che ottennero 101 seggi su 250 e il caso dei conservatori di Kostunica. Fu formato un governo di centrosinistra comprendente il Partito Democratico di Tadic, i suoi alleati liberali, il Partito Socialista e vari rappresentanti delle minoranze etniche. Nel 2009 la Serbia presentò ufficialmente domanda di adesione all’Unione Europea, fu firmato un accordo commerciale con la UE e fu abolito il visto per i cittadini serbi per entrare nei paesi dell’area Schengen.
Nel frattempo il Partito Radicale Serbo subiva una profonda trasformazione. Un gruppo di deputati conservatori moderati guidati da Nikolic abbandonarono il Partito Radicale per formare il Partito Progressista Serbo (SNS). Mentre i partiti di governo erano alle prese con una grave crisi economica, il nuovo partito di Nikolic, una volta abbandonati i legami con l’estrema destra di Cecelj, cresceva nei sondaggi.
Nelle elezioni del 2012 il Partito Progressista ottenne 73 seggi su 250, mentre il Partito Democratico scendeva a 73 e il Partito Socialista saliva a 44, con il Partito Radicale che, con solo il 4,6% dei voti, non riusciva nemmeno ad entrare in parlamento. Nelle elezioni presidenziali, che vedevano per la terza volta affrontarsi Tadic e Nikolic, al ballottaggio prevalse quest’ultimo. Il nuovo governo, guidato da Ivica Dačić dell’SNS, comprendeva anche il Partito Socialista e varie formazioni minori, mentre la guida del Partito Progressista veniva affidata a Aleksandar Vučić ex ministro dell’informazione ai tempi di Milosevic.
Nel 2014, a causa di una crisi di governo dovuta ai contrasti tra SNS e SPS, Dacic dovette dimettersi e si tennero nuove elezioni parlamentari anticipate. Il Partito Progressista ottenne una schiacciante vittoria, con 158 seggi su 250, mentre crollava il Partito Democratico, indebolito da una scissione guidata dalla stesso Tadic, che aveva formato il Partito Socialdemocratico (SDS). L’incarico di governo fu dato a Vucic, il quale, nonostante avesse la maggioranza assoluta, preferì continuare l’alleanza di governo con il Partito Socialista.
Nel 2016, in vista delle elezioni presidenziali dell’anno successivo, Vucic chiese nuove elezioni parlamentari anticipate. Il risultato fu un arretramento per l’SNS che ottenne solo 131 seggi, perdendo quindi la maggioranza assoluta, mentre l’estrema destra del Partito Radicale entrava in parlamento con 22 seggi, assieme ai populisti di destra del partito “Ora basta” che ne conquistavano 16. L’alleanza di governo tra SNS e SPS fu comunque mantenuta.
Durante gli anni del suo governo Vučić cercò di evidenziare le proprie credenziali europeiste e di mantenere buoni rapporti con i governi della UE. Durante la crisi migratoria del 2015 si allineò con le politiche del cancelliere tedesco Angela Merkel, dicendo che la Serbia era pronta ad accogliere parte dei migranti. La politica economica del suo governo fu basata sull’austerità per ridurre il deficit di bilancio, il che gli permise di avere il supporto finanziario del FMI.
In politica estera cercò di scongelare i rapporti con il governo separatista del Kosovo, e fece avanzare i colloqui per un ingresso della Serbia nell’Unione Europea. Dall’altro lato mantenne i tradizionali buoni rapporto tra Serbia e Russia, rafforzando la collaborazione militare tra i due paesi. Allo stesso tempo mantenne buone relazioni con gli USA e rafforzò i rapporti economici con la Cina, facendo entrare la Serbia a far parte della cosiddetta Nuova Via della Seta.
Nel 2017 Vucic fu eletto eletto alla presidenza direttamente al primo turno con il 55% dei voti. A capo del governo al suo posto fu nominata Ana Brnabić, prima donna a ricoprire quest’incarico nella storia della Serbia e prima persona dichiaratamente omosessuale capo di governo in un paese dell’Europa centro-orientale. Nonostante che con la sua elezioni a Presidente della Serbia Vucic avesse formalmente perso buona parte del proprio potere politico, di fatto Vucic continuo’ a dirigere in prima persona le politiche del governo. Il governo serbo rimase quindi socialmente conservatore, e moderatamente liberista dal punto di vista economico, mentre in politica estera Ana Brnabic seguì la direzione dei precedenti governi di Vucic.
Negli anni successivi la Serbia subì un arretramento delle libertà democratiche e una tendenza all’autoritarismo , seguito da un calo libertà dei media e libertà civili . Le prime proteste di massa contro Vučić iniziarono dopo la sua elezione alla presidenza nel 2017 a causa del controllo del suo partito dei media serbi. Numerosi scandali finanziari che coinvolgevano membri dei governo innescarono nel 2018 varie proteste antigovernative che conclusero nel 2020 durante pandemia di Covid-19. Queste proteste contribuirono a rafforzare l’unità delle forze di opposizione, che boicottarono le elezioni parlamentari del 2020, adducendo che le condizioni per partecipare alle elezioni non erano né libere né eque.
La lista elettorale guidata dal SNS riuscì quindi facilmente a ottenere la maggioranza dei voti e dei seggi nelle elezioni del giugno 2020, mentre il governo vide la conferma di Ana Brnabić con il supporto del Partito Socialista Serbo. Poco dopo le elezioni, nuove proteste scoppiarono nel Paese, principalmente nella capitale Belgrado. Queste proteste anti-governative furono contrassegnate dalla brutalità della polizia e dalla violenza orchestrata dal governo. Nuove proteste, questa volta organizzate principalmente da gruppi ambientalisti si svolsero nel 2021. Queste proteste iniziarono principalmente a causa dell’opposizione al previsto investimento dell’azienda Rio Tinto per l’apertura di miniere per l’estrazione del Litio. Le proteste di massa raggiunsero il culmine nel dicembre 2021, dopodiché il governo abbandonò il piano per l’autorizzazione a Rio Tinto a iniziare i lavori di scavo delle miniere. Nelle elezioni parlamentari anticipate del 2022, svoltesi in contemporanea alle elezioni presidenziali, la coalizione di governo, formata da SNS e SPS mantenne la maggioranza assoluta dei seggi, Vučić fu agevolmente rieletto presidente al primo turno e Ana Brnabic fu confermata a capo del governo.
Nelle prossime pagine, i risultati delle precedenti elezioni parlamentari e presidenziali, i principali partiti politici e gli ultimi sondaggi.
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