Martedì 27 ottobre si terranno le elezioni legislative in Israele per eleggere i 120 membri della ventiseiesima Knesset, quattro anni dopo il voto del novembre 2022. È la prima volta dal 1988 che le elezioni si svolgono nella data inizialmente prevista, dopo che la Knesset ha completato l’intero mandato di quattro anni e si è sciolta il 17 luglio. Per gli elettori israeliani è però la sesta chiamata alle urne dall’aprile 2019, e la prima dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Il governo uscente, il trentasettesimo della storia di Israele e il sesto di Benjamin Netanyahu, era nato nel dicembre 2022 dall’alleanza tra il Likud, i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah(uTJ) e l’estrema destra religiosa e nazionalista del Partito Sionista Religioso (RZP) di Bezalel Smotrich e Potere Ebraico (Otzma Yehudit) guidato da Itamar Ben-Gvir. Il suo sesto mandato come capo del governo è stato segnato dalle proteste di massa contro la riforma giudiziaria, dall’attacco del 7 ottobre, dalla guerra a Gaza e da ripetute crisi nella maggioranza causate dalla questione del servizio di leva per gli ultraortodossi. Nel luglio 2025 la coalizione aveva perso la maggioranza dopo l’uscita di Giudaismo Unito della Torah, e Shas aveva poi ritirato i suoi ministri dall’esecutivo. Nel maggio di quest’anno la frattura con gli ultraortodossi si è approfondita, e poco prima dello scioglimento la Knesset ha approvato due leggi che di fatto bloccano l’arruolamento degli ultraortodossi, nel tentativo di assicurarsi il loro sostegno al prossimo governo.
Nel frattempo l’opposizione ha subito una trasformazione significativa rispetto alle scorse elezioni, senza tuttavia essere capace di proporre un fronte compatto contro il governo. Il principale rivale di Netanyahu è Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore, che nel 2025 ha fondato Yashar, partito di centro che insiste sull’identità «ebraica e democratica» di Israele. Nei sondaggi più recenti Yashar è la prima forza dell’opposizione e compete con il Likud per il primo posto.
Il secondo polo è Beyachad («Insieme»), alleanza di centro e centro-destra tra l’ex primo ministro Naftali Bennett, che la guida, e Yair Lapid, leader di Yesh Atid. A sinistra si collocano I Democratici (HaDemokratim), guidati da Yair Golan, formazione che riunisce il Partito Laburista e Meretz ed è l’unica formazione non araba favorevole alla soluzione dei due Stati. Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman, forza laica di destra, completa il quadro dei maggiori partiti di opposizione non arabi. Vi sono poi i partiti arabi, che non fanno parte di nessun blocco, a loro volta divisi in due blocchi: la “Lista Unita” che raggruppa tre partiti di sinistra e “Ra’am” partito conservatore islamico guidato da Mansour Abbas, politico pragmatico che nel 2021 era entrato a far parte del governo di Naftali Bennett.
La campagna elettorale è stata dominata dalla guerra e dai suoi strascichi. Il tema centrale è la responsabilità del 7 ottobre: l’opposizione chiede una commissione statale d’inchiesta presieduta da un giudice della Corte Suprema, mentre Netanyahu ha cercato di attribuire le colpe al servizio di sicurezza interno e all’esercito e ha respinto l’inchiesta giudiziaria. Gadi Eisenkot ha fatto della commissione il cuore del suo programma, anche per il lutto personale del figlio, soldato, ucciso a Gaza. Il secondo grande tema è la leva degli ultraortodossi. La stragrande maggioranza dei cittadini israeliano vorrebbero che fossero eliminati i previlegi degli Haredi che vengon esentati dall’arruolamento nell’esercito. Il terzo argomento di campagna elettorale è lo scontro sulla giustizia, che riguarda la riforma giudiziaria e il processo per corruzione a Netanyahu, che continua a pesare sulla campagna elettorale.
Il sistema elettorale resta frammentato, con 38 liste e una soglia di sbarramento del 3,25%, e le alleanze sono ancora in movimento. Bennett ed Eisenkot hanno escluso richiedere l’appoggio dei partiti arabi per formare un eventuale governo guidato dall’opposizione, mentre Lieberman ha dichiarato che in tale governo non ci sarebbe posto né per Netanyhau, né per i partiti arabi né per quelli ultraortodossi, il che restringe le combinazioni possibili
A livello internazionale l’importanza di queste elezioni è molto alta. Si vota dopo tre anni di guerra su sette fronti, mentre rischia di riesplodere il conflitto contro l’Iran. L’esito inciderà sui rapporti con Washington, con le potenze regionali e con i Paesi del Golfo, per i quali Israele è un contrappeso militare all’Iran, nonostante che dopo il 7 ottobre la politica estera e di sicurezza militare di Israele hanno messo in secondo piano gli interessi delle monarchie arabe. Tuttavia i principali leader dell’opposizione non dissentono in modo sostanziale dalla politica estera e di sicurezza del governo. Più che sul conflitto con l’Iran o con i palestinesi, un cambio di governo avrebbe conseguenze nei tribunali, nella leva, nell’inchiesta sul 7 ottobre e soprattutto nei rapporti con gli Stati Uniti. Mentre infatti Netanyhau affronta elezioni che potrebbero segnare la fine della sua permanenza al potere, negli Stati Uniti si vota per per elezioni di Mid-Term che potrebbero avere effetti anche sulla politica estera USA.
IL SISTEMA POLITICO – ELETTORALE
Israele è una democrazia parlamentare. Il Primo Ministro di Israele è il capo del governo e leader di un sistema multipartitico. Il potere esecutivo è esercitato dal governo. Il potere legislativo spetta alla Knesset, il parlamento monocamerale del paese. Il potere giudiziario è indipendente dal potere esecutivo e legislativo. Il sistema politico dello Stato di Israele e i suoi principi principali sono definiti in 11 leggi fondamentali. Israele non ha una costituzione scritta.
Il Presidente di Israele è il Capo dello Stato e svolge un ruolo quasi esclusivamente cerimoniale. Il Presidente viene eletto dal parlamento per un mandato di 7 anni non rinnovabile.
La Knesset è formata da 120 membri, eletti per un periodo di 4 anni con metodo proporzionale con liste di partito senza voto di preferenza. Recentemente, per ridurre la frammentazione politica, è stata introdotta una soglia del 3,25% dei voti necessaria per ottenere seggi in parlamento. Liste concorrenti possono accordarsi per ottenere eventualmente un seggio extra con il recupero dei resti sommando il risultato delle due liste.
Secondo il “Democratic Index” del settimanale The Economist, Israele è una cosiddetta “Democrazia Imperfetta”, al livello di paesi tipo Belgio, Lettonia, Slovenia e Corea del Sud. Nonostante che durante gli ultimi 4 anni il livello di democrazia sia sensibilmente diminuito, rimane comunque di gran lunga il paese più liberale e democratico del Medio Oriente.
Nelle prossime pagine, la storia politica del paese, i gli sviluppi politici recenti, i principali partiti politici e gli ultimi sondaggi.
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